SANNITI

 

 
GENTE DEL SANNIO

Continuità o frattura nella definizione delle classi
dirigenti all’indomani del Bellum Sociale?
L’esempio dell’area abruzzese-molisana fra
Marrucini, Carricini, Frentani e Sanniti Pentri.


Marco Bonocore

 

Il processo di romanizzazione all’indomani del bellum sociale, come è stato ormai ampiamente dimostrato, si svolse in modo graduale e non uniforme sebbene la realtà del municipium che prevedeva i due primari interventi, la scelta, cioè, del centro che doveva essere elevato a tale dignità e la delimitazione della sua area di competenza, specie nel settore osco sabellico, riuscì poi a trovare naturale attuazione sul piano giuridico ed istituzionale.
La politica di Roma, conseguente alla lex lulia che stabiliva la concessione della cittadinanza romana ai Latini e agli alleati, fu quella di lasciar convivere le realtà cittadine che andava incontrando senza mai, fin dove possibile, sovrapporvisi drasticamente, almeno nelle prime fasi di questo complesso processo; un modo di procedere quanto mai pragmatico e funzionale, una cui eco ancora si riscontrava circa due secoli dopo nelle parole di Traiano a Plinio (10,113): id ergo, quod sem per tutissimum est, sequendam cuiusque civitatis legem puto ("Ritengo pertanto, cosa più sicura, che si debba seguire la legge di ciascuna città").
Se, accanto alle insufficienti e laconiche testimonianze degli autori antichi, l’epigrafia rimane una fonte di primaria importanza che ci permette il recupero di quelle poche conoscenze sulle strutture politico-amministrative delle nuove realtà che lentamente si stavano formando e soprattutto su quelle forme di vita organizzata indigene, essa rimane ancora l’unico nostro sicuro ancoraggio per poter cercare di capire quale fosse la situazione che Roma era venuta ad incontrare e su cui doveva impiantare il proprio programma istituzionale.
Il quadro che andremo tracciando (su cui in altre occasioni già ebbi modo di soffermarmi), pur nell’oggettiva difficoltà della selezione, cercherà di evidenziare ancora una volta come il livello socio-economico raggiunto da talune famiglie di questo settore abruzzese-molisano comprendente le etnie dei Marrucini, Carricini, Frentani e Sanniti Pentri, abbia svolto, tra la fine dell’età repubblicana e la prima fase dell’età imperiale, un ruolo di non secondaria importanza per l’affermazione del proprio centro di pertinenza; come molte di esse, che già prima del bellum sociale avevano avuto determinati ruoli, continuarono ad operare anche dopo la completa romanizzazione, ricoprendo posti di prestigio negli ambiti municipali di loro competenza; come spesso, infine, non è difficile ravvisare attraverso la sola lettura della documentazione iscritta che la continuità di una determinata gens talvolta non era del tutto disgiunta dalla politica di Augusto, la quale, sebbene fosse tesa al potenziamento urbanistico dei centri italici che nell’edificazione o riattamento, ad esempio, di luoghi di culto trovava una logica e naturale conseguenza, aveva cercato insieme di rispettare il mantenimento di quella vitalità di campagna che doveva essere sempre rimasta grande, anche dal punto di vista religioso.
Si confronti, ad esempio, la situazione del municipium vestino di Pinna che, nel restituirci una serie di bolli su mattone che registrano al caso nominativo le divinità Ceres, uno, Venus e Vesta, databili in epoca augustea, mettendoci così di fronte ad un’officina fornitrice di partite di laterizi per la costruzione o riattamento dei santuari medesimi (il bollo era imposto per motivi di controllo dal municipio il quale doveva sostenere le spese dell’edilizia sacra), si sintonizzava appieno con la politica augustea appena ricordata. Convinto sempre della possibilità di esplorare con attenzione ed acribia anche nello sconfinato panorama dell’epigrafia di Roma, certo che nuove informazioni e chiarimenti potranno emergere per definire con maggiore chiarezza le presenze di affermati rami gentilizi regionali nel quadro della mobilità sociale tra la fine della Repubblica ed il primo secolo dell’impero.

Non è da sottovalutare inoltre l’incidenza avuta, nella determinazione di una precisa realtà familiare, della distribuzione in specifici ambiti territoriali dei santuari e della loro frequentazione. Valga su tutti il seguente esempio.
A ciascuno di noi sono note la diffusione e la concentrazione del culto di Ercole in tutta la zona osco-sabellica ed in particolar modo nel settore centrale della regio IV augustea, a sostegno del quale interviene sempre il noto passo di Dionigi d’Alicarnasso (1, 40, 6) da cui si evince una presenza massiccia di luoghi dedicati al dio nonché altari sia nelle città che lungo le direttrici viarie tanto da non esistere nessuna località in cui Ercole non venisse onorato.
Grande notorietà non solo in ambito peligno doveva rivestire il noto santuario di Ercole Curino, l’origine del cui culto deve essere senza dubbio legata alla presenza di alcune sorgenti d’acqua poste lungo le pendici del Monte Morrone, situato in connessione di un percorso attraversato da vie pastorali lungo le quali erano ubicati molti piccoli santuari non urbani, naturali punti d’incontro dei pastori, sedi forse di piccoli mercati periodici per la vendita dei prodotti della pastorizia e molto frequentati per la presenza delle indispensabili fonti d’acqua.
Il materiale iscritto proveniente da questo e da tanti altri santuari ci permette di valutare come in uno stesso luogo di culto potessero intervenire in qualità di offerenti più rappresentanti di una medesima gens locale, anche diversificati in arco cronologico, a dimostrazione di una particolare e radicata devozione nell’ambito di specifici familiari; questo sembra almeno evincersi dalle testimonianze, certa quella dei Lucii Seii superequani, probabile quella dei Titi Calpii vestini. Ed anche le recentissime acquisizioni epigrafiche (cronologicamente databili tra la seconda metà del II secolo a.C., per i manufatti più antichi in cui si ravvisano elementi dialettali peligni, ed un periodo compreso tra la metà del I secolo a.C. e la prima età augustea per quelli più recenti), recuperate nel santuario ubicato a Corfinio in località Sant'Ippolito, confermano esattamente questo stato di cose: sono attestate con sicurezza le gentes locali degli Aufillii, dei Cristidii, dei Manii, dei Ninnii, dei Rufrii, forse dei Sanii (?), dei Suetedii e dei Vibii. I Caii Suetedii continuano ad essere ben testimoniati a Corfinium in documenti non posteriori all’età augustea:
C. Suetedius C. f. Ser(gia) Maglatius, C. Suetedius C. I. Numenius, Suethedia C. I. Artemisia.
Si conosce L. Cristidius T. f. della metà del I sec. a.C., forse un discendente di T. Cristidius T. f.
I Publii Mani conoscono altre due attestazioni locali: P. Marius C. [f.] Mato, dell’inizio del I secolo d.C., e P. Marius Pharetra, sacerdote di Attis a cavallo dei secoli I/II d.C.; un Marius, di cui purtroppo non ci è trasmesso altro della formula onomastica, è attestato anche tra gli offerenti del Santuario di Ercole Curino a Sulmona.
Localmente sono conosciuti solo i liti Nin(n)ii (assenti, fino ad ora, a Sulmo e a Superaequum), da collegare, credo, al ramo sabellico di questa gens nota anche tra i Marsi a Marruvium e a Supinum, tra i Marrucini a Teate (C. Ninnius C. i. Faustus) e tra i Vestini a Pinna, ceppo derivato probabilmente da quello campano di cui si ha notizia nel 216 a.C. presso Livio (23, 8,1).
Conosciamo localmente Pacius Aufillius liberto di un Lucius Aufillius, registrato in un documento databile alla metà del I secolo a.C.
Ben attestata la gens Rufria: oltre al C. Rufrius C. f. Arruntius della prima età imperiale e certamente collegabile con il nostro dedicante, vista la concordanza cronologica, da ricordare il Mi Rufries 0v. I. di fine II secolo a.C. ed il L. Rufrius L. f. Surus, del I secolo d.C.

 


1. Marrucini.

La gens marrucina più importante fu, ovviamente, quella degli Asinii, che traevano origine da quel famoso Herius Asinius, uno dei capi della rivolta italica; accanto ai loro primi illustri rappresentanti (un Asinius Pollio console nel 40 a.C. ed altri due membri della famiglia, senatores nel 43 a.C.), ricordiamo che, in seguito ai rapporti di parentela instaurati con i Marcelli Aesernini dall’età augustea fino a tutto il I secolo d. C., ben otto rappresentanti raggiunsero il consolato: C. Asinius Gallus (8 a.C.), C. Asinius Pollio (23 d.C.), M. Asinius Agrippa (25 d.C.), Ser. Asinius Celer (30 d.C.), M. Asinius Marcellus (54 d.C.), L. Asinius Verrucosus Pollio (81 d.C.), Q. Asinius Marcellus (97 d.C.) e M. Asinius Marcellus (104 d.C.).
Da menzionare, inoltre, almeno altre due famiglie locali di un certo prestigio: quella dei Pedii Hirruti che ebbero in [S]ex. Pedius Sex. f. Ar[n(ensis)] Lusianus Hirrutus il promotore e l’artefice, una volta terminata la carriera pubblica e rientrato in patria ante 19 d.C., della costruzione dell’anfiteatro locale (metà del I secolo d.C.), ed i senatori del II secolo Sex. Pedius Sex. f. Hirrutus e Sex. Pedius Sex. f. Arn(ensis) Hirrutus Lucilius Pollio, quest’ultimo console nel 158 o nel 161; nonché quella dei Ninnii Hastae che annoveravano Q. Ninnius Hasta consul suffectus nell’88 d.C., suo figlio, dallo stesso nome, console nel 114 ed un loro discendente, Ninnius Hastianus, consul suffectus nel 160. Personaggio di notevole influenza doveva essere anche M. Vettius Marcellus, eques Romanus di età neroniana, che possedeva in agro Marrucino estesi "praedia" coltivati ad oliveti.
Chiara fama locale ebbe inoltre C. Herennius Capito (artefice anche della pavimentazione del foro iuvanense) se il cittadino M. Pulfennius gli aveva affidato con disposizione testamentaria il compito di dedicare un busto d’argento del peso di tre chili e mezzo circa in onore dell’imperatore Tiberio. Importante fu il cursus ricoperto dall’esecutore testamentario: dopo aver svolto la carica di tribunus militum in tre corpi diversi, quella di praefectus alae nella Mesia durante l’ultima età di Augusto e quella di praefectus veteranorum in qualche legione di stanza in Siria, era passato, poi, alle procuratele a lamnia in Iudaea (procurator centenarius di Livia prima del 29, procurator ducenarius di Tiberio prima del 37 e procurator ducenarius di Caligola tra il 37 ed il 41 d.C.). Da menzionare, infine, altre famiglie che svolsero un ruolo importante in ambito locale: i Caii Attii, i Lucii Aebutii, i Caii Lusii, i Lucii Mamilii, i Caii Oppii ed i Caii Septimii, gentilizi che compaiono con ricorrenza nei quattro albi locali di "collegia" fino ad ora conosciuti.
Originari di Teate Marrucinorum furono i seguenti militari: i due pretoriani L. Modius Geminus e L. Modius Vitulus, un certo r-i Mutilliu[s] da Aquileia, P. Seius P. f. Arn(ensis) Rufus da Lambaesis, --- -] f. Arn(ensis) Apollonianus dalla vicina Anxanum, [-] Me[..]tilius P. f. Arn(ensis) Pudens da Tibur, M. Petronius M. f. Arn(ensis) Classicus Marrucinus da Poetovium, e, molto probabilmente, anche C. Septimius Marrucinus da Roma. Ebbero viceversa sepoltura proprio nella loro Teate, un certo Caelius Tacitus, che si definisce vet(eranus) Aug(usti) n(ostri), del I secolo d.C., M. Geminius Priscus miles missicius della seconda coorte ausiliare e L. Naevius Nicator med(icus) dupl(icarius), vale a dire un medico con doppia paga della flotta (l’iscrizione gli è stata posta dai suoi colleghi del "collegium funeraticium" cui il defunto verosimilmente apparteneva).
Durante il periodo post-augusteo e per tutto il primo secolo d.C. Teate visse una fase edilizia molto importante, in quanto poté godere di interessanti fenomeni di evergetismo locale; accanto a quello del già ricordato Sex. Pedius, si ricordano quelli di Dusmia M. f. Numisilla che, a nome suo e dei marito L. Trebius Secundus, aveva restaurato nonché ampliato l’acquedotto teatino fatto costruire dal console Asinio Gallo; di M. Vettius Marcelius e sua moglie Helvidia C. f. Priscilla costruttori, se l’attuale luogo di conservazione dell’iscrizione corrisponde a quello dell’antica collocazione, dei due edifici gemelli su alto podio della seconda metà del I secolo d.C.
Sono tutti, a ben vedere, rappresentanti di famiglie di notevole prestigio municipale, i quali, spesso al rientro da brillanti carriere, diedero impulso all’edilizia cittadina, senza prescindere, tuttavia, dall’assetto urbanistico così particolare del centro marrucino.
Dei ricordati estesi "praedia" in agro Marrucino di M. Vettius Marcellus coltivati ad oliveti, Plinio il Vecchio parla più volte a proposito di una scossa sismica verificatasi nel 68 d.C.: pratis oleisque intercedente publica via con tra rias sedes transgressis in agro Marrucino praediis Vetti Marcelli equitis Romani res Neronis procurantis; erit prodigium in nostro aevo Neronis principis ruina factum in agro Marrucino, Velli Marcelli e primis equestris ordini oliveto universo viam publicam transgresso arvisque inde e contrario in locum oliveti pro fectis (2,199: "allorché alcuni prati ed oliveti separati da una strada pubblica si scambiarono di posto nel territorio Marrucino sulla proprietà di Vezio Marcello cavaliere romano amministratore dei beni di Nerone"; 14, 245: "sarà il prodigio accaduto ai nostri tempi, al momento della caduta dell’imperatore Nerone, nel territorio Marrucino, allorché un oliveto di Vezio Marcello, uno dei primi dell’ordine equestre, attraversò di blocco la strada pubblica e dalla parte opposta i campi vennero a prendere il posto dell’oliveto").
Tutta la zona doveva comunque possedere fundi di una certa estensione (ed è probabile che gli Asinii teatini di non pochi dovevano essere i proprietari) coltivati a vigneti e fichi; vilici sono spesso menzionati in agro Marrucino (da segnalare la dedica della familia rustica quibus impera vit [scil. vilicusi modeste) e nell’area del pagus di Interpromium (area dell’attuale zona di San Valentino - Tocco a Casauria), dove ebbe una certa importanza la famiglia dei Marci Volusii.
E non saranno mancate anche promettenti attività ortofrutticole, come risulta, per i Marrucini, dal riferimento di Columella (10,127-139) in cui viene celebrata la qualità dei cavoli marrucini da seminare a primavera ed i cui germogli potevano essere consumati già a primavera inoltrata, e per il pagus di Interpromium, dall’iscrizione del "lupinarius", cioè negotiator lupinorum vel pultis ex eis con fedae.
Da segnalare, inoltre, a Teate, l’attività di un "sutor institor caligarius", un’altra voce derivante dal movimento annuale transumante che anche nel teatino si faceva sentire (vd., per esempio, il cippo, di prima età imperiale, rinvenuto a Pretoro nei cui due registri superiori sono raffigurate scene di pastorizia ed i cui due personaggi [Sexti Lucceii] hanno come cognomen Vitulus ed Armentarius).
Tutto il territorio di San Valentino (siamo, come visto, nell’area del pagus Interpromium), inoltre, era noto per l’industria e la lavorazione dell’asfalto e del bitume per calafatare, appunto, le navi della vicina costa adriatica (Aternum vicus, oggi Pescara); e "praedia" di un certo rilievo legati proprio a tale attività industriale dovevano appartenere anche ai già ricordati Sexti Pedii Hirruti, operanti a Teate, che non poco avranno influenzato la loro fortuna economica permettendo, poi, ad alcuni discendenti di intraprendere, come visto, brillanti carriere.
Ma tornando alla maggiore "gens teatina", quella degli Asinii appunto, la cui vivacità municipale le testimonianze fin qui ricordate acclarano chiaramente, ci saremmo aspettati una variegata e dipanata cronologicamente esemplificazione di schiavi e liberti collegati con i rami della gens; ma di questa teorica familia non abbiamo fino ad ora recuperato alcunché: nessun officialis, ad esempio, connesso con gli Asinii (eppure nelle realtà municipali abruzzesi quante volte incontriamo liberti o servi che svolgono mansioni alle dipendenze di notorie gentes locali: actores, dispensatores, vilici, e tanti altri officia che sarebbe troppo lungo enumerare); nessuna onomastica ci permette chiaramente di confermare con assoluta certezza quella stretta dipendenza familiare. L’assenza di una cospicua documentazione locale di appartenenti alla "gens Asinia" fatta comprensione dei vari rami di discendenza, è da imputare alla esigua disponibilità delle fonti epigrafiche locali, che solo una volta recuperate, potrebbero un domani rivelarsi illuminanti per ulteriori approfondimenti, o sono altre le ragioni di questa latitanza?
Certamente, non credo che le necropoli della città siano state del tutto esplorate, che la ricognizione sul tessuto urbanistico abbia potuto avvalersi di una continuità esplorativa, sufficiente, almeno, per definire con approssimativa certezza quelle che potevano essere le maggiori utenze sepolcrali; mi pare veramente strano, cioè, che fino ad ora non sia stato possibile, dai tempi dei benemeriti pionieri tardo ottocenteschi dell’archeologia teatina (Biagio Lanzellotti, Vincenzo Zecca, Cesare De Laurentis) ed, in tempi più recenti, Domenico Scenna, fino ad arrivare all’attuale staff scientifico della Soprintendenza Archeologica, identificare nuclei sepolcrali riconducibili a specifiche famiglie, se eccettiamo il titulus, attualmente conservato nel Museo Archeologico, referente nove rappresentanti della gens dei Lucii Mamilii; è vero, sì, come abbiamo visto, che Teate ci offre la possibilità di confrontarci con una serie di albi di collegia tuneraticia il che, senza dubbio, conferma questa vivacità cittadina, ma è anche vero, che degli Asinii non abbiamo fino ad ora recuperato una testimonianza che potesse darci conforto nel senso proposto. In attesa, quindi, che ulteriori sondaggi e fortuite e fortunate coincidenze (come spesso accade) possano permetterci di progredire nel merito dei dati acquisiti, non è da escludere, come è ampiamente testimoniato dalla prassi documentale, cercare anche a Roma la nostra risposta (vd. anche le testimonianze soprattutto di Tusculum e di Ostia).
Gli Asinii a Roma hanno una sterminata diffusione, i cui praenomina si riscontrano nell’onomastica degli Asinii teatini: Caii, ovviamente in modo massiccio, e poi Cnaei, Lucii, Marci, Publii, Quinti, Servii e Liti. Nulla vieta pertanto pensare che rappresentanti locali di questa affermata famiglia marrucina, ad esempio, anche a Roma avessero impiantato e dato corso ad attività imprenditoriali od altro (d’altronde sono ben noti a tutti i rapporti commerciali tra l’Abruzzo e Roma, specie per i prodotti derivanti dall’allevamento e dalle estese colture a oliveti e vigneti), forti delle naturali conseguenze collegabili alle carriere intraprese da alcune loro personalità. Vedrei bene, ad esempio, un "monumentum Asiniorum" sulla via Appia o altra via consolare, affollato di liberti e schiavi (come ad esempio avviene per la familia Volusiorum), ciascuno collegato con questo o quel ramo gentilizio. Certo è che talvolta registriamo abruzzesi operanti a Roma e poi, ma non sempre, rientrati nei propri luoghi d’origine. Faccio un esempio su tutti, di cui mi sono recentemente occupato, a dimostrazione di come siamo ancora lontani per definire con esattezza il movimento municipale in ambito romano: un’iscrizione, databile alla metà del I secolo d.C., rivenuta a Scafa, ci fa conoscere un certo M. Venelius M. f. Proculus, curator di una centuria del corpus iuniorum nella tribus Palatina (è noto il raggruppamento, durante l’impero, nelle quattro tribù urbane, Collina, Esquilina, Palatina e Succusana della "plebs frumentaria", ciascuna suddivisa in dieci centurie con le due sottosezioni costituenti i corpora dei seniores e degli iuniores, ovvero il "corpus julianum" della tribù Succusana o quello Augustale della Palatina ed Esquilina; i loro magistrati erano i curatores tribus, eletti annualmente dai tribules, da identificare con gli honorati); questa iscrizione abruzzese è la prima, a quanto mi risulta, rinvenuta fuori dell’Urbe; l’essere appartenuto a quella corporazione sarà stato per lui motivo di orgoglio e pertanto nell’onomastica gli è rimasta questa dicitura. Sebbene a Roma i Venelii (gens a cui apparteneva l’abruzzese) siano testimoniati, ma con "praenomen" Sextus o Lucius, possiamo stabilire che il nostro sia rientrato nel suo luogo d’origine (territorio marrucino relativo al "pagus di Interpromium"), piuttosto che pensarlo nativo di Roma, da un ramo dei Quinti Venelii, e che poi abbia trovato fortuna nell’ager Marrucinus.
Questo esempio, ma se ne potrebbe addurre molti altri, conferma come tra la fine dell’età augustea e tutta l’età giulio claudia almeno, gli avanzati programmi municipali, specie in quei territori legati all’Urbe, abbiano potuto permettere il progredire delle realtà sociali più in vista localmente e motivato per una parte di esse mire quasi espansionistiche: sono certo che anche gli Asinii teatini non siano stati sordi alla realtà sociale venutasi a creare in questo ben determinato periodo storico e conseguentemente pensare per alcuni loro rami gentilizi ad una presenza nell’Urbe, in perfetta sintonia cronologica con quanto la documentazione ci permette di verificare circa i loro avanzamenti nei cursus senatori.

 


Il testo di Marco Bonocore è tratto da "I Luoghi degli Dei - Sacro e natura nell'Abruzzo italico"
A cura della Soprintendenza Archeologica dell'Abruzzo - Provincia di Chieti - 1997



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Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
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