I Sanniti tra Lega e Federazione e il sistema oligarchico-repubblicano
SANNITI

 
DALLA PREISTORIA ALLE FORCHE CAUDINE
L'ITALIA SAFINA
Massimo P. Cavalluzzo e Luciano D'Amico

 

4.3. TRA LEGA E FEDERAZIONE

Le fonti ci dicono che i Safini non costituivano uno Stato monarchico e gli studiosi, a partire dal Salmon, hanno da sempre ritenuto che essi fossero organizzati secondo il sistema della “Lega” tra differenti tribù, utilizzando il concetto in analogia ad un tipo di alleanza ampiamente diffuso già in epoca arcaica tra Etruschi, Greci e Latini. Sulla equivalenza politica o aggregativa del termine “Lega” in riferimento al Sannio ed ai Sanniti, ancora oggi gli storici sono però in disaccordo perché alternano l’ipotesi di una Confederazione di piccoli Stati autonomi ed istituzionalizzati a quella di una Federazione tra semplici tribù non istituzionalizzate al loro interno, ma tutti concordano sulla esistenza di un impianto comune di tipo repubblicano-democratico. Indurrebbe a tanto anche la circostanza che il termine di <re> venne conservato nella lingua latina (rex) ed era attestato in quella celtica (rix) ancora in epoca storica o in altre parlate indoeuropee come l’antico indostano (Raj, Rajà) mentre è del tutto assente in lingua osca.
Anche per il “Guerriero di Capestrano”, statua del VI secolo a.C. in cui a tutti i costi si è voluta riconoscere l’effige di un “re” (282) di area osca deducendola dalla epigrafe incisa, il termine <Raki> non sembra convincente per ritenere tanto. Innanzitutto perché, ancora dopo sessant’anni dalla sua scoperta, il mondo accademico non ha raggiunto un accordo sul se la statua raffiguri davvero un uomo od una donna; e poi perché - ed è la circostanza più importante - gli studiosi non sono riusciti a determinare se la epigrafe, incisa lungo la fascia frontale del plinto di destra, appartenga ad un alfabeto etrusco, osco o nord-piceno. Nonostante ciò la sua attribuzione alla effige di un Re è stata generalmente accettata, anche se non si sa su quale popolo regnasse: di conseguenza anche l’ulteriore reperto della c.d. “Stele di Atessa”, una statua acefala che richiama lo stile del Guerriero di Capestrano, ritenuta risalente al VII secolo e che non reca alcuna iscrizione... si è ritenuto appartenga ad una tomba regale, senza alcun elemento logico o archeologico di supporto. E così si vorrebbe pure per la “Stele di Guardiagrele”, una lastra di pietra scolpita a rilievo con raffigurazione di una corazza a disco, armi ed ornamenti. Nessuno ipotizza più semplicemente che possano rappresentare divinità ed il pantheon safino ne era molto ricco) o personaggi del ceto aristocratico o gentilizio.
Allo stato, la assenza assoluta nei reperti scritti successivi (molto pochi, in verità) della ripetizione del termine <Raki>, depone a sfavore della ipotesi di una sua appartenenza alla lingua osca che, peraltro, è abbastanza studiata e conosciuta sia laddove venne espressa con caratteri etruschi che con l’alfabeto greco;
 

Guerriero di Capestrano
VI secolo a.C.
Museo Archeologico di Chieti
ma non si può escludere che quell’effige di nobile armato di tutto punto sia opera di un artigiano safino, atteso la somiglianza con altri reperti dell’area sabino-frentana, più stilizzati ma anche più vecchi di almeno un secolo.
La circostanza rileva, considerando che anche il mondo magnogreco, seppure espresse tiranni e strateghi che detennero il potere per molti anni, non pare abbia introdotto nelle città italiote un vero e proprio regime monarchico e le fonti antiche, se ne avessero rinvenuto traccia tra i Sanniti, molto probabilmente ne avrebbero fatto menzione, come fece Dionigi di Alicarnasso quando, confermando la leggenda di Romolo e Remo, ci disse del primo regno romano. Lo stesso Livio che, come Strabone, ci attesta dell’origine safina dei Pentri, non ci nomina mai un re ma solo condottieri e capi, dicendoci anche dell’esistenza di un “senato” sannita e che i magistrati restavano in carica un anno, come i consoli a Roma.
Nemmeno i riferimenti tribali desumibili dalla storiografia latina appaiono sufficienti, ex sé, per ritenere esistente tra i Safini una Confederazione su base cantonale, di tipo Svizzero, che avrebbe dovuto presupporre la certa identificazione - o esistenza - di determinati ambiti territoriali della Safinas Tutas, occupati ognuno da una certa tribù; territori che, per i periodi precedenti ai IV e III secolo a.C., non appaiono nè indicati né ipotizzati. A ciò si aggiunga che le fonti letterarie incominciano a menzionare le tribù san-


La stele di Atessa
VII secolo a.C.
Museo Archeologico di Chieti
 
nitiche, come soggetti politici autonomi che agivano indipendentemente uno dall’altro, solo in riferimento al periodo successivo al 268 a.C, con la deduzione della colonia di Benevento, mentre nulla ci dicono per il periodo prima del 330, quando l’assetto territoriale del Safnio non si era ancora incrinato (284) ed i Safini-Sanniti apparivano un popolo compatto. Inoltre gli antichi autori non usano mai espressamente un termine che ci possa far ritenere la esistenza di una “Lega”: nulla appare in riferimento al trattato concluso nel 354 a.C. tra Romani e Sanniti, né per gli eventi della prima guerra sannitica e nè, infine, in riferimento alla seconda, almeno fino alla sconfitta romana delle Forche Caudine.
Anche Livio, che per Latini ed Etruschi parla sempre e solo di populi, per i Sanniti cita alternativamente populus e populi ma poi usa il termine al singolare allorquando descrive i rapporti politici con Roma (285), sia diretti che indiretti, circostanza che farebbe intendere una unicità di governo per entrambe le Nazioni che strinsero l’alleanza. In Livio, l’uso del plurale, Samnitium populi, appare con le prime narrazioni delle vittorie romane: dopo quella del 318 a.C., ad opera di Papirio Cursore (286), o del 297, quando l’esercito viene reclutato “tra tutti i popoli sanniti” (287).
In entrambe le occasioni, però, lo storico fa ancora riferimento al “rinnovo” del trattato del 354 a.C. che, incontestabilmente concluso tra Roma ed il Sannio come Nazione, rende illogico - anche per queste occasioni - ritenere che lo Stato sannita fosse smembrato in “tanti popoli” che avrebbero richiesto altrettanti trattati.
Purtuttavia secondo Salmon il Sannio era diviso in vari Tutas che si co]legarono tra di loro in una alleanza di tipo federale, nata forse per motivi religiosi, ma che finì per esprimere essenzialmente l’unione militare tra quattro Stati diversi. Adriano La Regina (288), invece, riteneva che fino a quando non diedero inizio alla loro espansione verso la Campania etrusca ed italiota nel V secolo a.C., i Safinim del Sannio avrebbero costituito una unica unità statale, con forme costituzionali e politiche unitarie proprie da cui, a partire dal III secolo, si sarebbero distaccate le tribù dei Carecini, degli Hirpini e dei Caudini: di conseguenza l’effettivo Safnio si sarebbe ridotto alla sola nazione dei Pentri.
Altri studiosi, più recentemente (Cesare Letta e Giulio Firpo), criticando la teoria dello Stato nazional-unitario di La Regina, ritengono che la Tuta, con le sue radici antiche e generiche, identificasse solo la comunità locale (ed i pochi villaggi che la costituivano) e ciò tanto nel Sannio che in Campania e nelle altre zone di cultura Safina. Se pure vi fu mai una aggregazione di tante unità minori - sostengono questi studiosi - esse si sarebbero legate con un vincolo di tipo federale piuttosto che unitario e ciò sia in occasioni di guerre che in tempo di pace, dando così vita ad un superiore organismo confederale che avrebbe operato per l’intera collettività nazionale. Nel dibattito interviene in maniera incisiva lo studioso Giuseppe Grossi che, in un suo recente artico (289), ha reiterato la teoria per la quale sia “l’incastellamento” con l’occupazione di centri fortificati (gli ocres) posti su alture a controllo delle valli, quanto la tipologia dei reperti delle necropoli, permettono di riconoscere nell’ambito di tutto il territorio safino, dalla fine del VI secolo a.C. e fino alla occupazione romana,
 
La stele di Guardiagrele
VI secolo a.C.
Museo Archeologico di Chieti
una unità culturale in cui egli ritiene di comprendere anche la cultura “fucense” e, più propriamente il territorio occupato dalle tribù storiche degli Equi e dei Marsi, concorrendo a confermare così la teoria della unitarietà arcaica propugnata da La Regina.
Aigner Foresti (290) ritiene invece che i Sanniti storici (Carecini, Pentri, Hirpini e Caudini), così come altre leghe italiche di lingua osca, costituissero una unione “di piccole tribù”, con una assemblea costituita dai rappresentanti di ognuna di esse, un governo comune ed un esercito federale, cui partecipavano i vari contingenti di ogni tribù, guidato da un unico generale ma sotto il comando dei propri ufficiali.
Infine altri ancora (291) sono intervenuti sul problema della unitarietà politica della etnìa safina, e sui Sanniti in particolare, chi per contestare la tesi del Salmon e chi per ritenere che lo stato federale fosse aperto ad ulteriori tribù, oltre alle quattro individuate dallo studioso canadese in base alla tradizione.
A noi sembra però che il comune denominatore di tutte le teorie contrarie ad una visione di unitarietà nazionale prima del V secolo a.C., siano condizionate dalla sottesa considerazione che il substrato socio-culturale osco non avesse potuto esprimere, tra la fine del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro, gruppi umani dotati di una qualche capacità istituzionale, monarchica o repubblicana, frazionati che fossero in piccole o grandi comunità. Ma tale considerazione, che si pone come presupposto di un errato sillogismo, sconfessata dalla attestata esistenza dei Safini-Sabini già nell’VIII secolo a.C., con i loro nerf, costumi, guerrieri, aggregazioni sociali e la partecipazione alla nascita di Roma.

Il trono di Eretum - VII secolo a.C.
dalla necropoli di Colle del Forno
Museo Archeologico di Fara Sabina
 
Se confrontiamo infatti il carro nobiliare ed il trono di Eretum (che ci attestano della esistenza di una classe aristocratica safina dominante nel territorio di Montelibretti nel VII secolo a.C.) con le tombe a tumulo e quelle con carri e cavalli rinvenute a Caudio (292) dobbiamo ritenere che, sia nell’Abruzzo sovrastante il Lazio che nel Sannio occidentale i raggruppamenti umani di lingua osca lì stanziati avevano raggiunto uno stadio evolutivo abbastanza simile ed avanzato in un periodo, tra l’altro, in cui si ritiene che la maggioranza delle popolazioni italiche avessero già completato ognuna la propria strutturazione etnica- istituzionale; d’altro canto, per lo stesso periodo, i dischi corazza fucensi ed i rinvenimenti di armi abbastanza similmente diffusi come le cuspidi di lancia, i manufatti di bronzo o di ferro, le ceramiche di uso comune e quelle più o meno ricche ed i tanti altri oggetti provenienti dalle necropoli esplorate dall’Abruzzo all’Ofanto, ci attestano dell’esistenza di insediamenti articolati in
tutto il territorio, con stretti rapporti di veicolazione materiale all’interno della Safinas Tutas che fanno apparire davvero illogica l’ipotesi secondo cui - ancorchè preistorici - quei nobili, guerrieri, sacerdoti, artigiani, pastori e allevatori delle aree Safine al di sotto dell’Abruzzo e ad oriente del litorale campano, esprimessero comunità estremamente anarchiche e disarticolate fra di loro e non , invece, organizzate ed istituzionalizzate quanto le altre.
Appare più probabile, invece, che i carri da battaglia, le armi particolarmente preziose ed i manufatti d’importazione appartenessero, per entrambe le aree, ad una classe gentilizia omologa che esprimeva un forte potere su comunità abbastanza numerose di cui controllava le fonti di ricchezza. E così a Maloenton (o Malies) come a Carife, Casalbore, Larino, Alfedena, Bojano e i tanti altri centri safini fin’ora esplorati.
Di conseguenza non si può negare che già nel VII secolo a.C. la accertata colleganza etnica tra i gruppi di lingua osca, dall’Abruzzo, al Molise ed alla Campania, si accompagnava ad una potenzialità associativa che ben poteva produrre una unità politico-militare, a prescindere dalle varie identificazioni tribali tratte successivamente dalle fonti latine o dai riferimenti totemici.
Chi scrive ritiene che voler sostenere a tutti i costi come esistenti, prima del V-IV secolo a.C., più populi sanniti sia solo una vera e propria forzatura interpretativa perché, in assenza di fonti e tracce archeologiche in tal senso, non appare giustificato ritenere che in età arcaica le indicazioni totemiche e tribali corrispondessero necessariamente ad una divisione politica o cantonale (293) con territori ben determinati ed assegnati a questa o quella tribù contraddistinta da questo o quel totem.
È molto più probabile che all’interno del Sannio esistessero invece differenziazioni molteplici di un potere distribuito orizzontalmente, “a catena”, in cui ogni maglia rappresentava una piramide, al vertice della quale stava un nobile o un proprietario più ricco che esercitava il suo imperio sul singolo territorio e tutto quanto esso inglobava (mandrie, greggi ed addetti), suddiviso caso mai tra figli o altri nobili minori a lui sottoposti e le cui famiglie di provenienza potevano originare da un qualsiasi altro clan della Safinas Tutas, portatore di un diverso totem o di un diverso riferimento genealogico.
Il legame di tipo personale così creato prescindeva dal cantone e, perpetuando per generazioni un fenomeno perfettamente riconducibile alla tradizione indoeuropea, operava sempre all’interno della “Stirpe” e della Safinas Tutas, dove i riferimenti totemici delle più antiche origini si stemperavano e finivano per rappresentare riferimenti mitici (come fu per la gens romana) all’interno di un più ampio clan, a sua volta collegato ad altri similari, governati da altri Signori-pastori.
Queste “piramidi” patriarcali, sicuramente collegatesi nel corso dei secoli anche con matrimoni o altri sistemi di connubio tra comunità socialmente simili, con i loro vertici producevano poi la necessaria aggregazione nazionale e le aristocrazie che partecipavano al “senato” nazionale, il Kombennio, espressione di una oligarchia di governo che produceva decisioni, formulava leggi, dichiarava guerra, nominava capi, risolveva contrasti ecc.
Un siffatto semplice sistema istituzionale appare perfettamente compatibile con il mondo transumantico e non urbanizzato safino perché. anche se dall’interno un clan poteva generare più gruppi autonomi che finivano per estendersi nel territorio con proprie mandrie e greggi, essi venivano tutti regolati e controllati dal capo del clan principale a cui le varie gerarchie di sottoposti dovevano rendere conto; mentre l'insieme dei capi ed i loro consanguinei formavano la classe di potere al cui interno doveva evidentemente essere scelto, di volta in volta, il capo politico eponimo, la massima carica religiosa o il comandante generale in tempo di guerra.






Corsa di carri in un affresco da una tomba lucana di Paestum – IV secolo a.C.


 

4.4. SISTEMA OLIGARCHICO-REPUBBLICANO

Se per il Safnio si accetta quindi l’idea di una divisione del territorio, del potere e della ricchezza in senso "baronale" o "miceneo", in considerazione che nella lingua safina non esisteva il termine di "Re", delle tracce archeologiche che ci attestano della esistenza di una classe gentilizia e delle fonti che ci dicono che i Safini esprimevano magistrati elettivi ed eponimi, appare logica l’ipotesi che l’unione politica che portò - verosimilmente tra l’ottavo ed il settimo secolo a.C. - alla nascita dello Stato Safino-Sannita, sia nata dall’alleanza fra quei baroni ante litteram (i nerf) che, senza rinunziare ad alcuna delle proprie prerogative di potere partecipavano al raggruppamento nazionale dei clan nell’ambito di una assemblea regolatrice, il Kombennio, in cui tutti i capi avevano potenzialmente pari dignità e peso politico. E molto sicuramente fu questo il motivo che portò i Sanniti a preferire il sistema oligarchico-repubblicano alla monarchia che, per affermarsi, avrebbe dovuto o presupporre un principe più forte degli altri oppure una sanguinosa guerra fra i tanti clan, atteso il forte spirito di indipendenza tipico dell’etnia safina.
È pur vero che un sistema repubblicano poteva esistere in ognuna delle tante ipotizzate tribù perchè, unite ad altre, avrebbero potuto comunque concorrere a dar vita ad un “supergoverno” etnico-nazionale cui partecipavano i rispettivi rappresentanti di ognuna di esse; ma la ipotesi presenta molti aspetti che la rendono poco credibile alla luce delle pur scarne notizie offerteci dalle fonti.
Innanzitutto avrebbe presupposto una base “democratica” e popolare che, anche quando se ne è trovata traccia nella storia antica, ha sempre corrisposto ad una comunità fortemente urbanizzata, non individuabile nella organizzazione sociale degli Osci appenninici; poi una istituzione nazionale articolata su "scale" elettive, la cui base doveva essere costituita dalle popolazioni delle tribù i cui vari Consigli Tribali finivano per nominare i propri rappresentanti nel Komberniio, è talmente estranea alle società arcaiche che gli antichi scrittori ne avrebbero fatto sicuramente cenno, se esistente, non potendosi certo ravvisare in esso una fattispecie di “Lega” (che operava diversamente e dove non c’erano i magistrati eponimi ed i Consigli federali attribuiti ai Sanniti); infine il modesto numero delle tribù tradizionalmente attribuite ai Sanniti (tra quattro e cinque) o anche quello più ampio ipotizzabile (otto o nove) non appare conferente al Kombennio sannita, più simile ad una “camera deliberativa” che di governo e che doveva richieder e un certo numero di componenti, vero similmente di molte decine di membri.
Nemmeno un sistema di governo costituito dai soli capi tribù è ipotizzabile: avrebbe assunto più l’aspetto di un “consiglio di ministri” che di un senato e la sua peculiare esistenza sarebbe certamente emersa dalle fonti; infine, non vi è motivo per ritenere che ogni tribù eleggesse periodicamente un considerevole numero di rappresentanti per il Kombennio federale, a meno di non voler adattare a tutti i costi alla più semplice società safina il sistema dei comizi curiati romani, compatibile sì con una città-stato ma impossibile da adattare ad una realtà sociale estremamente frazionata, basata essenzialmente su clan gentilizi e diversamente organizzata sul territorio per economia e società.
Né deve fuorviare la accertata esistenza, tra la fine del III ed il II secolo a.C., di contemporanei Meddices nelle città osche della Campania e in quelle dell’interno del Sannio perché ciò avvenne solo dopo lo smembramento dello Stato sannita in conseguenza del divide et impera romano, quando il vincolo nazionale Safino era venuto meno. Nell’epoca in cui appaiono più Magistrati contemporanei anche lì dove non furono dedotte colonie di diritto latino o romano, le singole comunità non erano più indipendenti e collegate politicamente tra di loro ma tutte soggette a Roma che, amministrativamente, le aveva lasciate libere; ed è ovvio che esse replicassero, a Pompei come a Nola, ad Atella come a Compsa, la loro organizzazione amministrativa e sociale con magistrati di riferimento osco (il Meddix, il Kenstur, l’Aìdlis ecc.) ormai svuotati della precedente e più ampia valenza nazionale del periodo preromano, come pare possa ritenersi per il più antico Meddix Tuticus (Mediis Tovtiks), forse il capo eponimo dello Stato Sannita.
A ciò si aggiunga che, come abbiamo già sottolineato in precedenza in riferimento agli avvenimenti del V-IV secolo a.C., non v’è nessuna fonte tradizionale che indichi i Sanniti divisi in singole tribù-stato: anche quando Livio nomina distintivamente, quali populi samnitium i Pentri (per ben tre volte) ed i Carecini, lo fa solo in relazione ad episodi riferibili al III secolo a.C. in poi (o, tutt'alpiù, agli ultimi anni del IV) mentre nulla specifica per gli Hirpini ed i Caudini. Dionigi di Alicarnasso, in verità, nel riferire la vittoria di Quinto Fabio Gurgite sui “Sanniti denominati Pentri”, secondo alcuni lascerebbe intendere una esistente e distinta identificazione tribale (294) ma anche lui si riferisce ad avvenimenti successivi al III secolo a.C.
Sicché non pare abbiano torto quegli studiosi (295) - e con essi concorda chi scrive — che ritengono che la differenziazione etnografica del mondo sannitico emerga solo in conseguenza delle guerre con Roma, quando il lungo contrasto bellico ha oramai definitivamente spostato i rapporti di forza a favore della città-stato latina nel suo processo di espansione verso il ricco sud della penisola.
All’epoca cui si riferisce Dionigi di Alicarnasso per individuare singolarmente i Pentri, ad esempio, Roma aveva da tempo posto in atto il suo programma di infiltrazione strategica e di smembramento politico del Sannio e l’aggettivazione di Dionigi è spiegabile perché rapportata ad avvenimenti successivi alla battaglia di Sentino del 295 a.C., quando il sistema unitario safino-sannita era già stato sconvolto e stava franando, così come era franato il ben più grande impero Hittita novecento anni prima, che pure si spezzettò in più centri, sempre hittiti ma indipendenti tra di loro. La divisione tribale e territoriale del Sannio indicata dalle fonti fu sicuramente successiva a quanto generalmente ritenuto perché si produsse solo a partire dal III secolo a.C. in conseguenza della strategia politica e militare romana, già felicemente posta in atto nei confronti dei Latini e degli Etruschi e che verrà ancora replicata nei confronti di altri popoli nei secoli successivi.
Anche volendo ripercorrere gli avvenimenti secondo la cronologia liviana (in parte errata) appare evidente che dopo il capillare accerchiamento del territorio sannita realizzato con la fondazione di colonie latine (fra il 334 ed il 312 a.C. furono dedotte Cales, Fregellae, Suessa Aurunca, Saticula, Interamna Lirenas, Luceria) ed alla fine di un lungo trentennio di intrecci politici, rafforzamento coloniale e preparazione bellica, Roma diede inizio al sistematico smantellamento del Sannio sconfiggendo, una appresso l’altra, le popolazioni di “confine” e costringendole all’allenza: tra il 304 ed il 302 a.C. questo fu il destino dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini, dei Lucani del Sangro, Frentani, Equi e Vestini, a cui Roma sottrasse territori con la deduzione di colonie ad Alba Fucens, Carseoli e Sora; nel 290 l’intera area Sabina interna, fino all’Adriatico, venne conquistata dal Console Curio Dentato e buona parte del suo territorio fu attribuito individualmente a coloni romani; lo stesso per il territorio dei Pretuzi, con la fondazione (forse nel 289) delle colonie di Hatria (Atri) e Castrum Novum (Giu]ianova) mentre, dopo la conquista di Caudio, Roma penetra e si insedia fin nel cuore del Sannio. Con la deduzione della colonia latina di Malventum (nel 268), occupa non solo un centro nevralgico per la successiva espansione verso il sud, posto com’era a cavallo delle vie di comunicazione tra Tirreno ed Adriatico, ma realizza l’atto finale del suo divide et impera a danno dell’odiato rivale italico, realizzando una scissione politica e territoriale tra Pentri ed Hirpini che completa il dissolvimento dell’antico Stato Nazionale sannita che tanto a lungo aveva ostacolato il suo progetto espansionistico verso il meridione.
In definitiva, considerando l’insieme di questi fattori, la ipotesi più logica circa la forma di aggregazione politica dei Safini-Sanniti prima del V - IV secolo a.C., appare essere quella di Adriano La Regina, che intuì la originaria esistenza di uno Stato unitario che solo successivamente all’intervento di Roma finì per essere frazionato. A conforto soccorre anche l’ipotesi di unitarietà fondata sul legame tra grandi clan, se si considera l’assoluta assenza di dati archeologici che ci attestino dell’esistenza di centri di addestramento comuni per i guerrieri safini che pure, tutti insieme, sappiamo partecipavano all’esercito nazionale; oppure di una organizzazione centralizzata per attività artigianali, di commercio e di produzione.
In mancanza di queste strutture centrali, solo la esistenza di "famiglie allargate" perfettamente auto-sufficienti ed organizzate al loro interno - in una società umana omogeinizzata ma non collettivizzata - poteva garantire nuclei autonomi e capaci e, nel momento del bisogno e del richiamo nazionale, di fornire guerrieri, maestranze e prodotti necessari alla causa comune. A volte pochi clan limitrofi, in momento di necessità, potevano celermente ricongiungersi e combattere contro il nemico giunto in avanscoperta, così come spesso poi accadrà nell’Irlanda medioevale o ancora nella Scozia del ‘600.
Una siffatta strutturazione socio-nazionale emergerebbe anche dal sistema militare del Sannio atteso che le fonti ci attestano che i Safini, nella struttura dell’esercito, non adottarono mai lo schieramento oplitico greco o quello della falange etrusca (tipico anche dei Romani arcaici), opliti e falangi che presuppongono sistemi di addestramento centralizzati ed unitari. Invece il sistema “manipolare” attribuito ai Safini-Sanniti si adatta alla perfezione ad un esercito formato da tante bande di guerrieri abituati ad ubbidire al proprio capo che, a sua volta e nell’esercito nazionale, era sottoposto al comandante generale, l’Embratur, nemmeno la notizia liviana della esistenza di una Legio Linteata, con i suoi particolari del giuramento e della speciale formazione, confligge con una tale ipotizzata struttura militare, diversa da quella romana, etrusca ed ellenica.
Il giuramento. così come per i Romani, per i Safini era alla base del potere ed i comandanti, sicuramente vi ricorrevano per garantirsi l’equivalente di quell’imperium con il quale i Consoli di Roma venivano investiti del diritto di vita o di morte sui sottoposti.
La singolantà del riferimento ad una unità militare speciale safina (“la Legio Linteata”) da parte di Livio, parrebbe invece suggerire una usanza inusuale negli eserciti del tempo e tipica dei soli Sanniti laddove, in realtà, l’uso di reparti speciali doveva essere un fenomeno diffuso tra i tanti popoli di origine indoeuropea. Basti considerare, ad esempio, come in riferimento alla battaglia di Talamone del 225 a.C. Polibio descrisse alcuni guerrieri da lui ritenuti, (erroneamente), componenti di una tribù separata (dei Gesetae, letteralmente “uomini con la lancia”) che combattevano separati dagli altri e con un fervore particolare, quasi mistico. Lo storico riferisce che questi Galli avevano ricevuto un addestramento speciale e, indottrinati dai Druidi e separati dal resto della tribù, si erano sottoposti anche loro al giuramento di difendersi a vicenda e di proteggere il capo fino alla morte. La particolare attenzione che lo storico pone nel descrivere caratteristiche della Legio Linteata e gli aspetti rituali della sua costituzione, porterebbero a ritenere che quella formazione di guerrieri (indicata come legione da Livio perché, evidentemente, fece ricorso alla terminologia militare romana) fosse appunto un reparto “speciale”, contraddistinto dagli altri, così come i Geseti lo furono rispetto agli eserciti dei Galli e dei Germani, che pure combattevano in bande e non inquadrati in legioni.
Ora, la singolare corrispondenza tra il corpo scelto di guerrieri “Geseti” ed i “Linteati” Sanniti, ivi compresi i rituali di giuramento, l’uso della lancia o del giavellotto come arma principale di entrambe le formazioni, testimoniano della estrema tradizionalità indoeuropea di un siffatto costume militare che, per i Sanniti, ma anche per altri Italici di lingua Osca, finirà per trovare poi il naturale sfogo nelle bande mercenarie la cui presenza è storicamente accertata a partire dal V - IV secolo a.C. e fino al divieto romano.
In definitiva appare del tutto verosimile che, allorquando la minaccia posta dagli Etruschi e dagli Italioti si presentò come un grande pericolo comune, il mondo Safino si arroccò sulla transumanza e grazie alle sue tante “famiglie allargate” diede vita ad un sistema istituzionale oligarchico-repubblicano fondato sul potere di capi uguali, più facilmente correlabili fra di loro rispetto ad una unione politica di popoli diversi ed indipendenti. Una tale semplificata forma di stato, con i consequenziali accordi di governo, non imponeva trasformazioni sociali che potevano minacciare gli equilibri all’interno di ogni singola comunità, né minavano gli interessi locali delle classi gentilizie o quelli dei capi dei clan. Questi continuarono a detenere il potere sulle loro “famiglie allargate” ed a gestire la ricchezza dei loro armenti e dei commerci, così come avverrà per i nobili dei territori celtici di Inghilterra, d’Irlanda e di Scozia, a partire dal V - VI secolo d.C. e fino all’avvento dei vari regimi monarchici.

 



I due capitoli sono tratti dall'opera di
Massimo P. CAVALLUZZO e Luciano D'AMICO
L'ITALIA SAFINA
DALLA PREISTORIA ALLE FORCHE CAUDINE
EDIZIONI SABINAE - Rieti 2009

 

NOTE

282) Una stele antropomorfa in pietra calcarea, rinvenuta a pezzi nel territorio di Capestrano (AQ) dall’archeologo Giuseppe Moretti nel 1934 e poi ricostruita. Nonostante da oltre 70 anni si cerchi di far luce sull’epigrafe, i risultati sono scarsi e contraddittori. In ogni caso si ritiene che essa raffiguri il “re” Nevio Pumpuledio.

283) Rinvenuta nella necropoli di Comino (CH) ai piedi della Maiella e risalente al VII secolo a.C.

284) A. La Regina, I Sanniti in Italia omnium terrarum parens, in G. Pugliese Caratelli, Milano 1989

285) Libri VII 31,7; VIII 2,3 e IX 11,2

286) Livio IX 20,1

287) Livio X 14,9

288) A. La Regina, Op. Cit.

289) Pubblicato in Samnitice loqui Studi in onore di Aldo L. Prosdocimi, AA.VV. 2006

290) L. Aigner Foresti, "Il federalismo nell'Italia antica" in Zecchini "Il federalismo nel mondo antico" Milano 2005

291) G. Tagliamonte, H. Rix, T. Cornell, L. Caporossi Bolognese

292) M. Fariello Sarno e G. Di Maio, Dinamiche di occupazione antropica nel Sannio caudino, in Samnitice loqui Studi in onore di Aldo L. Prosdocimi, AA.VV. 2006

293) Tesi sostenuta con forza dalla studiosa Micaela Moscheni.

294) Dion. Hal. Storia arcaica di Roma, XVII/XVII,IV,4

295) G. Firpo, D. Musti

 

 

 

La religione dei Sanniti Studi e Ricerche Vastogiradi. Campagna di scavi 2004

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia

ARCHITETTO DAVIDE MONACO