SANNITI

 
Kardiophylakes italici

PRODUZIONE METALLURGICA
E MOBILITÀ NEL MONDO ITALICO

Raffaella Papi

 

La tradizione letteraria dell'antichità sottolinea spesso, tra i tratti salienti e caratteristici delle popolazioni italiche, accanto alla bellicosità e al valore militare, il dinamismo e la mobilità, che si esprimevano, in particolare, nella forma ritualizzata delle primavere sacre.
Si tratta di un fenomeno riscontrabile anche con i dati dell'archeologia e negli ultimi anni, man mano che i cosiddetti popoli italici diventavano finalmente protagonisti dell'indagine storico-archeologica, si sono avute suggestive conferme, provenienti da diversi ambiti di ricerca. Tra le più significative quelle linguistiche ed epigrafiche (1).
In ambito più specificamente archeologico, credo di poter dare un contributo a questo filone di indagine (2), utilizzando alcuni dati della ricerca che mi ha impegnato negli ultimi anni sulla produzione metallurgica di dischi-corazza (3). Dall'analisi tipologica e stilistica emerge, senza ombra di dubbio, la paternità abruzzese, anzi "fucense" di questa straordinaria classe di materiali.
  Corazza sannitica a tre dischi
Corazza sannita a tre dischi
Necropoli di Alfedena - IV secolo a.C.
Inoltre sembra evidente che, come nel mondo italico tra V e IV secolo, la corazza a tre dischi era appannaggio dei cavalieri sanniti, nel VII e VI secolo a.C. un analogo significato distintivo di forte valenza ideologica, connessa alle alte cariche militari, era di pertinenza del disco-corazza.
Si tratta del resto di un messaggio chiaramente leggibile su monumenti straordinari restituiti dal suolo abruzzese, come il Guerriero di Capestrano e il Guerriero di Guardiagrele.
Se l'armamento nell'antichità costituiva una divisa militare con un valore di qualificazione etnica, l'analisi della distribuzione dei dischi di produzione fucense si può prestare ad alcune considerazioni in merito al nostro assunto iniziale.
Nell'affrontare il tema proposto, mi sembra opportuno prendere le mosse da Capracotta. L'immagine che propongo alla vostra attenzione è un documento straordinario sotto diversi aspetti.
Si tratta della foto d'epoca (non disponibile n.d.r.) del corredo di una tomba di guerriero, pubblicata dal De Nino sulle "Notizie degli Scavi" del 1904, unitamente alle informazioni raccolte su un piccolo nucleo di sepolture, rinvenute occasionalmente lo stesso anno in località Le Guastre (4).
Guerriero di Capestrano
Guerriero di Capestrano
Museo Nazionale di Chieti
La testimonianza dimostra la partecipazione di questo settore del Sannio al vasto sistema culturale che investe l'area medioadriatica e nel quale la produzione e il consumo dei dischi-corazza riccamente decorati costituiscono uno degli aspetti più salienti.
Il corredo, andato poi disperso con il commercio antiquario, "... comprendeva due elementi particolarmente significativi sotto il profilo cronologico: la corta spada a stami che nel Piceno viene riferita al Periodo IV A (dal 590 al 525 a.C.) nella classificazione della Lollini ed una fibula di bronzo a ghiande che risponde bene alla
medesima datazione... " (D'Agostino 199O) (5).
Per quanto attiene in modo specifico al problema dei dischi, questo complesso costituisce un caposaldo per la cronologia del gruppo che ho convenzionalmente chiamato "Civitaluparella" dallo esemplare da tempo reso noto da Cianfarani e ne attesta, in modo inequivocabile, in questo ambiente, la pertinenza maschile, connessa al costume militare (6) (fig. 1). La sintassi decorativa geometrica, il gusto del traforo, l'impiego ricorrente del motivo a rotella, collegano stilisticamente il gruppo ad una serie più antica che ho riunito sotto la denominazione "Casacanditella".
  Kardiophilax 01
Fig. 1 - Disco da Civitaluparella
Diam. cm. 22,3 - Museo Nazionale di Chieti
Da questa località, in provincia di Chieti, proviene uno degli esemplari meglio conservati, pervenuto al Pigorini nel 1903 con il commercio antiquario (7) (fig. 2).
Un disco di questo tipo, trafugato da scavatori clandestini, sembra fosse associato al noto vaso di bronzo laminato tardovillanoviano, recuperato nell'area della necropoli di "Le Castagne" di Casteldieri, con tutta probabilità di provenienza veiente e sicuramente mediato dal Fucino (8) (fig. 3).
La circostanza, qualora fosse confermata, avvalora la cronologia da me proposta per il gruppo alla fine dell'VIII secolo a.C.
Le due serie si differenziano, oltre che per la semplificazione dell'ornato nella più recente "Civitaluparella", anche per la lavorazione della lamina, a profilo rettilineo e conico in questa ultima, mentre l'altra presenta la bombatura centrale, caratteristica di tutta la produzione geometrica e geometrica-orientalizzante.
Il momento di passaggio tra i due gruppi è ora testimoniato da un esemplare di Lecce dei Marsi di recente rinvenimento (fig. 4). Proviene da una tomba, in parte manomessa dai clandestini, recuperata dalla Soprintendenza di Chieti, in seguito alla segnalazione dell'Archeoclub della Marsica (9).
  Kardiophilax 02
Fig. 2 - Disco da Casacanditella
Diam. cm. 23 - Roma, Museo Pigorini
Il disco, a sezione conica, ripropone in una forma attardata e sciatta, il vecchio complesso sistema decorativo del "Casacanditella" (10).
Il ritrovamento è importante anche perché costituisce la prima testimonianza documentata di un disco di tipo geometrico nella sua collocazione originaria, sul petto del guerriero defunto, a circa un secolo di distanza dalla notissima tomba
D-IV 388, scavata dal Mariani, relativa alla classe con figurazione centrale di stile orientalizzante.
Le ultime acquisizioni nell'area del Fucino riguardano in particolare Cerchio, località segnalata già dal De Nino per la presenza di una importante necropoli arcaica e per il rinvenimento di dischi di tipo geometrico (11).
Dalla stessa zona provengono due nuove coppie di dischi: una a decorazione geometrica a traforo, ascrivibile al gruppo "Casacanditella", l'altra geometrico-orientalizzante, entrambe recuperate e documentate da Giuseppe Grossi.
  Vaso in bronzo
Fig. 3 - Vaso di bronzo da "Le Castagne"
di Casteldieri - Chieti, Museo Nazionale
Per quanto riguarda i "rinvenimenti" nei musei italiani, presento un disco del Museo di Trieste, proveniente dalla Collezione Sartorio, che mi ha gentilmente segnalato la dott. Grazia Bravar (12).
E' un bell'esemplare, ben conservato, con un fregio animalistico di daini in corsa che si aggiunge alla serie geometrico-orientalizzante (fig. 5).
Sempre nell'ambito della stessa produzione si colloca anche un disco rimasto finora sconosciuto, nel quale mi sono casualmente imbattuta nel corso di una ricognizione nei magazzini del Museo di Napoli.
Si tratta di un pezzo di notevole bellezza, realizzato da un artista che avevo già individuato e al quale avevo attribuito alcuni esemplari caratterizzati dalla predilezione per il motivo delle coppie di cavalli contrapposti e stilizzati, campiti a zig-zag o file di puntini e crocette entro un cerchio (PAPI Dischi corazza... cit., cat. nn. 94-98).
  Kardiophilax 04
Fig. 4 - Disco da Lecce dei Marsi
Diam. cm. 21 - Chieti, Museo Nazionale
In questo caso la decorazione figurata si arricchisce nella zona centrale di un cerchio di anatrelle che sembrano emanare da una raggiera di file multiple di puntini al posto della consueta stella a cinque punte (fig. 6).
Sulla base di strette analogie di tecnica e di stile, per la tipologia dei riempitivi e, in particolare, per la crocetta entro il cerchio che dal campo passa all'interno del corpo degli animali, peraltro notevolmente diversi per il gusto geometrizzante, ho ipotizzato per questo gruppo una dipendenza da una serie presumibilmente più antica, con provenienze da Magliano dei Marsi, da Sulmona, dalla Basilicata (13) (fig. 7).
Il pezzo, che reca una vecchia etichetta con la dicitura "C. Stevens", figura nell'elenco dettagliato e diligente del Gabrici, degli oggetti sicuramente provenienti dalla necropoli e recuperati da Paolo Orsi presso gli scavatori clandestini che imperversavano a Cuma dopo lo Stevens.
  Kardiophilax 05
Fig. 5 - Disco geometrico-orientalizzante
dalla Collezione Sartorio
Diam. cm. 21 - Trieste, Museo Civico
Il Gabrici, che aveva affrontato l’edizione della raccolta cumana con notevole spirito critico e con uno sforzo filologico encomiabile per l’epoca, non esprime alcun dubbio in merito alla provenienza cumana di questo e di altri oggetti (14).
Il documento potrebbe costituire un indizio della presenza in ambiente cumano di un guerriero di rango di origine italica accolto ed in qualche modo integrato,
anticipando già al VII secolo a.C. il fenomeno da tempo osservato di quelle "avanguardie italiche" che spostano notevolmente indietro nel tempo il dinamismo e la mobilità di queste genti (15).
Dato il particolare significato e la specifica valenza ideologica e sociale, si potrebbe anche pensare ad un dono prezioso, il che attesterebbe comunque stretti rapporti di amicizia e di scambio tra le elites di cultura greca della Campania e il ceto militare emergente dell’area "medio­adriatica".
E’ verosimile che questa precoce mobilità abbia interessato non soltanto individui isolati, ma anche gruppi più o meno consistenti di persone, adombrando le caratteristiche "primavere sacre", narrate dagli scrittori antichi.
  Kardiophilax 06
Fig. 6 - Disco da Cuma
Diam. cm. 22,7 - Napoli, Museo Archeologico
A questo proposito merita considerazione l’ipotesi di D. Caiazza che ha attribuito la necropoli di Rocchetta di Pietramelara nel Casertano con circa 140 tombe scavate nel 1830, alla stabile presenza nel casertano di un nucleo considerevole di stirpe sabellica già nel corso del VII secolo a.C.
Non c’è dubbio che "... due scudi di bronzo foderati di ferro sopra le braccia..." e "... l’immagine di un dragone sopra alcuni ornamenti di bronzo..." descritti dai relatori dell’epoca, che lamentavano anche la dispersione del materiale seguita alla scoperta, si riferiscono ad un disco-corazza a decorazione figurata (16).
E non è escluso che il disco del British Museum della Coll. Blacas, acquistato a Caserta nel 1872 provenga proprio da questa necropoli (17). A questo punto andrebbero viste sotto una nuova luce e riconsiderate con un’ottica diversa le notizie registrate in merito alle provenienze di alcuni dischi che già nel XIX secolo apparivano anomale. E’ il caso del no­tevole esemplare della Coll. Neue pubblicato dal Pigorini nel 1895 e riproposto dal Behn nel 1920, a quanto sembra perduto con l’ultima guerra, come proveniente dalla Basilicata e che ho poco prima citato (ved. fig. 7).
  Kardiophilax 07
Fig. 7 - Dischi geometrico-orientalizzanti
da Norcia (Coll. Ancona) e dalla Basilicata
Con il pregiudizio diffuso della scarsa attendibilità quando si tratta di materiali ottocenteschi e nell’ansia di restituire all’Abruzzo la pater­nità dei suoi dischi, avevo registrato il dato di provenienza con uno scetticismo forse eccessivo. Ipotesi che sarebbero apparse azzardate fino a qualche tempo fa, stanno acquistando consistenza alla luce di prove sempre più numerose e significative, ma non per questo dobbiamo ac­cettare acriticamente tutte le notizie che ci sono pervenute dal passato.
La connessione e la pressione dei gruppi sabellici sulla Daunia settentrionale è un fatto ormai acquisito e ampiamente dimostrato per epoche più recenti (18). Del resto le testimonianze di Carlantino, in provincia di Foggia, sulla sponda meridionale del Fortore, appaiono a questo riguardo eclatanti (fig. 8).
Anche qui si tratta di materiali legati alle alte sfere militari che dimostrano la possibilità concreta di un’osmosi e di contatti tra le due aree che possiamo far risalire senza difficoltà al VII-VI secolo a.C (19).
Ma le novità più sensazionali vengono dal territorio abruzzese.
  Kardiophilax 08
Fig. 8 - Frammento di disco "Paglieta"
da Carlantino - Foggia, Museo Nazionale
Si tratta di due complessi che modificano radicalmente il quadro delle nostre conoscenze in merito ai più antichi esempi della classe in questione. Entrambi rinvenimenti occasionali, hanno restituito parte del corredo di due tombe sconvolte, la prima nel maggio del ‘92 dai lavori di costruzione di un capannone nella zona industriale di Bazzano, alle porte de L’Aquila, la seconda nel maggio del ‘93 dai lavori per la posa del metanodotto SNAM "Ciciliano-Vastogirardi", a Prezza, in località Vicenne, non lontano da Sulmona.
Il recupero dei materiali è stato effettuato dall’ispettrice di zona dott. Rosanna Tuteri che me ne ha gentilmente affidato lo studio.


Kardiophilax 09
Fig. 9 - Disco pettorale tipo "Mozzano"
Diam. cm. 24 - Da Bazzano - Chieti, Museo Nazionale
Kardiophilax 10

Fig. 10 - Disco dorsale "Cittaducale"
Diam. cm. 17,5 - Da Bazzano (AQ)
Chieti, Museo Nazionale


Del corredo di Bazzano rimane: (figg. 9, 10, 11).

  1. Coppia di dischi-corazza:

    a) pettorale: disco piatto con chiodi a capocchia sferica lungo il perimetro e rientranze laterali di forma ovale. Sul retro tracce di una fascetta marginale in ferro larga cm 2. Restaurato da diversi frammenti con qualche lacuna. Patina verde. Diam. cm 24. Tipo "Mozzano".

    b) dorsale: disco piatto con chiodi a capocchia sferica piuttosto distanziati. Foro centrale per l’alloggiamento di un chiodo perduto di rinforzo al fodero. Lacune piuttosto estese sul margine. Patina verde. Diam. cm 17,5. Tipo "Cittaducale".

  2. Rasoio lunato frammentario. Mancante del manico e gran parte della lama. E caratterizzato da una linguetta all’attacco del manico. Il dorso ingrossato descrive una curva ad U con un forellino. Lungh. attuale cm 8,5.

  3. Torques frammentario, conservato per metà. Lamina tubolare assottigliata alle estremità con una finissima decorazione incisa di triangolini campiti a tratteggio.

  4. Coppia di gancetti a omega.

  5. Tre bastoncelli in ferro con ingrossamento sferico al centro. Probabilmente elementi finali di una mazza snodata. Alt. cm 8.


Kardiophilax 12
Fig. 12 - Disco pettorale tipo "Villanoviano"
Diam. cm. 24,5 - Da Prezza
Kardiophilax 13

Fig. 13 - Retro disco pettorale
del tipo "Villanoviano"


Il corredo di Prezza comprende: (figg. 12-13-14)
  1. Coppia costituita da:

    a) pettorale: di tipo "Villanoviano" di forma quadrangolare a lati curvi. Fascetta di bronzo, alta cm 1, sul margine interno, fissata con chiodi a capocchia appiattita. Incrinatura verticale. Patina verde. Alt. cm 24,5.

    b) dorsale: tipo "Bolsena", con chiodi distanziati a testa appiattita al margine. Incrinature e piccole lacune al margine. Patina verde. Alt. cm 19,5.

  2. Resti di collana costituita da un filo di bronzo sul quale sono infilati piccoli pendenti a bulla.

  3. Tre anelli di filo di bronzo a spirale. Diam. cm 2.

  4. 12 gancetti a omega.

  5. Piastrina rettangolare di bronzo forata ad un’estremità di dubbia interpretazione. Lungh. cm 6.
               
Gli elementi significativi per stabilire una datazione sono ridotti per il primo complesso a quelli che si possono desumere dalla tipologia del rasoio. Nonostante lo stato frammentario, il pezzo per la particolarità della linguetta, mi sembra vicino al tipo "Esquilino" (20), datato al VII secolo. I rasoi lunati in Abruzzo sono piuttosto rari. Ai vecchi materiali considerati dalla Bianco Peroni vanno aggiunti essenzialmente due esemplari inediti delle tombe 8 e 10 della necropoli "Le Castagne" di Casteldieri. L’associazione con una fibula serpeggiante di bronzo nella tomba 8 permette una datazione alla prima metà del VII secolo.
  Kardiophilax 14
Fig. 14 - Disco dorsale tipo "Bolsena"
Diam. cm. 19,5 - Da Prezza
Chieti, Museo Nazionale
Per quanto riguarda la tipologia, gli esemplari di Prezza e di Bazzano si dispongono perfettamente nella sequenza evolutiva dei dischi, rappresentando anche tutte le tappe significative del percorso che è all’origine della classe:
  1. Tipo Villanoviano-daunio;
  2. Tipo Bolsena;
  3. Tipo Mozzano;
  4. Tipo Cittaducale.

La novità consiste nel fatto che si presentano associati a 2 a 2 e compaiono per la prima volta in Abruzzo, area che sembrava finora recettiva nei confronti della Sabina
Tiberina e di Capena ed essere interessata solo più tardi dalla produzione dei gruppi recenziori "Paglieta" e "Alfedena" (21). Se per i primi due i confronti, allo stato attuale delle conoscenze, riportano all’area etrusco-laziale, la situazione appare più complessa per quanto riguarda il terzo tipo, denominato dal Colonna "Mozzano" da una località alle porte di Ascoli Piceno e che giustamente può essere considerato la chiave di volta della classe con la nota figura centrale dell’animale fantastico di stile orientalizzante. Perduta con l'ultima guerra la coppia di Belmonte Piceno (22) gli esemplari attualmente accessibili sono due coppie al Museo di Ascoli Piceno (23) e uno isolato al Museo di Perugia (24).
  Kardiophilax 15
Fig. 15 - Disco pettorale tipo "Mozzano"
Diam. cm. 23 - Da Mozzano (AP)
Chieti, Museo Nazionale


Kardiophilax 16
Fig. 16 - Disco dorsale tipo "Mozzano"
Diam. cm. 19,5 - Da Mozzano (AP)
Kardiophilax 17
Fig. 17 - Retro disco dorsale
del tipo "Mozzano"


Al museo di Ascoli Piceno:
  1. Coppia da Mozzano (Inv. 647-2144 A/B) (figg. 15, 16, 17).

    a) pettorale: disco leggermente bombato con chiodi a capocchia appiattita lungo il margine. Rientranze laterali di forma circolare aperta. Fascetta in ferro alta cm 2 sul retro fissata da ribattini. L'aggancio alla bandoliera era assicurato in alto e in basso da due piastre in ferro. Una lacuna piuttosto ampia in prossimità di una delle rientranze. Patina verde. Alt. cm 21,6; diam. cm 23.

    b) dorsale: disco in tutto simile al precedente ma di dimensioni leggermente ridotte. Alt. cm 18,4; diam. cm 19,5.


Kardiophilax 18
Fig. 18 - Disco pettorale tipo "Mozzano"
Diam. cm. 25,5 - Da Marino (AP)
Kardiophilax 19
Fig. 19 - Retro disco pettorale
del tipo "Mozzano"


  • Coppia da Marino (Inv. 648-5787 A/B) (figg. 18, 19, 20).

    a) pettorale: disco leggermente bombato con chiodi a capocchia sferica molto ravvicinati lungo il perimetro. Rientranze laterali perfettamente circolari con apertura a canaletto. Sul retro fascetta in ferro alta cm 2. Piccole lacune. Patina verde. Alt. cm 24,5; diam. cm 25,5.

    b) dorsale: disco in tutto simile al precedente, leggermente più piccolo. Qualche lacuna. Patina verde. Alt. cm 22,5; diam. cm 23.
  •                
                   
    Al Museo di Perugia: dalla Coll. Bellucci (Inv. 468). Provenienza sconosciuta (figg. 21, 22).

    Disco dorsale con rientranze di forma perfettamente circolare, con aperture a canaletto e chiodi a capocchia sferica piuttosto distanziati lungo il margine. Profilo piuttosto bombato. La fascetta posteriore è in bronzo. Patina verde. Diam. cm 24,5.

    Gli esemplari di Bazzano, Mozzano, Perugia e Marino differiscono solo per la forma delle rientranze laterali.
      Kardiophilax 20
    Fig. 20 - Disco dorsale tipo "Mozzano"
    Diam. cm. 23 - Da Marino (AP)
    Ovali nel disco pettorale di Bazzano, circolari con l'estremità molto aperte nella coppia di Mozzano e nel dorsale di Perugia, circolare con canaletto nella coppia di Marino.
    Per il pezzo di Perugia appare più che plausibile la possibilità di una provenienza dal Fucino, tenuto conto della vera e propria incetta di materiali, tra cui ben trentacinque dischi, operata dal Bellucci alla fine del XIX secolo.


    Kardiophilax 21
    Fig. 21 - Disco dorsale del tipo "Mozzano"
    Diam. 24,5 - Coll. Bellucci
    Kardiophilax 22
    Fig. 22 - Retro disco dorsale
    del tipo "Mozzano"


    Dalla dislocazione delle testimonianze sembra chiaro che l'irradiamento di questi elementi sia avvenuto attraverso l'area teramana, ved. Civitella del Tronto (25), in direzione dell'ascolano (26), che appare in questo momento largamente partecipe delle manifestazioni culturali 'medioadriatiche'. Basti pensare alle attestazioni della lingua paleosabellica o sudpicena che dir si voglia (27).
    Inoltre la coppia di Prezza, costituita dal pettorale di tipo "Villanoviano" e dal dorsale tipo "Bolsena" ci permette di avanzare l'ipotesi che tutto il percorso evolutivo della classe possa essere avvenuto nell'area 'medioadriatica', nell'ottica di un'osmosi profonda con la Sabina Tiberina e quindi con Capena.
    Indicativa a questo proposito mi sembra la presenza ad Aielli, proprio nella zona del Fucino, di una coppia di fabbricazione capenate dalla quale fino a poco tempo fa sembravano dipendere i gruppi recenziori "Paglieta" e "Alfedena" (28). La comparsa della decorazione figurata sarà avvenuta invece più o meno contemporaneamente nelle due versioni principali, quella capenate e quella medioadriatica.
    A Capena si afferma l’iconografia caratterizzata da un mostro formato da due avancorpi di felino, accompagnato a volte nell’esergo da un animale più piccolo dello stesso tipo, a corpo unico e con una seconda testa sulla coda.
    Quest’ultima figura viene di solito riproposta sul disco dorsale (29). In area abruzzese lo schema compositivo prevede sempre un’unica figura al centro del disco sia dorsale che pettorale.
    L’iconografia canonica - un quadrupede a testa di uccello con un analoga testa all’estremità della coda - è rigorosamente coerente in tutti gli esemplari conosciuti a partire da quelli incisi sulla stele di Guardiagrele (fig. 23). Questi, sulla base della tipologia delle rientranze laterali a canaletto, costituiscono fino a questo momento la più antica testimonianza nel territorio abruzzese del gruppo chiamato "Numana".
    Non c’è dubbio che l’immagine mostruosa, alla quale dovevano riferirsi racconti mitici e antiche credenze religiose, comuni alle genti sabelliche, e che assume aspetti diversi a
      Stele da Guardiagrele
    Fig. 23 - Stele da Guardiagrele
    seconda degli ambiti territoriali, non sia un fatto puramente decorativo, ma abbia rivestito una forte valenza apotropaica e profilattica.
    Il raddoppiamento del corpo simboleggia la concentrazione della forza e della potenza in un essere demoniaco che doveva evidentemente presiedere all’attività fondamentale e distintiva del possessore del disco: la guerra.
    Una impressionante testimonianza di questa funzione credo si possa leggere nell’esemplare della tomba 17 di Pitino di San Severino, esposto al Museo di Ancona (30) (fig. 24).
    In alto, un personaggio maschile itifallico sovrintende, in veste di "despòtes ippòn", al dramma che si sta consumando al centro della rappre­sentazione. Un mostro a doppio corpo di cavallo incombe su un nemi­co abbattuto sul quale esercita il massimo della violenza prevista per i vinti, attraverso tutti i tempi e in tutti i paesi, fino ai giorni nostri e cioè quella sessuale.
      Disco da Pitinio di San Severino
    Fig. 24 - Disco da Pitinio di San Severino
    Ancona, Museo Archeologico
    E’ difficile dire se si tratti di una scena simbolica, comunque evocan­te antichi costumi e rituali atavici, oppure di una reale possibilità, che si poteva verificare sullo scorcio del VII secolo a.C.
    E un fatto che la potenza sessuale chiaramente espressa nel perso­naggio in alto, che va identificato con il possessore del disco, va di pan passo con un’idea di virilità nella quale entrano in gioco contestual­mente la forza e il coraggio in combattimento.
    Così il guerriero defunto assomma in sé, al massimo grado, entram­be queste capacità, conseguendo una sorta di eroizzazione come coro­namento ideale di una vita di potere e di prestigio.
    Del resto i complessi di appartenenza, soprattutto le ricchissime tombe orientalizzanti di Pitino di San Severino, confermano ampiamente il rango principesco che connota le deposizioni. È un fatto distintivo dell’area marchigiana la presenza contemporanea di coppie sia a decorazione geometrica che figurata, di grande impegno narrativo, in tombe sia maschili che femminili.
    La produzione è ben caratterizzata da alcune particolarità tecniche e stilistiche e dalla possibilità di realizzazioni più libere e fantasiose, mentre quella abruzzese appare fortemente tradizionalista e coerente, nella quale l’apporto individuale di singole personalità artistiche emergenti sembra sempre inquadrato in una "scuola" e non uscire dai binari di una rigorosa tradizione di "bottega".
    Anche per questo ritengo che il gruppo "Numana" vada riferito all’Abruzzo, che ha
      Stele da Guardiagrele
    Fig. 23b - Stele da Guardiagrele
    Chieti, Museo Nazionale
    oltretutto restituito testimonianze importanti come quelle di Guardiagrele e di Tocco Casauria, in cui appare, come un minuscolo "despòtes ippòn" una figurina umana schematica con le braccia aperte (31).
    Sono compresi per ora nell’ambito del gruppo oltre all’esemplare frammentario di Magonza edito dal Behn e di cui poco si può dire, il pezzo del British Museum, per il quale ho prima avanzato l’ipotesi che proven­ga dalla necropoli di Rocchetta di Pietramelara nel Casertano, e infine un disco al Museo di Trieste per il quale i vecchi editori riportano, dubitativamente, la provenienza da Pisa (fig. 25). Dopo un’approfondita indagine gentilmente condotta dalla dott. Grazia Bravar, il problema resta sostanzialmente aperto (32).
    Se effettivamente rinvenuto a Pisa, avremmo una testimonianza analoga a quella di Caere, per la quale, come per Aleria, è stata invocata la presenza di guerrieri di alto rango, capi mercenari, originari dell’area medio-adriatica, precocemente in movimento nella penisola italiana (33).
    La provenienza da Numana della coppia eponima ha destato in passato qualche sospetto, in considerazione della dubbia Luna del raccoglitore Rilli, medico condotto, che sullo scordo del XIX secolo operò un vero e proprio saccheggio nella zona, non disdegnando anche scambi o acquisti con altri raccoglitori e commercianti dell’epoca.
      Kardiophilax 25
    Fig. 25 - Disco pettorale tipo "Numana"
    Diam. cm. 23,2 - Trieste, Museo Civico
    Sembra invece attendibile la provenienza da Camerano, località contigua a Numana, del disco isolato nel Museo di Bologna, appartenente al gruppo "Alfedena", per il quale la paternità abruzzese è fuori discussione, e che attesta, senza ombra di dubbio, la presenza di un capo guerriero proveniente dall’area sabellica (34).
    Analogamente potrebbe spiegarsi la coppia di Numana, oggi nei magazzini del Museo di Ancona, qualora ne fosse confermata l’effettiva pertinenza numanate (ved. foto 01 e 02).
    È verosimile che questi individui, fortemente caratterizzati come militari, non si siano mossi isolatamente, ma che abbiano avuto un seguito più o meno numeroso di gregari, e che si siano attestati ed integrati più o meno violentemente nelle zone che avevano inizialmente raggiunto per le operazioni belliche, secondo un copione ampiamente collaudato più tardi, come riferiscono gli storici antichi.


    da Moretti 1936
    Foto 01 - Disco pettorale tipo "Numana"
    Numana - Ancona, Museo Archeologico
    da Moretti 1936
    Foto 02 - Disco dorsale
    Numana - Ancona, Museo Archeologico


    Forse in questa direzione va cercata anche la spiegazione della testa di Numana, in realtà di Sirolo, scultura prettamente italica, totalmente isolata nell’ambito marchigiano e perfettamente integrabile nelle testi­monianze abruzzesi (35).
    In quest’ottica si potrebbe spiegare anche la stretta analogia tra la stele paleosabellica di Bellante rinvenuta nel XIX secolo dal Guidobaldi e oggi al Museo Nazionale di Napoli e la stele inscritta di Belmonte Piceno. Né va dimenticato che proprio dalla tomba del Duce di Belmonte Piceno proviene la coppia di dischi andata perduta con l’ultima guerra appartenente al gruppo "Mozzano" (36). Ad ogni modo è impressionante la concentrazione in alcune zone delle Marche di elementi culturali qualificanti al massimo grado l’ambiente abruzzese.
    Ma non solo la guerra entra in gioco nel complesso rapporto tra le varie comunità dell’Italia antica, ma sembra anche di poter individuare una "politica matrimoniale" tra le elites sociali emergenti di ambiti territoriali profondamente diversi.
    Il fenomeno è stato recentemente messo a fuoco da Giovanni Co­lonna per Caere/Praeneste da una parte, il Piceno e l’area medio-adriatica dall’altra (37).
    Il disco di Cerveteri a Bruxelles presentato in questo lavoro trova un confronto puntuale col maggiore di una coppia rinvenuta a Santa Scolastica di Norcia nel secolo scorso e illustrata da Guardabassi («Not. Sc.» 1880, Tav. II, n. 17).
    Allo stesso gruppo si riferiscono, oltre alla coppia di Bevagna, anch’essa edita dal Guardabassi («Not. Sc.» 1880, Tav. II, n. 19), alcuni esemplari da Colfiorito della Coll. Bellucci, esposti al Museo di Perugia (38).
    Alla serie si può aggiungere un inedito disco della Collezione Gorga al Museo Nazionale Romano (fig. 26).
      Kardiophilax 26
    Fig. 26 - Disco della Collezione "Gorga"
    Diam. cm. 28,7 - Museo Nazionale Romano
    Questi esemplari, nei quali credo si possa riconoscere la produzione umbra, sono caratterizzati da una decorazione esclusivamente geometrica che prevede un esuberante impiego di borchiette sbalzate disposte in cerchi concentrici o a zig-zag, mentre la zona centrale è occupata da un motivo di borchie più grandi, ciascuna circondata da un giro di puntini punzonati, disposti a croce e intercalati da borchie più piccole disposte a triangolo.
    Analogie strettissime si riscontrano in alcuni dischi del Piceno come quelli di Sirolo e del Museo Oliveriano di Pesaro (39). Quelli delle tombe a circolo di Tolentino e di Moie di Pollenza sono caratterizzati anche dall’impiego del motivo a zig-zag in posizione preminente, realizzato però con una sottilissima linea incisa a tremolo. La stessa tecnica che contraddistingue i più recenti dischi di Pitino.
    Già Annibaldi aveva richiamato l’attenzione sul collegamento che si stabilisce tra le Marche e l’Umbria sulla base dell’architettura funeraria delle tombe a circolo, presenti a Tolentino e a Moie di Pollenza da una parte e a Terni, nella necropoli delle Acciaierie dall’altra. Ulteriore elemento di comunanza sono le stele segnacolo (40).
    La presenza di analoghe stele a ridosso dei circoli documentata di recente a Scurcola Marsicana, nella zona del Fucino non sarà senza significato. Come la scoperta e lo scavo tuttora in corso del tumulo di Corvaro di Borgorose nel Reatino, il cui impianto risale al IX secolo, in sincronia con le attestazioni di Terni (41).
    E’ un fatto che al di là delle differenziazioni regionali tutte queste località sono accomunate dall’uso dei dischi che assume il ruolo di un vero e proprio fossile guida, elemento importante di identificazione della comune matrice italica per i raggruppamenti etnici dell’Italia centrale e medio-adriatica.
    Il territorio umbro appare aperto a diverse esperienze, in strettissimo rapporto con l’area marchigiana e con significativi contatti con quella abruzzese.
      Anfora d'impasto
    Fig. 27 - Anfora d'impasto
    da Fabbrecce "Not. Sc." 1902
    Firenze, Museo Archeologico
    In questo quadro si integra senza difficoltà il vecchio disco della Collezione Ancona, tra i più belli e complessi della serie geometrico-orientalizzante, per il quale avevo avanzato precedentemente qualche riserva (ved. fig. 7) e i due geometrici dal lago Trasimeno.
    Se il collegamento in questo settore era rappresentato dalla Conca Reatina che doveva costituire il ponte tra il Fucino e la Conca Ternana, lo snodo fondamentale delle comunicazioni tra le Marche e l’Umbria era costituito da Colfiorito di Foligno, nota già in passato per una cospicua documentazione di dischi.
    Dagli scavi recenti, promossi dalla Soprintendenza Archeologica dell’Umbria, provengono alcuni dischi di tipo geometrico, trovati in contesti femminili di VII secolo, per i quali è stata ipotizzata la provenienza abruzzese, nell’ambito di pratiche matrimoniali esogamiche (42). Si tratta in realtà di pezzi di non grande impegno, realizzati con strumenti analoghi a quelli in uso nell’area fucense, ma con significative differenze nell’organizzazione e nella scelta dei motivi. Propenderei perciò ad attribuirli ad una bottega locale.
    Un’importante riferimento al Piceno è costituito dalla tomba di Fabbrecce di Città di Castello (43). Gli elementi costitutivi di questo corredo sono esemplari.
    L’armamento, con il caratteristico elmo a cappello, è quello originano dell’area marchigiana mentre il patrimonio dei bronzi riporta, come di consueto, all’area etrusca.
    Ma è l’anfora d’impasto, a mio avviso, il pezzo più significativo e denso di implicazioni (Fig. 27). Sui due lati del collo è rappresentato con la tecnica a excisione un quadrupede mostruoso con una testa vagamente ornitomorfa che si ripete all’estremità della coda.
    La concezione è assolutamente analoga a quella che abbiamo visto affermata sui bronzi medioadriatici, e non va omologata, a mio avviso, con il repertorio animalistico più o meno fantastico della ceramica d’impasto.
    Il discorso che ho cercato di sviluppare può apparire unilaterale ed è certamente riduttivo, limitato com’è ad una sola classe di materiali, per quanto siano qualificanti per l’appartenenza etnica e la fisionomia culturale delle popolazioni italiche. Lo scenario che si prospetta è molto più complicato e vario di quanto si potesse immaginare. Emerge un quadro dell’Italia antica in cui interagiscono individui e gruppi profondamente diversi tra loro. Si tratta di rapporti di tipo "politico" che legano, in una complicata rete di scambi e di contatti i ceti sociali emergenti nella penisola italiana nel corso del VII e VI secolo a.C.

     

    Addendum.
    Il disco tipo "Numana" citato alla nota 31 proviene dalla loca­lità "Noce della Terra", in territorio di Pescosansonesco (PE). Fu rinvenuto alla fine dell’ ‘800 e recuperato da Pierluigi Calore: ved. G. DE PETRA - P. L. Calore, Interpromium e Cei , Atri, 1900, p. 36.
    Nelle more della stampa ho avuto notizia di due recenti articoli su ritro­vamenti di dischi-corazza: G. TOMEDI, Zu einen Bemerkenswerten Paar von Pan­zerscheiben aus Pitino San Severino Marche, "Mitt. d. Anthropol. Gesellsch. Wien" CXXIII/CXXIV, 1993/94, pp. 259-276; ID., Ein Fragment einer abruzzesischen Panzerscheibe aus dem Hallstattzeitlichen Depotfund von Fliess, Nordtirol, "Archaol. Korrespondenzblatt" XXIV, 1994, pp. 49-60, di cui non ho potuto tenere conto nel presente lavoro.


    Tratto da "LA TAVOLA DI AGNONE NEL CONTESTO ITALICO. Lingua, storia, archeologia dei Sanniti." Convegno di studio - Agnone 13-15 Aprile 1994 - Cosmo Iannone Editore - Isernia 1996



    DISEGNATORI

    • Figg. 01 e 02 - Rilievo C. Miceli
    • Fig. 03 - Rilievo Pennacchioni
    • Fig. 04 - Rilievo M. Pietrangeli
    • Fig. 05 - Rilievo G. Righi
    • Figg. 09, 10, 12, 13 e 14 - Rilievo S. Notarmuzi
    • Figg. 06, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21 e 22 - Rilievo G. Grossi
    • Figg. 24 e 26 - Rilievo C. Miceli
    • Fig. 25 - Rilievo G. Righi




    NOTE

    1) AA.VV., Rapporti linguistici e culturali tra i popoli dell’Italia antica, a cura di E. Campanile, Pisa, 1991. Si veda in particolare, A. PONDRANDOLFO, Un’iscrizione posidoniate in una tomba di Fratte di Salerno, in «AION» IX, 1987, p. 55 ss.

    2) G. COLONNA, La Sicilia e il Tirreno nel V e IV secolo, «Kokalos» XXVI-XXVII, 1980-81, p. 175 ss., R. PAPI, in Antica Terra d’Abruzzo, L’Aquila, 1990, p. 191.

    3) R. PAPI, La necropoli di Alfedena e la via d’acqua del Sangro, in "Il Territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo nell’antichità", Atti del Convegno, Villetta Barrea, 1987, p. 137 ss.; EAD., La produzione metallurgica in area fucense tra VII e VI secolo a. C., in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichita, Atti del Convegno, Avezzano, 1989, p. 238 ss.; EAD, L’Abruzzo settentrionale tra VIII e V secolo a.C., in Antica Terra d’Abruzzo, L’Aquila, 1990, p. 107 ss., EAD., Dischi-corazza abruzzesi a decorazione geometrica nei musei italiani, in Tyrrenica, II, Roma, 1990.
    I risultati di questo lavoro al quale mi sono dedicata a partire dal 1981 sono stati anticipati e divulgati dall’amico Giuseppe Grossi, che ha proficuamente collaborato con le sue ricerche sul territorio, in importanti contributi locali come: Alla ricerca delle origini dell’uomo marso..., in "Provincia", I, n. 2, Avezzano, 1986, in cui si anticipa la carta di distribuzione.
    In AA.VV., Storia di Ortucchio, Roma, 1985, p. 98 ss. appaiono alcuni grafici, realizzati per il volume Dischi-corazza, cit., utilizzati da M. Micozzi, in "Prospettiva", 49, 1987, pp. 47-52.
    Limitare la ricerca ai musei italiani è stata per me una scelta obbligata. La ricognizione, l’autopsia e i rilievi grafici e fotografici dei materiali conservati nei musei stranieri avrebbero comportato una spesa assolutamente insostenibile, dati i magri finanziamenti erogati dall’Università (fondi 60% per la ricerca scientifica).

    4) A. DE NINO, «Not. Sc.» 1904, p. 400. Il grande archeologo abruzzese fu il primo ad intuire la reale funzione dei dischi di Alfedena, in netta opposizione con la scienza ufficiale rappresentata dal Pigoni che pensava a falere equine: ved. relazione inedita letta da E. Mattiocco al convegno di Civitella Alfedena, in PAPI, Dischi-corazza, cit., nota 11.
    Sulla base di questa foto ho avuto la fortuna di rintracciare - a distanza di quasi un secolo! - i dischi di Capracotta esposti al Museo di Castel Sant’Angelo, ove erano pervenuti alla fine degli anni ‘40 con il commercio antiquario, senza nessuna indicazione di provenienza.
    L’identificazione è stata possibile, oltre che per l’identità della decorazione e del rapporto di grandezza tra i due dischi, per l’andamento della lacuna sul margine del più piccolo, che coincide perfettamente con quello della foto. Non ho trovato traccia, invece, del resto del corredo.
    I frammenti di lamina al centro della foto, generalmente interpretati come un cinturone, sono a mio avviso, i resti di una bandoliera (cfr. PAPI, La Necropoli di Alfedena, cit., fig. 38). Il De Nino fu tra i primi a comprendere l’importanza della documentazione fotografica e del rilievo non solo degli oggetti ma anche dello scavo archeologico. Lo scopritore di Corfinio e Alfedena, il fondatore del Museo Civico Aufidenate e del Museo Peligno di Sulmona è ancora oggi, nonostante alcune iniziative meritorie (ved. Memoria e Scrittura Antonio De Nino, Mostra Documentaria nell’80° della morte, a cura di E. Mattiocco e G. Papponetti, Sulmona, 1987; AA.VV., La Figura e l’Opera di Antonio De Nino, Atti del Convegno di Castelvecchio Subequo, 1987), inspiegabilmente sottovalutato; ved. ad esempio F. PARISE BADONI - M. RUGGERI GIOVE, Alfedena. La necropoli di Campo Consolino. Scavi 1974 - 1979, Chieti, 1980, nota 1, ove la fondazione del museo Aufidenate viene erroneamente attribuita a Vincenzo De Amicis e l’ordinamento dei materiali a Lucio Mariani. In realtà il De Amicis, all’epoca sindaco di Alfedena ed esponente di una delle famiglie più cospicue e potenti della zona, soppiantò per meschina invidia il De Nino nelle ultime campagne di scavo nella necropoli, con l’appoggio del fratello Mansueto, all’epoca ministro delle Poste. Il Mariani fu inviato a tirare le somme della pubblicazione finale alla quale attendeva da tempo il De Nino, in virtù della sua strettissima amicizia personale con Felice Barnabei, abruzzese di Castelli e potentissimo direttore generale delle Antichità e degli Scavi (ved. in proposito le osservazioni della figlia Margherita in: Le memorie di un archeologo, di Felice Barnabei, a cura di Margherita Barnabei e Filippo Delpino, Roma, 1991).
    Gli ultimi anni di vita del De Nino furono profondamente amareggiati dall’ostilità del Barnabei che riuscì ad impedire la pubblicazione di una memoria su Alfedena, purtroppo andata perduta con le vicende dell’ultima guerra, insieme alla documentazione di grandissima parte della sua attività, e nella quale erano poste in discussione alcune ipotesi del Mariani. In particolare veniva criticata l’identificazione con il moderno paese di Alfedena dell’Aufidena romana, che oggi tutti gli studiosi concordente riferiscono a Castel di Sangro, in accordo con il De Nino.
    Per queste vicende e anche per il ruolo rivestito da Giulio De Petra, abruzzese di Casoli e successore di Giuseppe Fiorelli alla direzione del Museo di Napoli ved. Archivio Centrale dello Stato, III versamento; per una ricostruzione della storia degli scavi di Alfedena ved. PAPI, La necropoli..., cit.

    5) Sannio, Pentri e Frentani dal VI al I secolo a. C., Catalogo della Mostra, Roma, 1980, p. 22 ss., Samnium. Archeologia del Molise, a cura di S. Capini e A. Di Niro, Roma, 1991, p. 62.

    6) V. CIANFARANI, Antiche Civiltà d’Abruzzo, Catalogo della Mostra, Roma, 1969, p.18; In., Culture Adriatiche d’Italia. Antichità tra Piceno e Sannio prima dei Romani, Roma, 1970; In., Convergenze e divergenze di culture abruzzesi nell’età del ferro, in Introduzione alle Antichità Adriatiche, Chieti, 1975, p. 46; ID., Culture arcaiche dell’Italia Medioadriatica, in «PCIA» V, 1976, p. 91, Tav. 78.

    7) R. PAPI, Dischi-corazza..., cit., cat. n. 5; la proposta dei vari raggruppamenti è in Antica Terra..., p. 187 ss. e in Il Fucino..., p. 238 ss.

    8) Informazioni raccolte dall’Archeoclub della Marsica. La necropoli di "Le Castagne", nel territorio di Casteldieri e Castelvecchio Subequo è in stretto rapporto di interdipendenza con il centro fortificato di Colle Cipolla, un’altura a 900 mt di quota in prossimità di Forca Caruso, punto di passaggio obbligato tra l’area peligna e il Fucino. Gli scavi regolari condotti nel 1987 da V. D’ERCOLE della Soprintendenza Archeologica di Chieti hanno messo in luce una decina di tombe databili nell’ambito del VII secolo: ved. PAPI, Antica Terra, ..., cit., p. 124; MATTIOCCO, Il territorio superequano prima di Roma, Sulmona, 1983.
    Due tombe, una maschile (t. 10) e una femminile sono esposte al Museo di Chieti. Cfr. PAPI, La necropoli..., cit., fig. 38.
    Frammenti di un disco corazza del gruppo ‘Alfedena’ sono stati recuperati dal Gruppo Archeologico Superequano in prossimità della cinta fortificata, dal terreno di risulta di uno sbancamento operato per la costruzione del metanodotto Ciciliano-Vastogirardi.
    I frammenti consegnati alla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo nell’ottobre del ‘92 sono attualmente irreperibili.

    9) La tomba scavata da Vincenzo D’Ercole nel 1990 conteneva oltre al disco una specie di mazza snodata costituita da un’impugnatura di ferro, ageminata in bronzo, alta 10 cm. dalla quale pendevano alcune catenelle con un’ingrossamento alle estremità.

    10) Cfr. E. REEDER WILLIAMS, The archaeological Collection of the Johns Hopkins University, Baltimore-London, 1984, p. 46 s., n. 31.

    11) DE NINO, «Not. Sc.» 1897, pp. 427-428.

    12) Il conservatore del Museo di Trieste, dott. Grazia Bravar, mi comunica che il disco (Inv. S. 841) faceva parte della Collezione Sartorio, acquisita nel 1910. La raccolta di vasi antichi ereditata dal nonno Carlo D’Ottavio Fontana e da lui ulteriormente arricchita è pubblicata da B. M. Scarfì in C.V.A.
    La registrazione dell’epoca recita: «Bronzo. Coperchio di cista o di situla, ombelicato adorno di borchie e penne a sbalzo, di dentelli incisi e di coppie di anelli concentrici pure incisi, di una zona di animali fantastici e di un giro di denti di lupo punteggiati compresi con fasci di lineole graffite. Nel mezzo un bottone con perno ribadito da cui si dipartono i raggi punteggiati di una stella. All’orlo tre bottoni corrispondenti nella pagina inferiore agli anelli della cerniera, ed al lato opposto due chiodi con capocchia rotonda ribaditi. Diam. 0.207. Coll. Sartorio, n. inv. 58 ».

    13) PAPI, Dischi-corazza..., cit., p. 24.

    14) GABRICI, «MAAL» 1913, c. 86/87: «... Tav. XXXIX, 2. Centro di scudo, fatto di sottile lamina di bronzo lavorata a sbalzo e divisa in zone concentriche; i forellini circolari erano attraversati da chiodetti, pei quali la lamina era saldata ad una fodera (legno, cuoio?) aderente alla faccia posteriore. L’umbone si sviluppa sopra un piano circolare più elevato, ed è decorato con fasci di linee distribuite a raggi intorno ad un disco con bullette sbalzate.
    Nelle zone successive questa decorazione si alterna con giri di bolloncini a rilievo e di bastoncelli inclinati ». c. 66/67: «... Devo avvertire, che lo Stevens introdusse tra i suoi oggetti preistorici alcuni pezzi, che antiquari o scavatori clandestini gli portavano a vendere. Di ciò mi assicura Lubrano, il quale, da me invitato a riguardare la collezione dello Stevens, escluse recisamente la provenienza cumana di alcuni oggetti, che io per altra via ero riuscito a mettere da parte. Fra gli oggetti spurii inclusi una spada ad antenne, delle ascie, delle fibule, e quel pugnale di bronzo a lama triangolare, che è di una età anteriore a quella del sepolcreto preellenico ». Si tratta di oggetti riferibili all’ambiente adriatico che in realtà non sono del tutto assenti nella documentazione campana. Utili indicazioni ho avuto nel corso della mia ricerca al Museo di Napoli da Claude Livadie. Ringrazio il dott. De Caro e la dott. Lista per la cortese disponibilità.

    15) G. COLONNA, La Sicilia e il Tirreno nel V e IV secolo, in «Kokalos» XXVI-XXVII, 1980-1981, 157-183.

    16) D. CAIAZZA, Archeologia e storia del Mandamento di Pietramelara e del Montemaggiore, I. Preistoria ed età sannitica, Pietramelara, 1986.

    17) G. COLONNA, "Su una classe di dischi-corazza centro-italici", in Aspetti e Problemi dell’Etruria Interna, Atti Orvieto, 1974, Tav. XLVII, a; P. CONNOLLY, "Notes in the development of breastplates in Southern Italy", in Italian iron age artefacts in the British Museum, 11, p. 117 fig. 7b.

    18) A. BOTTINI, "Cinturoni a placche dell’area melfese", in «AION» (arch) V, 1983, pp. 33-64; Id, Uno straniero e la sua sepoltura: la tomba 505 di Lavello, «DArch» III, 3, 1985, pp. 59-68.

    19) G. DE BENEDITTIS, "Considerazioni storico-topografiche sull’Alta Valle del Tammaro", in Atti del Convegno, Santa Croce del Sanino 1988; Larinum e la Daunia Settentrionale, «Athenaeum» LXV, 1987, p. 516 ss.

    20) V. BIANCO PERONI, I rasoi nell’Italia continentale, «PBF» VIII, 2, Monaco, 1979, Tav. 107, E: Tav. 85, 1053.

    21) G. COLONNA, Gli scudi bilobati dell’Italia Centrale e l’Ancile dei Salii, in «Arch. Cl.» XLIII, 1991, fig. 48; Id., Su una classe.., cit, in Atti Orvieto, 1974.

    22) I. DALL’OSSO, Guida illustrata del Museo Nazionale di Ancona, Ancona, 1913, p. 121. Per la stele inscritta ved. «Not. Sc.» 1903, fig. p. 104.

    23) G. GABRIELLI, «Not. Sc.», 1877, pp. 89-90: "Oltre il decimo miglio della strada provinciale che da Ascoli si dirige verso i monti, e che conserva il nome e l’andamento dell’antica via Salaria, si trova alla destra del Tronto una valle aperta e ben coltivata, sul cui limite occidentale si solleva una nuda roccia di travertino, e su questa il villaggio detto Paggese. A breve distanza troneggia il Luco, antico castello feudale dei Ciucci, edificato anch’esso sopra una sporgenza di roccia, e dai quali si domina tutta la valle.

    Paggese e Luco sono derivazioni dal latino pagus e lucus...
    Infatti da Ascoli ad Arquata spesseggiano avanzi romani, singolarmente nelle vicinanze di Acquasanta, ove scaturiscono le famose acque termali, frequentatissime anche oggidì...
    In prossimità di Mazzano, villaggio a 4 miglia da Ascoli, furono scoperti da breve tempo oggetti simili, tra cui si notano 2 lamine ovali di bronzo che differiscono soltanto in grandezza, trovate sovrapposte l’una sull’altra. Esse hanno all’ingiro una serie di chiodetti in bronzo, e nello interno tracce di ferro e di legno, onde si può credere che siano state umboni di scudo. E’ singolare come dal mare a Ascoli prevalga un genere di ornamenti, mentre da Ascoli ai monti ne prevale un altro.
    Le armille a nodi, frequentissime verso il litorale, cessano nella regione montuosa: nella prima profusione di gingilli, nella seconda pochi pendagli a baccello, e sobrietà di ornamenti secondo l’indole del montanaro: le armi sole si somigliano...".

      Tacquino Gabrielli
    Tacquino Gabrielli con il disegno
    dei dischi di Marino del Tronto

    La seconda coppia del Museo di Ascoli per la quale la letteratura archeologica registra l’errata provenienza da Cupra Marittima è descritta e riprodotta in un taccuino da Gabrielli: "Dischi in lamina di bronzo con foro semicircolare ed apertura verso la circonferenza alle 2 estremità del diametro circondato internamente da un cerchio di ferro, ribadito all’esterno con chiodetti di bronzo a testa rotonda eseguiti in getto e che si ripetono anche intorno ai fori. Il più grande ha il diam. di 0,25, il più piccolo 0,22. I chiodetti del primo sono 34, quelli del secondo 32. Provenienza dal Marino? hanno i nn. [vacat] e sono stati acquistati pel Museo di Ascoli ove se ne conservano altri esemplari. Gli altri bronzi delineati superiormente benché acquistati dallo stesso venditore, non mi sembrano accompagnare i dischi i quali sono stati battezzati per falere da cavallo".
    G. Gabrielli, Il museo di Ascoli Piceno e le sue raccolte, Ascoli Piceno; U. LAFFI, Ricerche antiquarie e falsificazioni ad Ascoli Piceno nel secondo ottocento, in Asculum II, tomo II, Pisa 1981; N. LUCENTINI, Le strade nelle Marche. Il problema nel tempo, in «Atti e Memorie D.S.P.M.» LXXXIX-XCI, (1984-86), Ancona, 1987, p. 437 s.
    Ringrazio Nora Lucentini per le utili informazioni in merito alla provenienza dei dischi di Marino del Tronto e la dott. Motti della Biblioteca Civica di Ascoli Piceno, che mi ha gentilmente fornito la foto del taccuino Gabrielli.

    24) G. COLONNA, Su una classe..., cit., tav. XUII.

    25) GUIDOBALDI, «in Not. Sc.», 1883, p. 212 s. (inserito dal Colonna nel gruppo "Capena", cfr. G. Colonna, in «Arch. Cl.» X, 1958, p. 77, n. 4): "Il barone Domenico De Guidobaldi acquistò un disco di bronzo, rinvenuto da un contadino nel territorio di Ci­vitella del Tronto. Il disco ha cent. 23 di diametro, e presenta nel campo un mostruoso animale a due teste. Tutta la periferia del disco è adorna di bottoni equidistanti fra loro, che sono impernati e saldati in una fascia, che è posta nell’interno...".

    26) Le acute osservazioni del Gabrielli sulle differenze culturali tra il settore montano di Ascoli e quello costiero sono pienamente condivisibili ancora oggi. I materiali della importante necropoli di Colle Badetta di Tortoreto scavata nell’800, e parzialmente resa nota da Savini (in parte ancora conservati al Museo Civico di Teramo), denotano una facies pienamente picena di VIII secolo a.C. insieme all’attestazione della deposizione rannicchiata, assente nel resto d’Abruzzo. A breve distanza verso l’interno le tombe a circolo di Teramo "La Cona" e di Campovalano si inseriscono invece coerentemente nel quadro regionale.
    Cfr. il passo di Festo (ed. Lindsay, p. 325) Picena regio, in qua est Asculum, dicta, quod, Sabii quum Asculum proficiscerentur, in vexillo eorum picus consederit.

    27) Per le iscrizioni ved. A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, I. Testi, Firenze, 1985; A. La Regina, Appunti su entità etniche e strutture istituzionali nel Sannio antico, «AION» (ASA), III, 1981, per il bracciale con dedica "picena".

    28) G. COLONNA, Su una classe..., cit., tav. XLVI.

    29) Un’officina locale dipendente da modelli capenati è stata recentemente identificata a Preneste. W. SCHIERING, Orientalisierende Kardiophylakes mit Reliefdarstellungen aus dem Westlichen Mittelitalien, «Rom. Mitt.», LXXXV, 1978, p. 1 ss.

    30) R. PAPI, Dischi-corazza..., cit., p. 13, fig. 99; non convince l’ipotesi di E. PERCOSSI SERENELLI di un’allusione al culto della fertilità: La tomba di S. Egidio di Tolentino nella problematica dell’orientalizzante Piceno, in La Civiltà Picena nelle Marche, Atti del Convegno, Ancona, 1988 (ma 1992).

    31) R. PAPI, Dischi-corazza... cit., fig. 3, tav. 1; E,n., La necropoli..., cit., p. 150, n. 38, fig. 10.

    32) G. MORETTI, Il guerriero italico di Capestrano, Roma, 1936: P. MARCONI, La cultura orientalizzante nel Piceno, c. 361-362, fig. 32.
    Relazione di G. Bravar "... Sul retro dell’oggetto è incollata una piccola etichetta con scrittura e inchiostro vecchi e la dicitura: ‘20 febbr. l876 / comp. e rinvenutto (sic)/ a Pisa’. La seconda riga non è molto chiara, ma mi pare che si possa leggere: ‘comprato e rinvenuto’. Ho consultato i registri d’entrata del Museo, dalla loro costituzione nel 1874 fermandomi al 1882 e ho ricostruito le presenze del "procacciatore".
    Per quanto riguarda il nostro pezzo, risulta il seguente acquisto: 20 febbraio 1876 - dal sig. Giuseppe Nichetti "Parte centrale (umbone) di uno scudo etrusco (celtico?) di bronzo, ornato di borchie, con un cavallo fantastico a sbalzo, £ 16 " (f.=fiorini austriaci)". Come vede, non c’è indicazione di provenienza. Lo stesso giorno e il seguente (21/2) il Nichetti vende anche monete antiche (greche, romane, bizantine), da zecche italiane e estere; sigilli, bolle e tessere di bronzo tra cui: due Firenza - Lega economica alimentare (1 Lira e 50 centesimi), oltre a "2 scarabei etruschi in corniola". Questi sono gli unici oggetti collegabili alla Toscana.
    Il Nichetti era in contatto con Carlo Kunz, numismatico e collezionista, nominato direttore del neo-costituito ‘Gabinetto di Antichità’ (poi Museo di Storia ed Arte) dal 6 novembre 1873 al 1884. Questo ancora prima che il Kunz assumesse ufficialmente la carica di Direttore. Lo si desume dal dono del Kunz al Museo (21 dicembre 1874) di oggetti di interesse archeologico in suo possesso da momenti precedenti. Alcuni sono pezzi avuti da L. Pigorini (che sappiamo abbastanza attivo in questo genere di scambi), altri da Giuseppe Nichetti: si tratta di strumenti in selce da Ascoli, Santa Maria Ripa (Teramo), Valle della Vibrata, da Chiusi (?), dalle torbiere di Bosizio, oltre che da Abano.
    Il 4 e il 5 giugno 1875 il Museo acquista "dal sig. Giuseppe Nichetti, di Bologna" monete antiche, medaglie italiane, corniole. Il 10 agosto dello stesso 1875: monete antiche, da zecche italiane, 1 tessera, 1 kelt di bronzo. Il 20 febbraio 1876 il nostro disco e le monete, il 5 aprile ancora monete, 1 kelt, 1 conchiglia di bronzo. Il 9 e il 15 aprile 1877 ancora monete e sigilli. Da questa data non ci sono più tracce del Nichetti tra i fornitori del museo.
    In conclusione, negli anni Settanta, questo tal Giuseppe Nichetti di Bologna trafficava in piccole antichità, soprattutto in numismatica, con qualche excursus nell’archeologia. Veniva periodicamente a Trieste, ed aveva frequentazioni o contatti con l’Italia centrale, in particolare l’Abruzzo. Non riusciamo però a capire per quale motivo sull’etichetta, che normalmente costituiva il primo segno di registrazione dell’oggetto tra le raccolte museali, è stato scritto "Pisa", mentre nei registri tale indicazione è omessa...
    .

    33) G. COLONNA, La Sicilia e il Tirreno nel V e IV secolo, «Kokalos» XXVI-XXVII, 1980-1981, 157-183.

    34) G. COLONNA, Su una classe..., cit., tav. XLVII, b. Per la provenienza ved. Archivio Centrale dello Stato, III Vers., 179/16: lettera di E. Brizio alla Direzione Generale, del 23 ottobre 1890: Il dott. Francesco Silvestrini che fa commercio di oggetti di antichità, mi ha fatto vedere un umbone di scudo da lui recentemente acquistato e rinvenuto, a quanto mi venne riferito, presso Ancona. L’umbone circolare (diam. 0,19) è di bronzo, ma era applicato, mediante chiodetti, sopra scudo di ferro che fu raccolto in minuti pezzi, insieme con una spada pure di ferro. Di quello scudo sopravanza ora soltanto la parte centrale corrispondente all’umbone stesso. Questo ha una stupenda patina verdastra e mostra graffito nel centro, quale episema, un fantastico quadrupede di cui accludo uno schizzo.... La località Camerano è registrata al Museo di Bologna.

    35) Sulla scultura italica ved. da ultimo G. COLONNA, "Apporti etruschi all’orientalizzante «Piceno»: il caso della statuaria", in La civiltà picena nelle Marche, Atti del Convegno, Ancona, 1988, Ancona, 1992, p. 92 ss.

    36) Per le stele di Bellante ved. DE GUIDOBALDI, «Bull. Inst.» 1876, p. 38. 56; ID., «Not. Sc.» 1876, p. 77,90; per Belmonte ved. DALL’OSSO, «Not. Sc.» 1903, fig. p. 104.

    37) G. COLONNA, Praeneste Arcaica ed il Mondo Etrusco-Italico, in Atti del 20 Convegno, Palestrina, 1990, p. 13 ss.

    38) Per l’Umbria ved. GUARDABASSI «Not. Sc.» 1880, p. 20 ss.; per Colfiorito ved. U. CALZONI, Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria - Perugia, Roma, 1971, p. 68.

    39) M. T. FALCONI AMORELLI, I materiali archeologici pre-romani del museo Oliveriano di Pesaro, Roma, 1982, p. 111, fig. 119. Per Sirolo ved. R. PAPI, Dischi-corazza..., cit., p. 13, fig. 2.

    40) G. ANNIBALDI, I rapporti culturali tra le Marche e l’Umbria nell’età del ferro, in "Problemi di storia e archeologia", Atti del primo Convegno di studi umbri, Perugia, 1964, p. 91 ss.

    41) Per Scurcola Marsicana ved. V. D’ERCOLE, "La necropoli di Scurcola Marsicana", in Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità, Atti del Convegno, Avezzano, 1989; per il Tumolo di Corvaro ved. G. GROSSI, Insediamenti italici nel Cicolano: territorio della res publica Aequicolanorum, L’Aquila, 1984; G. ALVINO, "Nuovi apporti per una conoscenza delle sepolture a tumulo: l’area cicolana", in La Civiltà Picena nelle Marche, Atti del Convegno, Ancona, 1988, Ancona (1992), p. 255 ss.; per l’Umbria ved. la sintesi di F. RONCALLI, Gli Umbri, in Italia Omniuni terrarum alumna, Milano, 1988, p. 375 sgg.

    42) L. PONZI BONOMI, in Antichità dall’Umbria a Leningrado, Catalogo della Mostra, Tomba 145, p. 131.

    43) «Not. Sc.» 1902, p. 479 ss., figg. 7, 7a; L. BANTI, Rapporti fra Etruria e Umbria avanti il V secolo a.C. in "Problemi di storia e archeologia dell’Umbria", cit., p. 161 ss., figg. 2 e 3.

     

     

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