La dea Mefite, una divinità del Sannio
SANNITI

 
MEFITIS
 
MEFITIS
LA DIVINITA' DELLA TRANSIZIONE

 

La nascita della divinità osca di Mefitis è molto remota tanto da essere difficile risalire alle origini del culto che comunque è strettamente connesso alla presenza dell’ethnos sannita.
Il nome in osco è Mefitis e deriva forse da "*medhio – dhuitis", donde "mefifitis" e quindi Mefitis, cioè "colei che fuma nel mezzo" (Ribezzo 1926) oppure da "*Medhu-io" - gr. methuo e lat. *mefio - cioè "colei che si inebria" (Torelli 1990).
Da un passo del grammatico Prisciano, (Inst. III, 328, 5H), dove viene considerata Mefitis come una derivazione traslitterata del greco mesitis = “mediatrice”, alcuni studiosi hanno ricondotto Mefitis all’osco *mefiai, corrispondente al latino medius, e al greco mesos, attribuendo al nome di Mefite il significato di “colei che sta nel mezzo”.
E' una divinità pacifica, le si attribuiscono il potere di fare da tramite, cioè di presiedere al passaggio, di personificare "colei che presenzia ai dualismi" come la vita e la morte, il giorno e la notte, il caldo ed il freddo, il regno dei vivi e l'oltretomba. La stessa sorgente è il simbolo della forza dell'acqua che dalla terra sgorga e quindi passa all'aria, e la dea Mefite presenzia questo passaggio. Essa riassume in se le valenze, celesti ed ultraterrene, attribuite in ambito greco ad Afrodite, Demetra e Persefone.
All'origine era la deità ctonia protettrice delle sorgenti, ma anche degli armenti, dei campi e della fecondità. Proprio questa primitiva valenza divina rispetto al mondo agreste rendeva questa Dea la protettrice anche del mercato e dello scambio (la mediatrice) tanto da trovare proprio nell’area dei santuari, luogo di incontro oltre che di meditazione, una perfetta armonia tra venerazione e commercio degli armenti e delle mercanzie.
In seguito l'evolversi del culto ha proteso Mefite verso i benefici derivanti dall'utilizzo delle acque termali e quindi solforose connesse alla valenza di "sanatio", dal momento che le acque ed i fanghi solforosi, per il loro alto contenuto di zolfo, potevano essere adoperati per la cura di malattie umane ed animali.
Non è storicamente provato però che all'origine il culto della dea Mefite venisse sempre collegato con i fenomeni del vulcanesimo. I reperti del tempio dedicato alla nostra divinità vicino Capua, ad esempio, sono stati trovati in una zona ricca di sorgenti ma non particolarmente vulcanica. Forse si sono perse le tracce di questa attività termale, non escludendo che in tempi remoti fossero presenti sorgenti termali che alimentavano un piccolo lago ora scomparso, ma attualmente non esistono riscontri a questo tipo di morfologia del terreno. Tra l'altro è la stessa zona dov'è ubicata l'area sacra dedicata a Diana Tifatina.
E' probabile che il collegamento tra il culto della dea Mefite e le acque vulcaniche solforose sia postumo alla romanizzazione della penisola italiana e che una Dea originariamente adorata dalle popolazioni osche quale ninfa delle sorgenti sia stata adorata quale Dea dai Sanniti ma, con l'avvento dell'amministrazione romana, sia stata relegata quale divinità delle mofete e delle acque stagnanti, lasciando il culto relativo al fenomeno delle acque sorgive a divinità del pantheon consoni a Roma. Non è un caso che dal II secolo a.C. in poi, troviamo in territorio sannitico molti templi agresti nei pressi di sorgenti dedicati a Venere ma anche a Diana. Nel Sannio settentrionale, nel cuore della dorsale appenninica cioè il territorio sannitico dove più che in ogni altra parte del Sannio si sono conservate le antiche tradizioni, scavi archeologici effettuati in aree sacre dedicate a Diana hanno riscontrato tracce di un più antico culto dedicato alla Mefite (Vastogirardi, Canneto delle Mainarde, Trivento).
Un aspetto non ancora indagato è il rapporto tra questo culto e la transumanza che, in effetti, trova riscontro sia nel fondamento della deità atta a presiedere un rito di transizione quale il passaggio delle greggi ai nuovi pascoli stagionali - quelli estivi di altura ed invernali di pianura - sia il fatto che alcune delle antiche aree sacre ubicate a ridosso dei percorsi tratturali erano dedicate alla Mefite.
Le fasi tarde della venerazione in età romana l'associarono quindi all'odore che emana dalle mofete (termine derivante dal suo nome come anche "mefitico" sinonimo di "male odore") e da acque solforose o corrotte come quelle stagnanti.
Servio, il commentatore di Virgilio che nell'Eneide ne parla a proposito della Valle d'Ansanto, tenta una definizione della divinità e del fenomeno a cui è strettamente legata: "Mefite è propriamente il puzzo della terra che esala dalle acque solforose e nei boschi è reso più pungente per la densità delle selve..."
Sempre Servio racconta che le vittime sacrificali (animali) dedicate alla divinità non venivano immolate ma semplicemente esposte abbastanza a lungo all'odore soffocante: "Ideo autem ibi aditus esse dicitur inferorum, quod gravis odor iuxta accedentes necat, adeo ut victimae circa hunc locum non immolarentur, sed odore perirent ad aquam adplicatae, et hoc erat genus litationis" (SERV., Ad Aen., VII, 563 ss.).

Gli antichi luoghi di culto dedicati alla Mefite sono attestati in molte parti d'Italia. Di seguito ne elenchiamo alcuni tra i più importanti (riportati alla luce da scavi archeologici e/o citati dagli autori antichi):

 

CREMONA

Secondo Tacito (Hist. III, 33) vi era un tempio dedicato a Mefite. Lo scrittore latino, riferendo l'eccidio di Cremona, un luttuoso episodio della guerra civile del 69 d.C., afferma che "per quadriduum Cremona suffecit, cum omnia sacra profanaque in igne considerent, solum Mefitis templum stetit ante moenia, loco seu numine defensum" (... mentre tutti gli edifici sacri e profani sprofondavano tra i tizzoni, un tempio solo restò in piedi, quello di Mefite dinanzi alle mura, difeso dall'ubicazione o dalla stessa dea).
Il tempio in tale epoca doveva trovarsi nei Mosii, luoghi paludosi e malsani, formati dal fiume Mosio o vicini a quelli, se i Flaviani omisero di saccheggiarlo, temendone la nefasta influenza. Perciò fu giustamente scritto: "non bisogna meravigliarsi che i Cremonesi presso il Po in luoghi umidi e acquitrinosi abbiano venerato Mefite per allontanare la corruzione dell'aria" (1).

 

LAUS POMPEIA

E' l'odierna Lodivecchio poco distante da Lodi. Il culto a Mefite è testimoniato dal rinvenimento di una iscrizione votiva:

MEFITI
L. CAESIUS
ASIATICUS
VI VIR FLAVIALIS
ARAM ET MENSAM IIII
DEDIT L.D.D.D. (2)

L. Cesio asiatico, uno dei sei membri costituenti il collegio sacerdotale dei Flaviali, offre a Mefite un'ara e quattro mense sacrificali.
L'origine laudense dell'epigrafe è provata dal fatto che a Laus Pompeia è attestato sia un collegio di Flaviales (3) che zone paludose nelle vicinanze prodotte dai fiumi Ollio, Serio e Abdua (4).

 

ROMA

Esisteva sul colle Esquilino un tempietto e un bosco sacro a Mefite e a Giunone Lucina (5). La ragione di tale culto sull'Esquilino andava trovata nella natura malsana della zona circostante. A motivo del clima insalubre della campagna romana vegliava sul popolo di Roma una pleiade di divinità affini a Mefite: la dea Febbre, le dee Terzana e Quartana, la dea della Buona Salute. Alle invocazioni sull'Esquilino alla dea che fuga i miasmi, rispondevano sul Palatino le suppliche alla dea che debella le febbri continue o intermittenti (terzana e quartana) e quelle sul Quirinale alla dea che conserva o ridona la buona salute.

 

TIVOLI

Virgilio, nel presentarci il re Latino che consulta l'oracolo del padre Fauno, scrive: "Va ed interroga le divine voci provenienti dai boschi nell'alta Albunea, che essendo la maggiore delle selve risuona del crosciar del sacro fonte ed ombrosa esala fetidi vapori mefitici ("sacro fonte sonat saevarnque exhalat opaca mephitim" - Aen. VII, 84). Albunea è senza dubbio nome di una fonte e della ninfa che la personificava, ma qui è esteso anche alla selva. L'ubicazione è ancora incerta, molto probabilmente in territorio tiburtino.
Mefite nel tardo periodo sannitico e Albunea in quello latino personificavano lo stesso fenomeno naturale (esalazioni solforose). Dopo la romanizzazione del Sannio il rito latino assorbì anche il culto di Mefite, ma ne trasformò il genere e Mefite non personificò più le esalazioni solforiche, ma l'aria malsana, conseguenza delle prime (7).

 

ROCCAMONFINA

Nel centro abitato di Roccamonfina, in località "Sorgente", è venuto alla luce un antico tratto di captazione delle acque per un condotto costruito in epoca romana. Tra le pietre che componevano il cunicolo è stata trovata questa pietra tufacea riutilizzata sicuramente dalle maestranze dell'epoca per costruire la captazione.
  MIFINEIS
L'iscrizione MIFINEIS di Roccamonfina.
Sulla pietra è distinguibile chiaramente la parola in osco "MIFINEIS", con caratteri che identificano l'iscrizione risalente al III secolo a.C.
Nella seconda metà del XV secolo Il Pellegrino rivelò che "...al presente dicesi Roccamonfina quel castello che per lo suo diritto dovrebbe chiamarsi Rocca di Mefino dal nome Mefino, luogo mentovato da alcuni autori..." e nel 1818 il Pezzulli accennando al paese scrisse che "... di Mefino nelle antiche cronache fu detto e poscia corrottamente di Monfino o Roccamonfina".
E' comunque da ricordare che il paese di Roccamonfina è ubicato ai limiti di una caldera vulcanica e non è da escludere che anticamente fossero attive sorgenti solforose
Il ritrovamento di questa iscrizione all'interno di un condotto per l'acqua ci porta chiaramente a vagliare alcune ipotesi (6):
    a) Nei pressi di questa sorgente, in epoca sannitica, era stato costruito un tempio dedicato alla Mefite. L'iscrizione faceva parte di un contesto più ampio e la dicitura appare una storpiatura del nome originale della Dea. Ciò significa che il nome odierno del paese deriva chiaramente dalla "Rocca della Mefite".

    b) Un recente studio del Poccetti ha esaurientemente comparato le fonti permettendo di "acquisire un toponimo italico Mifinum suffissato sul tipo di Saipinum, Larinum, ecc. sicché 'MI-FINE IS' ammette due soluzioni esegetiche: si può essere, cioè, in presenza dell'indicazione del toponimo stesso (genitivo singolare di Mifinum) oppure del corrispondente etnico, non marcato da alcun suffisso (gen. sing. di MIFINUS)... Se il testo fosse completo, l'ipotesi di un toponimo in caso genitivo potrebbe apparire coerente con la funzione di una pietra di confine: occorre tuttavia ricordare che un cippo terminale osco non ci è altrimenti noto e che quelli latini presentano in prevalenza il genitivo plurale dell'etnico. Una tale eventualità, comunque troverebbe una pertinenza storica nella circostanza messa in rilievo dal Beloch che il Massiccio di Rocca Monfina costituiva probabilmente in epoca preromana il confine orientale tra il territorio aurunco e quello sidicino. La possibilità, invece, che MIFINEIS sia un etnico si giustifica difficilmente al di fuori di un contesto onomastico o di altro enunciato più ampio, che dovevano continuare o precedere in altri blocchi accostati".

 

CANNETO

Antiche tradizioni popolari attestano che nella valle di Canneto, nel comune di Settefrati non lontano dalla cittadina di Atina in provincia di Frosinone, si venerasse da tempi remoti una deità osca, Mefite, connessa alle fresche sorgenti ed alle acque in genere, con simbolismi legati alla rinascita ed alla fertilità.
Il culto pagano sembra giungere in questa valle in un periodo molto remoto, intorno all'VIII secolo a.C. come testimoniano le ricerche archeologiche effettuate alla fine del secolo scorso e, come attestato per altri santuari sannitici, il fulcro della venerazione viene ubicato alle sorgenti di un corso d'acqua, il Melfa, il cui alveo attraversa e
 
Ricostruzione grafica del tempio alla Mefite.
caratterizza gran parte del territorio circostante. La valle di Canneto si trova a più di mille metri di quota, sul fianco occidentale del monte La Meta, il picco più alto della catena delle Mainarde (2242 mt.).
Il luogo stesso dove venne ubicata quest'importante area sacra dedicata alla Mefite, situata ai margini del territorio sannitico settentrionale, quasi ai confini sia con il territorio dei Volsci sia con quello dei Peligni, sottolinea ancora una volta il ruolo di mediatrice della dea, cioè "colei che sta nel mezzo".
Il culto della Mefite venne desunto da un testo inciso su cippo votivo, una semicolonna su cui forse prendeva posto una statuina di bronzo, ritrovato nel XVI secolo nei pressi della chiesa di Santa Maria di Canneto e murato sul lato a monte dell'edificio. Nel 1786 fu recuperato negli orti dei fratelli Visocchi ad Atina, seriamente danneggiato e diviso in due pezzi, e quindi collocato nel giardino del Dott. Filippo Fasoli. Il testo dell'iscrizione venne pubblicato nel 1797 dal Giustiniani nel suo Dizionario Topografico del Regno di Napoli. In seguito il cippo venne visionato e schedato dal Mommsen (CIL X,5047).
L'iscrizione del cippo votivo è così formulata:
 
Il cippo votivo di Canneto.


N. SATRIUS N. L. STABILIO
P. POMPONIUS P. L. SALVIUS
MEFITI D. D.

N(umerius) SATRIUS N(umerii) L(ibertus) STABILIO
P(ublius) POMPONIUS P(ublii) L(ibertus) SALVIUS
MEFITI D(donum) D(ederunt)

Numerio Satrio Stabilio, liberto (schiavo liberato) di Numerio e Publio Pomponio Salvio, liberto di Pomponio, fecero dono alla dea Mefite.

Il dono doveva essere la statuina che il cippo votivo doveva sorreggere, offerto alla dea forse per la grazia ricevuta di essere stati affrancati dalla schiavitù.
A metà del XX secolo nella vallata di Canneto, a causa di lavori per la captazione della sorgente di maggior portata del fiume Melfa, gli operai portarono alla luce una gran quantità di reperti archeologici... "Nel 1958, a circa due metri dalla sorgente del Melfa, ad una profondità di mt. 7 venne alla luce fortuitamente materiale da costruzione (tegole, coppi, colonnine) probabilmente attribuibili ad un edificio templare, mentre a maggiore distanza (mt. 27 - 30) ed a maggiore profondità, (mt. 14 - 16) fu trovato materiale votivo, appartenente verosimilmente ad una favissa, disperso su di un perimetro di 40 mt.
Il piccolo ripiano alpestre che aveva restituito gli ex voto, segnato da uno speciale culto religioso, vide calare attorno a quella stipe votiva il fascino misterioso dell'esistenza di tesori nascosti; offerte votive in gran parte trafugate e di cui si sono purtroppo perse le tracce.
Il materiale votivo scavato a varie profondità e su un'area di circa mt. 30 dallo sgorgo delle acque, consisteva in statuette, testine, parti anatomiche fittili, frammenti di vasellame vario, cocci di tegoli ed embrici: le monete di bronzo databili ai secoli IV - II a.C. provengono dalle zecche di Roma, di Suessa (oppure di Teanum Sidicinum o Cales) e dell'Italia meridionale (8)".

IMMAGINI DALL'AREA ARCHEOLOGICA
DI SANTA MARIA DI CANNETO
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Il fiume Melfa.

Si apre la vallata.

Verso la sorgente.

Verso la sorgente.

Arrivano i camosci.

Verso la sorgente.

La sorgente.

La chiesa ricostruita.

Interno della chiesa.

 

 

PESCAROLA

La località si trova nella zona "Casetta" in territorio di Casalvieri (FR) ed è contigua a diverse zone di notevole interesse archeologico.
Il santuario di Pescarola fu un importante centro di sosta e di incontro per pastori, mercanti ed agricoltori ed era localizzato presso una sorgente, in una zona attraversata dal corso d'acqua denominato Riofete, ma in dialetto Refete, che potrebbe derivare da Rivus foetidus, ma anche da Rivus Mefitis, attraverso la caduta della desinenza di Mefitis e la contrazione fra le due parole.
Il ritrovamento sia di ruderi di strutture di vario genere sia di una gran quantità di oggetti votivi durante la campagna di scavi archeologici del 1990 e del 1991 hanno portato all'individuazione di tre distinte fasi evolutive:
- nella prima fase, non la più arcaica, in un periodo di frequentazione compreso tra il IV e il I secolo a.C, l'area sacra era occupata da uno specchio d'acqua dove i pellegrini gettavano gli ex voto o forse vi si immergevano. Sono stati trovati fori in pietre, che dovevano costituire il fondo dello specchio d'acqua, a testimonianza di una passerella lignea costruita su pali. Il recinto sacro era costituito da un porticato prima ligneo e poi realizzato in pietra, all'interno del quale era sistemato l'altare;
- nella seconda fase, in una terra ormai romanizzata, lo specchio d'acqua lascia il posto ad un impianto termale affinchè i pellegrini potessero trarre maggior giovamento dalle acque del luogo sacro. Forse in questa seconda fase lo specchio d'acqua era completamente interrato, come lascerebbe supporre la sovrapposizione delle strutture;
- nella terza fase, la più tarda, gli ambienti del complesso termale subiscono un rifacimento, forse in relazione a nuove esigenze di culto.
Occorre quindi ritenere che nel santuario si siano avute importanti trasformazioni cultuali attraverso il tempo, individuandosi probabili precedenti prevolsci e poi, con diverse connotazioni, un periodo volsco e un periodo sannitico, a cui seguì quello romano (9).

IMMAGINI DALL'AREA ARCHEOLOGICA DI PESCAROLA
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La località "Casetta".

L'area archeologica.

Il riutilizzo dei reperti.

 

 

CASALATTICO

In località San Nazzario, sulle sponde del fiume Melfa, venne ritrovata un'iscrizione, ora dispersa, che secondo il Mommsen (CIL X, 5048) pareva accennare alla dea Mefite:

L POSTUM iuS Mf
SVRVS
S C F N E I V S L M G V S. ARAM
L A R I E V I D I M

 

CASALBORE

In località Macchia Porcara è possibile osservare i resti di un tempietto sannitico, l'unico del genere rinvenuto in Irpinia, portato alla luce durante scavi archeologici negli anni ottanta. Il tempio era un edificio prostilo, esastilo, orientato in senso Sud-Nord ed era costituito da una cella a pianta quadrata, ornata di terrecotte
decorative, con due ali laterali simmetriche i cui muri esterni terminavano con ante fra le quali erano posizioinate sei colonne lignee a reggere la trabeazione. L'interno era pavimentato con cocciopesto e decorato con stucchi a rilievo. Il lato frontale del complesso presentava una gradinata di accesso interrotta da due fontane. Nello spazio antistante, dove sorgeva l'altare, era un edificio laterale con colonne in spezzoni di tegole uniti con malta. Il complesso fu oggetto di un movimento franoso che ne deformò parzialmente la struttura.
  Casalbore

Restituzione del tempio della Mefite.
I reperti della stipe votiva recuperata sono ascrivibili al IV-III secolo a.C. (esposti al Museo Archeologico di Ariano Irpino). Da essi si ricava che il tempio era presumibilmente dedicato alla Dea Mefite. Nella stessa area sono stati recuperati reperti (boccali con anse a bottoni e vasi con superficie a squame) appartenenti alla cultura di Laterza dell'età Neolitica (III-II millennio a.C.).

 

VALLE D'ANSANTO

Il santuario italico di Mefite più celebrato nell'antichità era in Irpinia a Mirabella Eclano nella Valle d'Ansanto. Fu il santuario eporico delle popolazioni italiche delle zone montuose dell'interno dove Mefitis, oltre ad essere la dea della salute, era insieme dea della sorgente, delle capre, dei campi e della fecondità. Pertanto, essa si caratterizza come divinità agreste, tutelatrice di una popolazione rurale e pastorale, attestato dal termine "aravina" ("Mefitis aravina") inciso su un frammento di vaso rinvenuto in loco.
Il culto, determinato e favorito dai fenomeni di vulcanesimo secondario (esalazione di acido carbonico o di idrogeno solforato), tuttora attivi, ebbe una vita piuttosto lunga dal IV secolo a.C. al V secolo d.C., come è documentato dal materiale numismatico rinvenuto.
In territorio di Mirabella si è rinvenuta un'ara alla dea Mefite, con un'iscrizione in lingua osca che potrebbe rappresentare il documento più antico di questo culto:

SIVÍIÚ
MAGIÚ
MEFIT (10)

Sevia Magia Mefiti. (Mefit è abbrev. di Mefiteí dativo). Sevia Magia a Mefite. I primi due nomi sono prenome e gentilizio della dedicante.
Del luogo ci parla Cicerone e Seneca. Servio nel commento all'Eneide ci informa che le vittime non venivano uccise, ma fatte soffocare avvicinandole al lago. Plinio (Natur. Hist. 11, 93, 207-8) allude anche alla esistenza di un tempio "ad Mephitis aedeni".
Soprattutto Virgilio ce ne dà una visione plastica: "Al centro dell'Italia tra alte montagne, nobile e famosa in molte terre si apre la Valle d'Ansanto. Una chiostra di colli boscosi nereggiante per il fitto fogliame la circonda da ogni parte. In mezzo fragoroso e tortuoso torrente rumoreggia tra i sassi. Qui si osserva una orrenda buca, porta dell'orribile Inferno. La smisurata voragine spalanca la sua bocca resa pestifera per lo straripamento del fiume Acheronte" (11).
Alla pace bucolica del paesaggio, fa riscontro questa raccapricciante visione dell'entrata dell'inferno.
Scavi effettuati nella vallata non hanno trovato tracce di strutture legate alla presenza di un santuario: è stata messa in luce soltanto una ricchissima stipe votiva che attesta l'importanza e la diffusione del culto. I materiali sono costituiti principalmente da statuette fittili, alcune di tipo italico-sannitico, altre di tradizione culturale greca. Molto interessanti sono alcune sculture in legno, espressione di artigianato locale, tra le quali troviamo un grande Xoanon databile intorno al V secolo a.C. (dal greco "xoanon" "intaglio"), una scultura alta 142 cm, con volto stilizzato e mento rastremato, naso a rilievo e occhi incavati, mentre i capelli sono realizzati da una sottile linea che corre all'altezza della nuca. Il corpo è un semplice parallelepipedo con anteriormente due incisioni oblique disposte a croce. Tra gli ex voto riportati in luce sono da ricordare una collana d'ambra del V secolo a.C., ori e bronzi. Buona parte dei reperti sono esposti al Museo Provinciale Irpino di Avellino.
  Xoanon

 

SEPINO.
IL SANTUARIO DI SAN PIETRO DI CANTONI


Su di un terrazzamento pedemontano, all'altezza mediana dell'asse di collegamento tra l'insediamento di pianura di Saepinum votato ad attività prettamente commerciali e l'insediamento di montagna di Terravecchia, roccafore sannita cinta da spesse mura, si colloca l'area del santuario di San Pietro di Cantoni, nome pervenutoci ad indicare catastalmente la zona e di palese denominazione altomedievale.
L'area sacra è di forma triangolare con al suo interno i ruderi di un antico tempio la cui frequentazione e forse la prima edificazione potrebbe risalire al IV secolo a.C., attestata dai molti reperti ritrovati e databili proprio a quel periodo.
Le strutture sono state rimaneggiate nel corso dei secoli, adattando l'edificio alle esigenze di culto delle religioni avvicendatesi nel tempo e, dai particolari costruttivi rinvenuti, sembra che il tempio abbia conosciuto almeno tre fasi edilizie: la prima fase di impianto, una seconda fase di ripristino del podio e forse delle strutture in elevato ed infine l'adattamento tardo al culto cristiano.
  Mefite

La Mefite di
Cantoni a Sepino
Il periodo di tempo in cui la frequentazione dell'area sacra sembra essere stata assidua e quotidiana è alla fine del III secolo a.C., in piena epoca sannita. La maggior parte dei reperti trovati durante gli scavi archeologici, per lo più ex voto ed oggetti relativi alla celebrazione del culto, risalgono proprio a quell'epoca. L'esame di questi oggetti e la scoperta di una stupenda statua in bronzo di figura femminile, posizionata su di un podio con dedica in lingua osca, hanno fatto accostare le valenze di "sanatio" delle deità e quelle collegabili alla sfera della fecondità, della riproduzione e della maternità e quindi al culto della Mefite, personificata proprio dalla statuina che dovrebbe testimoniare la dea. L'iscrizione sul podio recita:



Trebis Dekkiis fa realizzare e regala la statua alla dea per grazia ricevuta.
Con la romanizzazione dei luoghi il sito continuò ad essere frequentato dai fedeli che trovavano nel culto le risorse per assecondare le loro necessità spirituali fino ad arrivare al periodo imperiale dove risulta evidente la sempre meno frequentazione dell'area con il conseguente lento declino del culto a favore delle aree templari esistenti nella ormai ricca e urbanizzata Saepinum. Nel tempo l'area sacra venne ristrutturata e dedicata al culto della religione cristiana. Dagli scavi archeologici risulta una frequentazione almeno fino al VII secolo d.C. (12).
(Per approfondire l'argomento: Il santuario sannitico di San Pietro di Cantoni).

 

ROSSANO DI VAGLIO

Nel IV Secolo a.C. ha inizio lo sviluppo urbanistico di Potenza, insediamento sorto per necessità politiche e militari in un'area più centrale per tutte le genti lucane.
Nasce nelle vicinanze il santuario di Rossano di Vaglio, di tipo greco nella struttura dell'edificio che consta di un ampio sagrato al cui centro è l'altare, mentre ambienti di servizio compaiono sui lati nord ed est. Ma la specificità indigena del santuario è dimostrata in modo inequivoco dalle iscrizioni in lingua locale, che indicano la dedica a Mefite Utiana, dea delle acque. Infatti in tre iscrizioni rinvenute durante gli scavi è presente il nome della divinità accompagnato dal singolare attributo di "Utiana", il quale potrebbe connettersi con l'umbro "utur" delle Tavole Eugubine (greco "ùdor" cioè "acqua").

 

GRUMENTUM

Un'iscrizione su di un frammento ritrovato nell'area sacra di Grumento in Lucania documenta il culto di Mefite il cui nome è associato all'attributo non del tutto chiaro di «Fisica» (13).

 

 

NOTE

(1) C. BONETTI - P. SACCHI: "Il tempio della dea Mefite a Cremona" in "Cremona" - Rivista mensile 1939 n. S.

(2) T. MOMMSEN: C.I.L. - V. 6353.

(3) R. MARANDINO: Mefite in "Hirpinia" - Quaderno dell'Assoc. Archeol. Irpina (Anno 1968).

(4) VMMONE: "De lingua latina" V, 49.

(5) SIGONIO: "de Regno Italico" Libro 1 - Festo "de Lingua Latina" 351

(6) P. POCETTI Documenti oschi e latini da Roccamonfina, Rend. Acc. Arch. Lett. BB. AA. Napoli 1981; idem, Mefitis, AION, 1982, p. 237 e ss.; Idem, Sul toponimo Rocca Monfina, l'It. Dial., 1982, XLV, p. 221.

(7) R. MARANDINO: Op. Cit. pag. 29.

(8) Il testo virgolettato è tratto da V. ORLANDI e A. MORELLO "Ex Voto. Speranza e sofferenza dagli antichi santuari della Valle del Comino" Ed. Diana, Atina 2000.

(9) Il testo è un sunto sul Santuario di Pescarola tratto da V. ORLANDI e A. MORELLO "Ex Voto. Speranza e sofferenza dagli antichi santuari della Valle del Comino" Ed. Diana, Atina 2000.

(10) V. PISANI: Le lingue dell'Italla antica oltre il latino - (Ed. Roserribero - Sellier - Torino 1953).

(11) VIRGILIO: Eneide Lib. VII 562 sgg.

(12) M. MATTEINI CHIARI Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino in “Studi sull’Italia dei Sanniti” - Electa Roma 2000

(13) E. MAGALDI: Lucania Romana Parte 1 (Istituto Studi Romani Ed. Roma 1948).

 

Da consultare:

Rainini Ivan - Il santuario di Mefite in valle d'Ansanto - Roma 1985

Rainini Ivan - Una 'applique' antropomorfa dal Santuario di Mefite d' Ansanto - Napoli, 1980

AA.VV. - La Dea, il Santo, una Terra. Materiali dallo scavo di San Pietro di Cantoni di Sepino - Catalogo della Mostra (a cura di M. Matteini Chiari) - QuinTilia Edizioni Roma 2004

 

Fonti Letterarie:

Virgilio, Aen. VII, 563-569 (Mefite d'Ansanto)
Plinio, Naturalis historia II, 95, 208 (Mefite d'Ansanto)
Servio, ad Aen.VII, 563 ss. (Mefite ed etimologia di Ansanto)
Tacito, Hist. 3, 33 (Cremona, tempio di Mefite)
Cicerone, De Divinatione I, 79
Stabone V, 3-9 (per il fiume Melfa)

 

 

Il santuario delle Madri di Capua Studi e Ricerche Ercole - Il mito, la forza

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia

ARCHITETTO DAVIDE MONACO