Mummia di Zagabria, Vanth, Lasa, Sanniti e il Libro Sacro degli Etruschi.
SANNITI

 
LA MUMMIA DI ZAGABRIA
UN LIBRO SACRO RIDOTTO IN BENDE

 

Nell'antichità la scrittura conservò per lungo tempo un carattere magico-religioso, divenendo una sorta di intermediaria dei voleri divini di cui i sacerdoti erano gli interpreti. Attributo specifico di alcune divinità minori del pantheon etrusco è il rotolo di carta-pecora, di tela o di papiro, sul quale veniva scritto il destino dell'individuo o della sua famiglia. Un "volumen" che conteneva l'intera biografia e che veniva srotolato o letto da Vanth, dea infera, o da Lasa, sorta di genio femminile che presiedeva al destino degli uomini e delle famiglie eminenti. Invece il "dittico", utilizzato nella vita quotidiana per testi brevi, era il supporto sul quale profeti e indovini, in diretto contatto con la divinità, trascrivevano gli oracoli sostituendo così i materiali più antichi e precari, come le foglie sulle quali la Sibilla di Cuma soleva scrivere i suoi responsi.
Anche se il papiro, importato dall'Egitto, si diffuse forse precocemente in Italia tramite il commercio degli Ioni, che alla fine del VII secolo a.C. avevano fondato una colonia commerciale a Naucrati sul delta del Nilo, dobbiamo presumere che per testi più lunghi i tessuti di lino, coltivato
Bende - Libro V

Le bende della mummia di Zagabria.
 
diffusamente, ebbero maggior successo. I libri di lino contenevano rituali sacri, come ricorda Livio a proposito degli archivi templari di Roma, di Aquilonia nel Sannio, di Anagni nel paese degli Ernici, ma anche liste di magistrati, come nel tempio di Giunone Moneta, sempre a Roma.
I Libri Sibillini (una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio)
che secondo la leggenda il Re Tarquinio avrebbe acquistato da una vecchia donna e che venivano consultati in occasioni specifiche, erano di lino.
L'unico libro di questo tipo giunto fino a noi doveva forse appartenere ad un aruspice etrusco e fu trovato casualmente quando, verso la prima metà del XIX secolo il nobile croato Mihail de Brariae portò in patria una mummia da un suo viaggio in Egitto, comprata da mercanti del luogo trafugatori di tombe secolari. Nel 1892 l'egittologo Brugsch nell'andare ad esaminare la mummia si accorse che le bende di lino che l'avvolgevano non erano altro che un antico testo etrusco riutilizzato dagli imbalsamatori egizi forse per carenza di materiale. Rimase stupito nel verificare che il testo comprendeva tante parole da rappresentare il più lungo testo etrusco fino ad allora ritrovato. Restituire l'integrità al testo, che fu tagliato in bende per avvolgere la mummia, non fu semplice. Il libro ha una trama fitta e i due inchiostri che furono usati, nero per il testo, rosso per una sorta di "impaginazione", non vennero bene assorbiti, forse perché il tessuto aveva subito un trattamento specifico.
Il libro è costituito da colonne che contengono 34 righe di scrittura per un totale di 230 righe, larghe circa 24 cm., e di circa 1350 parole in totale che naturalmente non sono tutte traducibili, per i danni provocati dall'usura del tempo, dall'utilizzo improprio e anche perchè alcuni termini risultano completamente sconosciuti agli studiosi ancora oggi.
E' inquadrato da una doppia linea rossa che, secondo una recente interpretazione, doveva corrispondere alle piegature del libro. Esso si presentava dunque con pagine disposte l'una sull'altra, che venivano "sfogliate" a fisarmonica da destra verso sinistra, secondo la direzione della scrittura. Il contenuto del libro si riferisce ad un calendario rituale che specificava le cerimonie da compiere in giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell'area tra Perugia, Cortona ed il Lago Trasimeno. Il riutilizzo di questo antico testo etrusco come semplice bendaggio di una mummia egizia testimonia comunque l'esistenza di rapporti sociali che intercorrevano tra queste due antiche civiltà. Per disposizioni testamentarie, il "libro linteo" venne donato dal nobile Mihail de Brariae al Museo di Zagabria, dove è conservato dal 1862.
Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio codex, redatto da uno scrivano attento alla regolarità orizzontale delle righe, agli spazi, ai paragrafi, alle sottolineature in rosso. La tarda epoca del testo, copiato intorno agli inizi del II secolo a.C., indica che nell'ambiente sacerdotale si era conservata, per libri di contenuto liturgico, una tradizione più antica, che resisteva all'uso ormai dilagante dei libri scritti su papiro.
Di questa tradizione, che in tempi precedenti aveva permesso a sacerdoti e magistrati di redigere interi libri in cui si condensava il sapere scientifico-religioso o la storia locale, si hanno documenti solo indiretti. In alcuni monumenti sepolcrali etruschi del IV secolo a.C., accanto al defunto è rappresentato un drappo ripiegato che deve essere identificato come un libro di lino: esso raffigura uno degli strumenti per eccellenza che il titolare del sepolcro, magistrato o aruspice, aveva utilizzato nella sua vita oppure un libro vero e proprio che egli aveva scritto.
E' probabile che, accanto ai libri scritti, esistessero in quest'epoca anche i libri illustrati. A differenza di quanto accadeva nel mondo greco, dove questa tradizione, a partire dal IV secolo a.C., interessava la letteratura scientifica e quella poetica, c'è da presumere che in Italia, prima del pieno ellenismo, essa fosse utilizzata per commentare a scopo didattico i libri degli auguri o anche quei libri acherontici che, in Etruria, narravano del destino degli uomini dopo la morte.


 

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