La tomba di Ovio Paccio, sacerdote dei Sanniti.
SANNITI

 
IL SEPOLCRO DI
OVIO PACCIO
Belmonte del Sannio (IS)

 

I rituali religiosi dei Sanniti dovevano essere abbastanza lunghi e complessi, come un pò tutti i riti delle antiche popolazioni italiche. Non abbiamo però molte testimonianze che possano raccontarci "come" avvenivano ed in particolar modo "quando" avvenivano queste cerimonie, ma basta leggere le interpretazioni date da studiosi ed archeologi sugli antichi reperti sacri venuti alla luce negli ultimi secoli, come la "Tavola di Agnone", per capire quanto particolari queste funzioni dovevano essere. Tra i pochi scrittori antichi che raccontarono nelle loro opere circa questi


La "tomba" di Ovio Paccio.
 
rituali, Tito Livio è l'unico che li descrive con una certa dovizia di particolari. Nella pagina dedicata alla Legio Linteata, abbiamo già descritto l'intera procedura religiosa svolta, nel 293 a.C., per consacrare una casta di guerrieri al sacro vincolo di un giuramento.
A presenziare questa cerimonia Livio racconta esserci un grande sacerdote sannita dai nobili natali, Ovio Paccio che, leggendo un
antico rituale su di un vecchio libro formato da pagine di lino, formulava le frasi di rito. L'intero cerimoniale era lo stesso che, più di centotrent'anni prima, era stato officiato quando si decise di togliere Capua agli Etruschi.
Ma chi era il grande sacerdote Ovio Paccio?
Il nome originale osco dovrebbe essere Pakis Uviis e, all'epoca del giuramento dei Linteati ad Aquilonia, doveva essere abbastanza anziano. Secondo alcuni, i suoi natali si devono ad una non meglio identificata cittadina caudina al confine con i Pentri, ed in gioventù era stato un valoroso condottiero distintosi in numerose battaglie. Fu uno degli artefici di ciò che avvenne a Parthenope, la città vecchia di Neapolis, nel 326 a.C., quando gli abitanti di stirpe sannita, che vivevano in quella città, aprirono le porte alle milizie del Sannio per occupare la cittadina governata da gente di origine greca. Il controllo della città durò poco più di un anno. Traditi da disertori, i Sanniti dovettero lasciare la città ai Romani. Ovio Paccio era tra i comandanti della guarnigione sannita che catturò ed uccise quei disertori.
L'uccisione dei traditori, trovati nella città ed in parte nelle campagne, fu molto cruenta tanto da far meditare, in Ovio Paccio, il ritiro dalle armi. Lo ritroviamo gran sacerdote ad Aquilonia nel 293 a.C., ma in quanto agli "orrendi fatti" non sembra esserci stato poi tanto lontano.
Non tutti sono concordi nel ritenere questa storia veritiera o, almeno, alcuni credono che sia stata inventata per dare i giusti natali al sommo sacerdote sannita.
Secondo il Salmon, l'intero racconto liviano, e quindi la figura di Ovio Paccio, è pura fantasia dell'autore che ha voluto calcare la mano per rendere i Sanniti più sanguinari e violenti. Infatti egli scrive:
 

Il sarcofago scolpito nella roccia.
"Un altro tratto molto sospetto della narrazione di Livio è il passo riguardante il sacerdote sannita che segue per il sacrificio istruzioni lette ad alta voce da un vecchio testo di lino. Tutto ciò che riguarda questo punto è sospetto.
In primo luogo i nomi del sacerdote sono semplicemente troppo giusti per essere veri. Sono così tipicamente oschi da diventare assolutamente poco convincenti.
Anche un casuale ma attento esame del sopravvissuto materiale documentario rivela che i nomi "Ovius" e "Paccius" erano tra i più comuni in ogni luogo e ogni volta che si parlava l’osco. Sono i nomi che sarebbero automaticamente venuti in mente a uno scrittore romano che volesse qualificare un sannita. Si potrebbe paragonarlo al modo in cui per un italiano un napoletano si chiama Gennaro ed un barese Nicola. In secondo luogo, uno scrittore romano che inventasse un sacerdote sannita lo avrebbe inevitabilmente munito del necessario accessorio di un libro sacro contenente il relativo rituale, in quanto era una normale procedura romana quella di avere formule liturgiche lette ad alta voce. Altre popolazioni dell’Italia avevano la stessa usanza, ad esempio gli Etruschi, che potrebbero averla insegnata ai Romani, e forse i Sabelli. Nondimeno, questo è chiaramente il tipo di armamentario che ci si potrebbe aspettare di veder includere da un romano quando descrive una cerimonia religiosa, sia reale che immaginaria." (Da E.T. Salmon - "Il Sannio ed i Sanniti" - Einaudi 1985)

Un altro insigne studioso come Filippo Coarelli scrive che "il rito collocato da Livio al campo di Aquilonia può essere reinterpretato come un documento storico reale: non nel senso di un evento puntuale, ma piuttosto come documento di carattere etnografico affidabile, anche se in parte deformato in funzione polemica".


IL LUOGO DELLA SEPOLTURA

Non lontano da Agnone (IS), luogo dove antiche testimonianze indicavano l'esistenza di un aruspice che interpretava i segni divini, è situata la cittadina di Belmonte del Sannio, adagiata sul crinale di una collina a poca distanza dai templi italici di Schiavi d'Abruzzo e dal Santuario sannitico di Pietrabbondante.
Nei pressi di questo luogo, in aperta campagna, la tradizione popolare vuole che il sommo sacerdote dei Sanniti, Pakis Uviis, abbia la sua ultima dimora. Si tratta di un sarcofago, scolpito con modesta maestria,


Particolare della tomba di Ovio Paccio.
 
ricavato sulla sommità di un enorme pietra calcarea, la gran parte interrata. Lo spazio incavato nella roccia ha le dimensioni di circa mt. 1,60 di lunghezza per mt. 0,70 di larghezza. La profondità è di circa mt. 0,60. La copertura è composta da un'unica grossa lastra di pietra calcarea modanata che chiude il tutto incastrandosi in fori posti ai quattro angoli della fossa.
Non si scorgono epigrafi è nulla è inciso né sulla lastra di copertura e tantomeno nei pressi della fossa. All'interno del sarcofago, al momento della scoperta avvenuta nel XIX secolo, furono trovati una spada, un cinturone metallico intarsiato e, secondo quanto afferma il Mariani in una nota sul ritrovamento pervenutagli dall'amico segretario del Comune di Belmonte e conservata nella biblioteca di Castel di Sangro, anche un elmo di bronzo di tipo "calcidico" con alette e paragnatidi. L'intero arredo tombale venne venduto dallo scopritore ad un non precisato professionista abruzzese, forse un medico, che aveva la passione per questo tipo di oggetti.
Il paese di Belmonte del Sannio ha intitolato al mitico sacerdote sannita una piazza cittadina e non mancano le indicazioni per arrivare sul luogo.

 

 

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Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia
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