Paletnologia delle Antichità Preistoriche del Molise.
SANNITI

 
Paletnologia delle Antichità Preistoriche del Molise.
Presenze Paleolitiche e Transizione Neolitica
nelle Comunità Pre-Sannitiche.

Mario Giannitrapani

 

I. Storia delle Raccolte di Archeologia Preistorica nell’Antico Sannio*.

Il Molise fino a qualche decennio fa risultava essere una delle regioni d’Italia archeologicamente più "arretrate", vista soprattutto l’assenza di sistematiche e continuative indagini di scavo archeologico, specialmente in grotta (1), ignorando così anche la grande potenzialità dei giacimenti geo-naturalistici del Sannio paleostorico. Oggi, diversamente, questo territorio si ritrova ad essere - anche in seguito a determinate scoperte - una delle aree più fertili ed interessanti per l’archeologia e quindi anche tra le più studiate, ad eccezione però di taluni periodi che ancora risultano privi di significative testimonianze e di conseguenza del dovuto interesse scientifico.
Lo svolgimento di ricerche di superficie, da alcuni anni, ha permesso in parte di ricostruire l’ecologia insediativa di altura e di valle dei gruppi umani arcaici nel corso della transizione climatica tardo-pliocenica, fino al definirsi ed allo svilupparsi delle nuove comunità neolitiche oloceniche.
L’intento principale di questa breve e preliminare disamina quindi, sarà proprio quello di mettere in luce l’interessante susseguirsi di alcune scoperte, ritrovamenti ed occasionali rinvenimenti che, soprattutto negli ultimi decenni, sono venuti alla luce in questa spesso trascurata e poco conosciuta regione. L’insieme di queste testimonianze, crea quindi i presupposti di nuovi ed avvincenti capitoli per un’antropologia preistorica del Sannio pentro e frentano, per la quale però ancora sembra mancare un’organica, moderna ed esaustiva organizzazione museografica del territorio (2).
Tramite infatti un’interpretazione di sintesi (che in sé contiene l’analisi, ma non rende quest’ultima il fine e l’obiettivo definitivo della ricerca) delle proprie radici culturali, l’ancestrale retaggio delle tradizioni remote dei nostri popoli può tornare ad essere compreso nella sua totalità, ossia può esprimere quei punti di riferimento che superano la mera congerie degli aridi dati di alcune discipline divenute spesso esclusivamente classificatorie. La storia delle ricerche di questa particolare area geografica cominciò difatti ufficialmente già negli ultimi decenni dell’ottocento (3), quando sul Bullettino di Paletnologia Italiana, sia l’antropologo Giustiniano Nicolucci (4), sia il paletnologo Luigi Pigorini (5) soffermarono l’attenzione nella provincia di Molise e di Campobasso; quest’ultimo, in particolare, per alludere ad alcune tombe neolitiche identificate nel Comune di Monteroduni in contrada "le Soccie" e nel podere di "Corona de’ Coppa" nel Comune di Pozzilli. Le indagini del tempo, rivolte soprattutto ai manufatti ritenuti "esteticamente" più interessanti (6) e finalizzate ad un collezionismo di gusto, a volte, ancor di tipo antiquario, permisero tuttavia la sopravvivenza di molte di quelle testimonianze materiali in diversi musei locali come quelli di Campobasso, Agnone e Baranello, e nazionali, come il "Luigi Pigorini" di Roma e quello antropologico dell’Università di Napoli (7).
Al 1957 risale una prima consistente raccolta di superficie svolta nel territorio di Pescopennataro: in località Prato Mantello, Sergio Pannuti, nel corso della campagna di telerilevamento per la nuova edizione della carta geologica d’Italia, identificò diversi reperti litici attribuiti al Paleolitico inferiore, medio e superiore, in prossimità di due distinte aree poste a quota media di 1000 m s.l.m.(8)
Ma è solamente con gli anni ’70, circa un secolo dopo le prime sporadiche scoperte (9) summenzionate, questa fertile zona viene alla ribalta nelle ricerche di paletnologia, grazie alla clamorosa scoperta fatta dello studioso Alberto Solinas (10) e dai ricercatori dell’Università di Ferrara del noto insediamento "La Pineta" di Isernia, nonchè con le prime sistematiche indagini di carattere scientifico che la scuola inglese aveva appunto in quegli anni già avviato lungo il medio e basso corso del fiume Biferno. Proprio al 1974 sembra poi risalire il primo saggio di scavo stratigrafico di un sito neolitico (11) in Molise, ad opera del gruppo di lavoro dell’archeologo Graeme Barker che, nell’ambito di un progetto di più vasto respiro cronologico, ebbe in quegli anni l’occasione di identificare vicino Busso, presso Ponte Regio, un interessante riparo sotto roccia che fornirà appunto una nuova testimonianza di industria laminare e ceramica, ascrivibile a gruppi pastorali di tradizione neolitica (12).
Tra i primi saggi destinati allo studio dell’industria litica c’è da annoverare una ricerca di Armando Gravina, che appunto si occupa di una serie di grattatoi frontali piatti su lama dell’area di Campomarino ascrivibili ad una delle ultime fasi del Neolitico (13).
Nel 1985 invece, viene affrontato lo studio sistematico di un’altra cospicua raccolta di superficie eseguita da Riccardo e Francesco Vozza, in una zona non lontana dal giacimento precedentemente menzionato di Pescopennataro, in prossimità di un declivio che delimita ad est la zona paludosa di Veronico. L’analisi dei materiali effettuata da Paola Uccelli Gnesutta, basata su le patine, la tipometria e la tipologia, comprende 470 manufatti circa riferibili al Paleolitico inferiore, 424 su scheggia, 23 bifacciali, in parte abbozzati o frammentari, 20 nuclei e 3 dischi; a questi sono poi da aggiungere almeno 4 nuclei riferibili al Paleolitico superiore (14). L’organizzazione di una prima organica rassegna ed esposizione dei materiali archeologici del Sannio costituisce inoltre lo spunto anche per un breve e sintetico censimento che la Terzani, ispettrice archeologa per il servizio di Protostoria, fece delle scoperte inerenti l’archeologia preistorica fino ad allora effettuate (15).
Successivamente, gli studiosi inglesi, in particolare Karen Francis, consentiranno in tempi più recenti tramite survey, il ritrovamento nell’agosto del 1993 di un importante assemblaggio litico ascrivibile a gruppi di tradizione musteriana presenti sul Monte Santa Croce nel comune di Cerro al Volturno (16), ai piedi di quella straordinaria area di risorse che è il gruppo Mainarde (17): una conferma ad analoghi rinvenimenti già effettuati proprio in prossimità dell’ormai più celebre monastero di San Vincenzo al Volturno. Ben 249 selci di varia fattura e colore, tra i monti Santa Croce e Curvale, costituiscono quindi una delle più grandi collezioni, forse ancora da studiare attentamente. Successivamente, un lavoro svolto per una borsa di studio bandita nel 1994 dall’Istituto Regionale per gli Studi Storici "V. Cuoco", ha inoltre fornito un primo ragguaglio sistematico delle evidenze paleolitiche note per l’intera regione, con segnalazione anche di più recenti ritrovamenti eseguiti dal ricercatore Stefano Grimaldi. Tale indagine (18) ha difatti permesso l’elaborazione di un’interessante introduzione al paleolitico locale, tramite un elenco meticoloso delle collezioni museali e dei vari rinvenimenti sporadici, svolti soprattutto dall’Archeoclub di Agnone e dal Sig. Paglione nei territori di Carovilli e Pescolanciano. Il censimento eseguito ha così evidenziato altre sconosciute tessere di un "mosaico" molto antico che finora, in maniera pressoché quasi insospettata, era prevalentemente ascrivibile alle sole straordinarie scoperte del giacimento di Isernia.
Il quadro ora delineato emerge decisamente ampliato e rafforzato se vi aggiungiamo i circa 3000 rinvenimenti da ben 475 località, che costituiscono le raccolte di industria litica riferibili ad età paleolitica ottenute da survey decennali nella Biferno Valley, eseguiti appunto dall’équipe di Barker ed editi parzialmente (19) in due volumi nel 1995. Per molti di questi materiali reperiti da ricognizioni di superficie, a detta dello stesso studioso, sembra sia impossibile poter effettuarne una datazione precisa. Selce con gradazioni dal color nero al marrone ed al giallo miele, ne indicherebbero comunquesia la produzione locale, spesso in forma di ciottoli fluviali. Un’altra difficoltà per la datazione sembra esser stata poi individuata nel problema del riutilizzo in epoche successive (neolitico ed età del bronzo) degli stessi materiali, ed a volte nella non sempre ovvia attribuzione ad attività umana. Gli utensili pubblicati sono stati così suddivisi in due grandi gruppi rapportabili al paleolitico inferiore-medio ed al paleolitico superiore.
Si nota quindi innanzitutto una netta predominanza dei rinvenimenti nella valle inferiore del Biferno: circa 200 ritrovamenti contro i 40 della media valle e meno di 20 nella superiore (quindi il doppio). Si è notato inoltre che le caratteristiche stesse, oltre al numero, indicano un’altra differenza: le singole collezioni nella zona superiore sono sempre molto esigue, mentre le altre raccolte presentano assemblaggi molto ampi con centinaia di schegge e lame. Alcune delle più ricche raccolte individuate nella media valle, provengono precisamente dall’area C292 (20): ben 340 pezzi da una superficie di 4000 metri quadrati con la maggior parte della selce di color nero e marrone. Seguono 195 schegge di lavorazione, 5 frammenti di lama e 6 nuclei irregolari. Il ritocco degli utensili ha riguardato 38 scarti laterali di grattatoi (singoli, doppi e di forma trasversa con 2 riferibili al ritocco demi-Quina) e denticolati.
L’aspetto dell’assemblaggio è spiccatamente riferibile al paleolitico medio per le caratteristiche della lavorazione, e più precisamente ad un Musteriano classico in assenza dell’elemento Levallois e di bifacciali. La tecnica Levallois sembra invece presente nei materiali della zona B289 della media valle del Biferno. Tra i pezzi più pregevoli sono da ricordare anche delle interessanti asce a mano provenienti dall’area D48 ed una cordiforme (Colle Serramano). I materiali finora scoperti nei survey non sembrano però poter essere attendibilmente inseriti nelle canoniche e specifiche suddivisioni del paleolitico superiore ed in quelle epipaleolitiche, vista anche la esiguità delle singole collezioni e la possibilità di una certa commistione cronologica. Solamente 20 raccolte, tutte eseguite nella valle inferiore, sembra siano sicuramente ascrivibili ad un paleolitico superiore.
Un successivo insieme litico (21), indica appunto una probabile suddivisione dei vari elementi nei quali traspare la mancanza di utensili a dorso. Il raschiatoio carenato ed il nucleo lamellato n.1, così come i nuclei lamellati n.3 e n.4 nel mezzo, ed il microlite geometrico n.8 nonché il n.9, una lamella ritoccata, dovrebbero indicare con approssimazione la presumibile età della catena operativa. Se quindi i materiali sono stati correttamente assegnati, indicherebbero una scelta insediativa concentrata in maniera maggiore rispetto al paleolitico medio, nella valle inferiore; ossia la valle del Sinarca appunto e l’altopiano di Larino. Si consideri poi che nell’acme glaciale la linea delle nevi perenni è variata presumibilmente dai 1700 metri sopra il livello del mare nelle stagioni calde a circa 500 metri nell’inverno (22).
Il livello delle acque del mare intorno ai 17.000 anni a.C. era circa 120 metri sotto l’attuale (23). Le stesse temperature sono state stimate sotto di circa 6° rispetto alle attuali (24).
Da alcuni studi effettuati nel 1981 dall’équipe di Barker, sulla base anche degli spostamenti delle faune, si è inoltre dedotto che mentre i siti del paleolitico medio erano per lo più su livelli bassi per l’Italia centrale, quelli del paleolitico superiore erano sia a quote inferiori che sulle montagne.
Da queste considerazioni degli studiosi inglesi, seppur criticate per alcune semplificazioni, ho ritenuto interessante spostare l’attenzione nelle aree ad immediata vicinanza con l’appendice Mainarde ed il relativo sistema idrografico, ove tracce di ingrottamenti e cavità possono essere serviti come ripari ed aree santuVERDANAi di un capitolo della preistoria molisana ancora da scoprire.
Nelle scoperte eseguite da Barker vi sono poi tutta una serie di rinvenimenti ascrivibili genericamente ad una fase olocenica, molti dei quali però attribuibili ad età neolitica (25). Sembra che - anche in questo caso - sia stato difficile dividere dettagliatamente i vari tipi di materiali in mesolitico, neolitico ed età del rame e bronzo (26); ma lo scarso numero di quelli tipici mesolitici come i microliti geometrici e le lamelle ritoccate, identificate per lo più in prossimità della costa, dimostrerebbero che gli insediamenti dei raccoglitori furono per lo più ristretti nel litorale adriatico. La collezione litica è stata suddivisa in due gruppi: uno più grande, probabilmente neolitico, che consiste in molte schegge e frammenti semplici e ritoccati, è analogo all’assemblaggio identificato nello scavo di Monte Maulo, ove è stata ritrovata anche una ceramica impressa datata alla seconda metà del V millennio a.C.
Un secondo gruppo, sicuramente neolitico, con lame a lati paralleli tipiche di fasi neolitiche tarde, presenta inoltre anche punte di freccia. Analogamente anche i gruppi ceramici sono stati suddivisi, ove possibile, in due maggiori gruppi cronologici: uno più antico con ceramica impressa, ed uno più tardo con vari motivi del medio e tardo neolitico. Molti dei rinvenimenti di industria litica di probabile o possibile fattura neolitica, senza la ceramica, sono collezioni esigue e sembra improbabile che possano esser dei veri e propri residui di insediamenti. Sono stati infatti ritenuti essere dei resti di attività relative a modelli di "off-site", ossia inerenti la diffusione di caccia, raccolta e mandrie pascolanti (27): si tratta quindi di circa 8 insediamenti rapportabili ad una fase antica dei neolitici; 4 nella valle inferiore e 4 nella superiore, localizzati ad altitudini che vanno dai 75 ai 375 metri sopra il livello del mare.
I "non sites", con la più antica ceramica rinvenuta, erano stati poi localizzati nella valle superiore e due di questi non sembra che siano stati dei normali siti di domesticazione. Un campo stagionale per animali pascolanti, è stato ritenuto essere infine quello nella valle superiore a Ponte Regio. E’ da notare il fatto che le località in cui sono state ritrovate lame neolitiche tarde, sono state spesso invariabilmente identificate vicino al fiume, condizione riscontrata anche per la valle superiore e il bacino di Boiano (28). I principali insediamenti neolitici erano così nella valle inferiore, in situazioni topografiche più ristrette e le attività "off-site", nella valle superiore e media, erano generalmente vicino i fiumi. Un’altra corposa raccolta effettuata riguarda poi circa 1500 frammenti che sono stati recuperati negli scavi di Monte Maulo (29): una campionatura classica di manufatti impressi ed incisi, con figulina dipinta in rosso analoga a quella che contraddistingue la prima fase ceramica in Abruzzo e nelle Marche. Queste testimonianze sono state a loro volta suddivise in tre grandi gruppi: il primo - che presenta una fattura più rozza ed ha un impasto cotto malamente - riguarda due tipi di vasellame inciso ed impresso, con un colore che oscilla dal rosso al marrone ed ha delle superfici ruvidamente omogenee, con grossi inclusi sabbiosi, con uno spessore tra 1-2 cm.
L’altro invece, con piccoli inclusi sabbiosi, di fattura più leggera, ben cotto di color marrone pallido, grigio o arancio, è spesso meno di 5-6 mm. Il campione della ceramica figulina consiste quindi in un piccolo numero di frammenti, alcuni dei quali presentano tracce di pittura rossa che includono anche un motivo a fiamma. E’ stato ritrovato anche un vasellame di buona fattura, normalmente appartenente a delle scodelle che variano nel loro diametro dai 10 ai 40 cm., con una media diametro di circa 25 cm. (30) La forma preferita era quella rotonda con lati ripidi, scoscesi ed una base piatta. Molto spesso le forme erano anche eseguite con lati dritti ed un angolo acuto in prossimità dell’orlo. Per le tecniche d’impressione erano stati usati un bastoncino, un osso, la punta delle dita o le conchiglie marine come il "cardium edule".
Le impressioni e le incisioni erano disposte in file, arrangiate in bande o in zone separate da aree non decorate. Tracce di una pasta bianca sono state ritrovate in alcune delle impressioni, particolarmente nei disegni migliori. La metà del vasellame di migliore fattura è stato decorato. Le tecniche erano le stesse di quelle usate per la classe più rozza, ma le zone e le bande decorate in qualche caso riprendono motivi geometrici, triangoli impressi e rombi, ottenuti dalle conchiglie. Esistono inevitabili analogie con le facies del Guadone, di Masseria La Quercia, l’impressa del Tavoliere. Altre similitudini si riscontrano con l’antica ceramica impressa di Catignano, datata nella seconda metà del V millennio; date che sembrano ben accordarsi con quelle di Monte Maulo (4500-200 BC). Il materiale di Colle del Fico dimostra poi una lunga continuità d’occupazione: sembra riguardare quasi la "totalità" delle diverse fasi culturali neolitiche. Alcuni esempi ricordano difatti le anse dette "a tromba", tipiche dello stile di Diana, in fattura rossa.
Sembra quindi difficile, dato l’incremento dei rinvenimenti, non convincersi dell’ipotesi dell’introduzione per via costiera (31) - come via facile e rapida - delle tecniche e del retaggio agricolo neolitico, vista anche la vicinanza e l’affinità cronologica con coeve situazioni pugliesi. Ma, sebbene montuosa, anche la zona più interna ha sporadicamente fornito finora diverse testimonianze provenienti da zone montane, come Rio Verde e San Lorenzo, le quali allo stesso tempo dimostrano, come già osservato, che "selle, valichi e altri passaggi naturali, permettono di raggiungere anche a piedi e in un tempo limitato le variegate aree che caratterizzano questa regione (32)". E’ proprio in questa direzione quindi, non dimenticando l’abbondante presenza di selce nella regione occidentale e montuosa, che queste aree, ancor tutte da esplorare, possono svelare nuove e non più inaspettate sorprese. Difatti recenti scavi e soprattutto ricognizioni di superficie, svolte per conto della Cattedra di Archeologia Medievale dell’Università "La Sapienza" di Roma da parte dell’archeologo Michele Raddi, sembrano puntualmente verificare, anche in prossimità di siti d’epoca medievale, presenze d’età preistorica (33); lamelle d’età neolitica in località Le Grotte - Piana dell’Olmo (I.G.M.I., n.19) (34), strumenti in selce presso l’insediamento fortificato di Mennella, dell’area di Pettoranello, nonché la conferma del ruolo focale in merito alle presenze pre-protostoriche dell’Alta valle del Volturno, svolto anche dalla Valle Porcina. Le indagini svolte ed in corso inerenti l’alta valle del Volturno, il bacino venafrano, i versanti del Matese molisano dovrebbero inoltre convergere nel tentativo di costituire una nuova e moderna area museale quale vero epicentro didattico e scientifico del territorio - visto anche il rilievo che recenti scavi svolti nel comune di Pettoranello sembrano aver ottenuto nell’individuazione di presunte buche da palo di età eneolitica (35) - confermando così le infinite risorse che questi territori stanno fornendo alla prima e più antica storia delle civiltà pre-sannitiche.

 

 

II. Dalle Isole Tremiti alla Valle del Biferno: Aspetti Statistici dell’Industria Litica e della Ceramica Impressa in Età Neolitica (36).

Considerando quindi il particolare ruolo che presumibilmente ebbe l’area costiera nell’ambito della transizione e diffusione "neolitica" nel territorio molisano, non si può non rilevare la curiosa e significativa presenza di testimonianze paletnologiche di età meso-neolitica da tempo note nelle Isole Tremiti. Le seguenti osservazioni prendono spunto proprio dalle indagini di superficie svolte presso questo arcipelago diversi anni addietro (37); la presenza su tutte e quattro le isole appunto di materiali litici e di ceramica ascrivibili al periodo neolitico indussero l’autore delle ricognizioni a ritenere unici e peculiari tali materiali rispetto all’intero circondario continentale, sia garganico che abruzzese-molisano. I "neolitici" delle Tremiti infatti occuparono tutte le piane abitabili delle isole; è probabile quindi che il primo gruppo si sia fermato a San Domino e che le altre isole fossero state occupate da altre comunità soltanto dopo. Dal materiale archeologico recuperato a Caprara si è così dedotto che la comunità locale non doveva poi essere molto vasta, anche se è certo che gli arnioni di selce venivano recuperati soltanto a Cala del Sorrentino e trasferiti nelle altre isole vicine per essere lavorati. Dall’isola di Caprara provengono circa 190 reperti di industria litica:


Grafico I



Grafico II

La percentuale relativa di ogni singola classe è a sua volta evidente nel grafico II. L’ottimo materiale siliceo, di color bianco calcinato, che l’isola fornisce, veniva a raccogliersi naturalmente alla radice della parete erosa tra la breccia ed il ciottolame calcareo dilavato, ancor oggi visibile. La grotta della Vedova, un antro costituito da calcari durissimi e compatti, rivolto a nord - come fatto notare dal Fusco - ha fornito resti di selci lavorate, coltellini, raschiatoi e choppers.
Sotto la dizione di microliti sono stati poi censiti e classificati tutti quei reperti in dimensioni ridotte di particolari forme geometriche (trapezi etc.); il maggior numero di reperti litici sono stati raccolti quindi proprio sulla fascia alta della cava, verso la cresta del Grosso a m. 53 s.l.m, fino alla depressione di Cala dei Turchi, sulla costa sud prospiciente gli scoglietti e all’impluvio naturale delle zone macchiose della Cala del Fascinaro. Dall’isola del Cretaccio, ove non sono state identificate zone di lavorazione, collocata al centro dei canali tra le altre tre isole, provengono circa 145 reperti litici, rinvenuti sia sulle falde prospicienti il canale tra San Domino e San Nicola, sia a nord della zona di fronte l’erosione della Cala del Cretaccio e sul pianoro degradante a nord. Le selci in particolare sono state ritrovate quasi tutte essiccate e quindi prevalentemente bianche.


Grafico III



Grafico IV

L’isolotto di Cretaccio è lungo m. 400, largo m. 200, con un’altezza massima di 30 m. s.l.m. ed una superficie di 3 ettari circa. Dista m. 350 da San Nicola, m. 200 da San Domino e m. 900 da Caprara. All’isola di San Nicola i reperti sono stati individuati su tutto il tavolato e una buona parte sono stati scoperti presso Campo di Marte a pochi metri da un’antica cisterna di acqua piovana scavata dal calcare al centro della piana. Altri sono stati ritrovati in prossimità delle coste alte che guardano a sud, all’altezza della Muratta, in prossimità della zona dell’ipogeo greco. Così gli esemplari silicei di più piccole dimensioni sono stati individuati nella zona del paese ed insieme ai precedenti ammontano ad un numero di 351 circa.


Grafico V



Grafico VI

L’affastellarsi di tanti altri insediamenti durante i vari periodi cronologici di indubbio interesse storico, hanno poi certamente occultato una vasta zona per poter ricercare altre eventuali vestigia di officine litiche. Le percentuali indicano chiaramente lo stacco netto numerico che si evidenzia per quest’isola, in particolare per la presenza dei microliti, più del doppio delle precedenti, ad indicare il ruolo decisivo che questa specifica industria laminare ebbe nell’indicarci probabilmente l’antica dieta alimentare privilegiata ed anche il tipo quindi di sussistenza preferita da queste genti.
Va ricordato inoltre che l’autore delle ricognizioni indica tra i reperti elencati, per tecnica e per materiale usato, alcuni di maggior aderenza al Campignano II, individuabili tra alcune punte (nn.40-45), monolame (nn.108-9), grattatoi (nn.186-193), raschiatoi (nn.217-18), lame tronche (nn.136-140-145-154-158-162-163-166) (38). L’isola di San Domino ha fornito inoltre materiali sparsi su quasi tutto il suo territorio; una superficie di 208.40.05 ettari circa, con un altitudine che si aggira intorno ai m.116 di Colle dell’Eremita. Sono stati individuati circa 1795 reperti, comprendenti 206 frammenti di ceramica impressa e circa 98 frammenti di ossidiane.


Grafico VII



Grafico VIII

Soltanto all’isola di San Domino però è stata individuata una vasta zona con enormi quantità di scaglie litiche di lavorazione, resti delle varie officine. Solo quest’isola sembra aver avuto una vera comunità operante, i cui reperti più interessanti per fattura provengono dalla zona del villaggio occupato dalle capanne neolitiche. Proprio in queste aree furono osservate strutture di pietre, materiali carbonizzati, incastellature dei focolari. Un insediamento a capanne con focolare è stato identificato alle falde del colle dell’Eremita, tra pianori di poco scoscesi rivolti a nord, quasi fino alla Cala di Tramontana ed alla Cala degli Inglesi, compreso nella piana dell’attuale paese.
La dovizia di utensili restituiti e la gamma di lame, punte, raschiatoi e molte microlame di ossidiana, con una notevole abbondanza di ceramica impressa, rappresentano alcune tra le più ricche collezioni reperite nelle diverse isole. Altre tracce di capanne erano - stando alle osservazioni in situ dell’autore - dislocate a lato del moderno Hotel San Domino. L’ossidiana sulla base di riscontri tipologici e delle analisi spettrografiche è stata ritenuta essere la medesima proveniente dall’isola di Lipari. Notevole inoltre è stata la quantità di reperti in ceramica impressa fornita a sua volta dalle capanne poste ai piedi del Colle dell’Eremita: la caratteristica peculiare dei reperti trovati alle Tremiti è difatti una decorazione impressa prodotta sulla superficie molle del vaso prima della cottura, premendovi con l’estremità di una stecca, con l’orlo dentellato di una conchiglia, con le unghie delle dita e con una punta di selce. Circa 206 pezzi sono differenti per la decorazione e la lavorazione: lo scopo della decorazione sembra essere stato quello di rendere ruvida la superficie. Le parti risparmiate sono le basi, il collo ed a volte manici, anse e linguetta. Le forme sono prevalentemente ciotole, tazze emisferiche, giare globulari a collo cilindrico, tutte con basi grossolane ed espanse. Alcune analogie sono state identificate con la medesima facies del Pulo di Molfetta il cui impasto grossolano è analogo a quello di altre testimonianze ceramiche ritrovate sempre dal Fusco in alcune località del comune di Campomarino nel Basso Molise. Anche la ceramica di Penne in Abruzzo, simile a quella sopra menzionata, ha fornito datazioni di 4639+135 a.C.


Grafico IX

Le indagini condotte dagli studiosi inglesi nella Valle del Biferno, come noto, hanno consentito il rinvenimento di materiali individuati tramite ricognizioni di superficie ed altri provenienti da scavi archeologici. Di seguito sono state indicate le decorazioni più ricorrenti che hanno permesso una suddivisione in gruppi di frequenze per le classi di ceramica impressa identificate nel giacimento di Monte Maulo:


Grafico X

Si è proceduto quindi con il calcolo del chi-quadrato o scarto quadratico medio, per ogni casella, proposto per la prima volta da Spaulding nel 1953 (39), come verifica della significatività delle distribuzioni di frequenza degli attributi nominali, basato pertanto sulla differenza tra le frequenze osservate e quelle aspettate in caso di distribuzione casuale:


E’ la distribuzione della ceramica "rozza" pertanto che sembra discostarsi di più dall’ipotesi di distribuzione random, dedotta dal valore più grande del chi-quadro che indica come più grande sia la deviazione e quindi la maggior significatività dei dati osservati da quelli aspettati. La correlazione tra decorazione con conchiglia ed osso a stecca-ceramica grossa, e assenza o minore decorazione-conchiglia ed osso-ceramica fine, sembra quindi essere statisticamente significativa.


Grafico XI



Grafico XII

La produzione ceramica è stata eseguita con due tipi di impasto: uno fine e un altro più rozzo, che permettono di suddividere in due componenti principali l’insieme dei reperti raccolti, distinti da decorazione ad unghiate ed a stab & drag:


Grafico XIII





Dal grafico si evince che è la distribuzione di ceramica grossa che sembra più discostarsi dall’ipotesi di distribuzione random. Per cui la correlazione tra decorazione ad unghiate ed a stab&drag-ceramica grossa, e assenza o minor decorazione di unghiate e stab&drag-ceramica fine, risulta essere statisticamente significativa.


Grafico XIV



Grafico XV


Grafico XVI

 

 

III. Neolitico in Molise: una Transizione costiera?

L’analisi svolta sul "fenomeno" del neolitico antico nelle diverse aree prese in considerazione, tenendo conto delle rispettive datazioni ottenute dai contesti di provenienza dei materiali ceramici e litici, sembra confermare una più spiccata ed antica presenza nell’area costiera e nella limitrofa valle del Biferno. Nonostante precedenti indagini (40) avessero già verificato questo tipo di dinamica, ci sembra tuttavia emergere chiaramente la novità del ruolo che l’arcipelago delle isole Tremiti, grazie anche ad un tipo di presenze di superficie forse in passato poco considerate (41), potrebbe aver svolto nel favorire la penetrazione e la trasmissione delle nuove tecniche neolitiche come punto di transito e passaggio, anche alla luce di quel substrato di acculturazione di tipo "mesolitico" caratteristico di quelle comunità autoctone di raccoglitori-pescatori con le quali vennero in contatto appunto le nuove forme di vita adottate, legate alla domesticazione di piante ed animali, all’agricoltura, all’allevamento, alla transumanza ed alla produzione del cibo provenienti forse anche da presunti gruppi allogeni. Lo stesso strumentario litico di Ponte Regio (42), già molto più all’interno, dimostra, come noto, un maggior carattere rudimentale con un’alta percentuale di lame non ritoccate e scarsi elementi di innovazione rispetto al consueto patrimonio tipologico mesolitico, così indicandoci una lenta acquisizione verso l’entroterra delle innovazioni tecnologiche laminari. Così dallo stesso sito di Monte Maulo, ove è stata rinveunta una ceramica neolitica molto antica, sembra provenire una delle datazioni più elevate finora registrate, riferita appunto alla seconda metà del V millennio a.C. (5300-4800 a.C., calibrata) (43).
Proprio questo possibile percorso, costituito sia dall’itinerario che dalle isole maggiori antistanti la costa dalmata arriva fino all’altezza del Gargano, sia dall’area più propriamente sud-orientale (Puglia), vede anche l’area molisana, dalla costa verso l’interno, gradualmente irraggiarsi delle "nuove" presenze relative alla ceramica impressa ed alle nuove tipologie dell’industria litica che accompagnarono lentamente un’agricoltura sistematica evidente dalle presenze botaniche e faunistiche solamente verso la fine del V millennio a.C.

 

 

Appendice:

Grafico I - Dati elaborati = Nuclei: 14; punte: 10; lame a dorso: 7; lame tronche: 18; bulini: 14; punte di lame: 7; monolame: 10; raschiatoi: 11; grattatoi: 12; microliti: 38. Calcolo dei Parametri : Media 14.1; Mediana 11.5; Moda plurimodale = 7, 10, 14. Campo di variazione = 31 oppure in virtù della minor dispersione, data la maggioranza di 7, 10 e 14, eliminando i due estremi, si ha = 8.




Grafico III - Dati elaborati = Nuclei: 8; punte: 8; lame a dorso: 8; lame tronche: 9; bulini: 10; punte di lame: 10; monolame: 7; raschiatoi: 9; grattatoi: 14; microliti: 30. Calcolo dei Parametri: Media = 11.3; Mediana = 9; Moda unimodale = 8. La distribuzione non è normale poiché la moda non coincide con la media. Campo di variazione = 30-7 = 23. Scostamento semplice medio assoluto = 0.46. Dispersione relativa = 0.04.

Grafico V - Dati elaborati = Nuclei: 28; punte: 19; lame a dorso: 12; lame tronche: 14; bulini: 26; monolame: 13; raschiatoi: 24; grattatoi: 28; microliti: 83. Calcolo dei Parametri: Media = 27.4; Mediana = 24; Moda unimodale = 28. La distribuzione tende ad essere normale poiché la moda coincide quasi con la media. Campo di variazione = 15. Scostamento semplice medio assoluto = 0,4. Dispersione relativa = 0.01

Grafico VII - Dati elaborati = Nuclei: 75; punte: 58; lame a dorso: 65; lame tronche: 130; bulini: 120; punte di lame: 126; monolame: 41; raschiatoi: 160; grattatoi: 185; microliti: 288. Calcolo dei Parametri: Media = 124.8; Mediana = 123; Moda = assente. Campo di variazione = 127. Scostamento semplice medio assoluto = -0,12

 

 

Mario Giannitrapani, laureato in Lettere con tesi in Paletnologia, si è successivamente specializzato in Archeologia (Preistoria-Protostoria) presso l'Università di Roma "La Sapienza".
Ha collaborato con la Cattedra di Paletnologia di Roma II (1993-1996), ed ha partecipato a varie campagne di scavo in Grotte Paleolitiche della Puglia e del Lazio. Socio dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria ha recentemente pubblicato Coroplastica Neolitica Antropomorfa d'Italia, British Archaeological Reports, Oxford 2002.


 

 

NOTE

(*) La presente ricerca costituisce un approfondimento della relazione presentata al convegno "Preistoria e Musei in Europa" (28-29 aprile 1999 - Isernia) Le Raccolte di Archeologia Preistorica nel Molise per l’istituzione del Museo di Filignano (IS), in "AA. VV., Preistoria e Musei in Europa. Abstracts", (a cura di Carlo Peretto), Isernia, pp. 15-16., cfr. M. Giannitrapani 1999.

(1) Per un elenco delle molteplici cavità ed ingrottamenti, spesso sconosciuti sul piano archeologico, v. R. Gambari, Fenomeni Carsici nell’Alto Molise: Cavità nei Comuni di Frosolone e Carovilli (Isernia), in "Notiziario del Circolo Speleologico Romano", XXI, 1, 1976, pp. 27-46; L. Nizi, Aggiornamento dell’Elenco Catastale delle cavità dell’Abruzzo e del Molise, in "Notiziario del Circolo Speleologico Romano", XXIV, 1-2, 1979, pp. 35-80.

(2) Cfr. M. Giannitrapani 1999a, L’integrazione Uomo-Ambiente: il caso del Parco Nazionale d’Abruzzo delle Mainarde (Molise) quale Museo vivente nella Paleogeografia locale, in "Archeologia e Ambiente, Atti del Convegno Internazionale", (Ferrara 3-4 aprile 1998), a cura di F. Lenzi, Forlì, pp. 339-343.

(3) F. Scioli, Cenni sull’importanza dell’Archeologia Preistorica, in Rivista Italiana di Palermo", 1881, II s., nn. 15-20; poi anche in "Bullettino di Paletnologia Italiana", VII, p. 177.

(4) G. Nicolucci, Oggetti Preistorici nella Provincia di Molise, in "Bullettino di Paletnologia Italiana", IV, 1878, p. 65.

(5) L. Pigorini, L’Età della Pietra nella Provincia di Molise, in "Bullettino di Paletnologia Italiana", II, 1875, p. 119; Id., Tombe Neolitiche scoperte nel Comune di Monteroduni in provincia di Campobasso, in "Bullettino di Paletnologia Italiana", XIII, 1887, pp.169-172; per quanto riguarda i materiali delle tombe, trattasi di una cuspide di freccia e di una lama di pugnale di selce, nonché di un vasetto fittile.

(6) Cfr. A. Maiuri, Pugnale Siliceo Eneolitico in Provincia di Campobasso, in "Bullettino di Paletnologia Italiana", XLVI, 1926, pp. 1-4; ed anche D. Petrella, Molise Preistorico, in "Nuova Rivista Storica", XVIII, 1934.

(7) Cfr. M. Del Lupo, Contribuzioni agli Studi di Antropologia, in Rivista Scientifico-Industriale e Giornale del Naturalista, Firenze 1882, p.202; Id., Contribuzioni agli Studi di Paleoetnologia delle Province Meridionali d’Italia, in Rivista Scientifico-Industriale e Giornale del Naturalista, Firenze 1884; in questi articoli lo studioso si soffermò su molti oggetti litici esistenti presso il Gabinetto di Antropologia dell’Università di Napoli, provenienti dalle zone di Riccia, Gambatesa, Jelsi, Venafro, San Bartolomeo in Galdo, Campochiaro, Circello, Civita Campomarano e Castelpagano.

(8) G. Leopardi, S. Pannuti, A. M. Radmilli, Esplorazioni Paletnologiche in Abruzzo, in "Bullettino di Paletnologia Italiana", LXVI, 1957, pp. 261-268.

(9) Tra i primi articoli v. anche A. De Blasio, Capanna-Sepolcro d’Epoca Neolitica scoperta nel Bosco di Sepino, Territorio di Campobasso, in "Rivista d’Italia", Roma 1908, pp.160-165; G. Cimorelli, L’Età della Pietra nel Territorio Venafrano, Pescara 1910; fa notare lo stesso S. d’Acunto che "[...] Alla fine del secolo scorso in agro di Venafro (collezione Lucenteforte), di Pozzilli e di Macchia d’Isernia nonché in quello di Pietrabbondante vennero alla luce armi preistoriche ricavate dalla selce scheggiata qualcuna di un bel colore biondo molto simile a quello della selce del Grand-Pressigny in Francia [...]". Si tratta della maggior parte di punte di frecce, pugnali di pietra scheggiata lunghi una ventina di centimetri rinvenuti l’uno in tomba in agro di Pozzilli e l’altro di tipo archeolitico in agro Macchia d’Isernia. Lo studioso menziona inoltre un’accetta di pietra scura levigata del periodo neolitico col taglio ricurvo da una parte e a cuneo dall’altra, scoperta in agro di Pietrabbondante, v. S. d’Acunto, Isernia e la sua Provincia. Dalla Preistoria ai giorni nostri, Isernia 1981, p. 27; nonché V. Ferrara, Maronea nella Preistoria, Roma 1988, vol.I, Tav. 9, p. 127.

(10) A questo studioso dobbiamo inoltre il primo contributo storiografico sugli studi e la ricerche paletnologiche nel Molise, cfr. A. Solinas, Preistoria, in "Molise. Comuni d’Italia", Istituto Enciclopedico Italiano, ad vocem, s.d., pp. 172-208.

(11) G. Barker, A New Neolithic Site in Molise, Southern Italy, in Origini, VIII, 1974, pp. 185-200.

(12) Dalla metà degli anni ’70, lo studio interdisciplinare svolto sulla valle del Biferno permise l’indagine di circa 350 kmq., equivalenti a quasi 1/3 dell’intero bacino. Furono identificati in una prima fase circa 12 siti con ceramica neolitica associata a industria litica tutti nella bassa valle del Biferno. Tuttavia, reperti quali brocchette in terracotta grezza, nonchè pesi e sostegni, anch’essi in terracotta, per la lavorazione della lana, che sembrano rimandare ad un neolitico antico, risultano presenti e menzionati occasionalmente anche nell’agro di Colli al Volturno, v. L. Ragozzino, Colli al Volturno, 1987, p. 5.

(13) A. Gravina, Industria Litica nelle Località Difensola e Buccaro presso Campomarino (CB), Campomarino 1984.

(14) P. Uccelli Gnesutta, L’Industria Paleolitica di Pescopennataro (Isernia), in "Rassegna di Archeologia", 5, 1985, pp. 9-48.

(15) C. Terzani, Introduzione, in Samnium. Archeologia del Molise, a cura di S. Capini, A. Di Niro, Roma 1991, pp. 5-9, ed all’interno anche, C. Peretto, I Reperti Litici di Isernia La Pineta, pp. 14-24.

(16) K. D. Francis, A Mousterian Lithic Assemblage from Monte San Croce, Molise, in "Papers of British School at Rome", LXII, 1994, pp. 305-310.

(17) Sulla presenza di grotte e caverne, in particolar modo nella sezione meridionale delle Mainardi, cfr. G. Melogli, Le Mainardi. 200 Milioni di Anni da Raccontare, Isernia 1991, in part. pp. 36-38; sulla geomorfologia v. A.V. Damiani, Geomorfologia del Gruppo Montuoso delle Mainarde (Lazio-Molise), in "Le Mainarde. Zona di Ampliamento in Molise del Parco Nazionale d’Abruzzo" (a cura di F. Pedrotti, F. Tassi), Camerino 1992, pp. 49-80.

(18) La ricerca nel suo insieme ci risulta ancor inedita; tuttavia cfr. l’estratto, S. Grimaldi, Il Paleolitico nel Molise, il Territorio, gli Insediamenti, i Manufatti Litici, in "Antico Futuro", n.1-2, 1996, pp. 5-11, nonché Id., Il Paleolitico in Molise, in Atti del XIII Congresso Mondiale U.I.S.P.P. (Forlì 8-14/9/1996), vol. II, a cura di F. Facchini, A.P. di Cesnola, M. Piperno, C. Peretto, Forlì 1998, pp. 323-330.

(19) G. Barker, The Biferno Valley Survey. The Archaeological and Geomorphological Record, voll. I-II, London.

(20) Cfr. Id., A Mediterranean Valley. Landscape & Annales History in the Biferno Valley
, Leicester 1995, Fig. 37, p.

(21) Ibidem, Fig. 38, p. 94.

(22) A. Malatesta, Geologia e Paleobiologia dell’Era Glaciale, Roma 1985; cfr. anche G. Lanzafame, L. Tortorici, Osservazioni Geologiche sul medio e basso Bacino del Fiume Biferno (Molise, Italia centro-meridionale), in "Geologica Romana", 15, 1976, pp. 199-222.

(23) J.C. Shackleton, T.T. Van Andel, C.N. Runnels, Coastal Palaeogeography of the Central and Western Mediterranean during the last 125,000 years and its Archaeological Implications, in "Journal of Field Archaeology", 11, 1984, pp. 307-314.

(24) G.M. Peterson, T. Webb, J.E. Kutzbach, T. Van der Hammen, T.A. and F.A. Street, The Continental Record of Environmental Conditions at 18,000 Bp: an Initial Evaluation, in "Quaternary Research", 12, 1979, pp. 47-82.

(25) G. Barker, A Mediterranean Valley cit., 1995, Fig. 40, p. 102; sporadiche presenze d’età neolitica sono state segnalate a Cercemaggiore, Ferrazzano, etc., v. M. Giannitrapani, Le Raccolte cit., 1999, p.16.

(26) Sull’età del bronzo, cfr. A. Gravina, P. Di Giulio, Abitato Protostorico presso Campomarino in Località Defensola, Termoli 1982; A. Di Niro, Il Villaggio Protostorico di Campomarino, in Samnium cit., 1991, pp. 35-46. Le indagini guidate dal Barker portarono poi in una prima fase all’individuazione di ben 40 siti attribuibili a tale periodo, in cui gli agricoltori (II millennio a.C.) presero a vivere anche nella media ed alta valle su terreni pesanti e suoli petrosi, cfr. G. Barker, Forme e Sistemi d’Insediamento nella Valle del Biferno nel II millennio a.C., in "Origini", XIV, 1988-89, pp.131-139. Il sito di quota più alta risultò essere quello di Matrice, 800 s.l.m. con presenza di ceramica appenninica nonché, assai significativi per le dimensioni, quelli di Fonte Maggio presso Petrella (1300-1100 a.C.) e Masseria Mammarella (1000 a.C.), cfr. Id., An Apennine Bronze Age Settlement at Petrella, Molise, in "Papers of the British School at Rome", XLIV, 1976, pp. 133-156; su Colle Gessari ed il II millennio a.C. nella valle del Biferno, cfr. Id., A Mediterranean Valley cit. 1995, pp. 132-158.

(27) La maggior parte dei siti neolitici individuati nella parte inferiore della valle con suoli molto leggeri, come evidenziato, dovrebbe alludere alla presenza di condizioni climatiche e geomorfologiche più favorevoli ad un insediamento agricolo, cfr. G. Barker, Due Italie, una Valle, una Prospettiva. La Valle del Biferno nel Molise, in "Almanacco del Molise 1991", Vol. II, pp. 84-85.

(28) La presenza di varie selci e punte di freccia indica presumibilmente che le zone di caccia ed allevamento "si estendevano lungo la valle verso monte sino al bacino di Boiano, ma non risalivano le montagne del Matese, che dovevano allora essere fittamente boscate[...]", cfr. G. Barker, Due Italie cit., p. 84, nonostante attività venatorie e pastorali fossero praticate sino alle quote più alte, cfr. Id., Forme cit., 1988-89, p. 13.

(29) Ibidem, Fig. 45, p. 115.

(30) Ibidem, Fig. 46, p. 116-117.

(31) Cfr. I. Macchiarola, Aspetti della Neolitizzazione in Molise, in "Almanacco del Molise, 1992", vol. II, p. 68, in cui l’autrice ipotizza la "presenza di una effettiva colonizzazione limitata alla fascia costiera" - probabilmente dalla Puglia - sebbene "non può essere del tutto esclusa l’ipotesi di una penetrazione dalle Isole Tremiti," con penetrazione più lenta e diversa verso le aree più interne, montuose e poco adatte all’agricoltura.

(32) Cfr, S. Grimaldi, Il Paleolitico cit., 1996, pp. 10-11.

(33) Un fenomeno già verificatosi in precedenti indagini: una punta silicea di lancia, attribuita all’età del bronzo è in R. Hodges, Villaggi Altomedievali nell’Alta Valle del Volturno, in "Almanacco del Molise, 1992", vol. II, Fig. p. 95.

(34) M. Raddi, Il Commercio del Bucchero nell’Alta Valle del Volturno attraverso i Reperti di Colli a Volturno ed il suo Territorio, Colli al Volturno 1995, Fig.8.

(35) Le indagini seguite dall’archeologa francese C. Albore Livadie, specialista di protostoria centro-meridionale, non ci risultano finora esser state edite; sull’età del rame, v. tuttavia, G. Barker, A Mediterranean Valley cit., 1995, pp. 129-131, che identifica in Masseria Vincelli (Montorio dei Frentani) "the principal copper age site known in the Biferno Valley", e gli esemplari d’industria litica datati al III millennio a.C., provenienti dalle aree di Pizzone e Campolieto, Fig. 52, p.130.

(36) Il seguente paragrafo è stato discusso come tesi d’esame in "Metodi Matematici e Statistici applicati all’Archeologia ed alla Paletnologia" presso la I Scuola Nazionale di Specializzazione in Archeologia (Preistoria-Protostoria), Univ. "La Sapienza" Roma, a.a. 1998-99, Prof. A.Bietti.

(37) P. Fumo, La Preistoria delle Isole Tremiti. Il Neolitico, Campobasso 1980, pp. 39-65, 97-100, 118-206.

(38) Ibidem., pp. 39-65, 97-100, 118-206.

(39) Per le applicazioni statistiche, cfr. M. R. Spiegel, Statistica, 1976, pp. 45-88, 167-177; A. Bietti, Tecniche Matematiche nell’Analisi dei Dati Archeologici, in "Contributi del Centro Linceo Interdisciplinare di Scienze Matematiche e loro Applicazione", Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1982; A. Guidi, I Metodi della Ricerca Archeologica, Roma-Bari 1994, pp. 116-134.

(40) I. Macchiarola, Aspetti cit., 1992, pp. 62-64.

(41) Difatti la notevole messe di materiali rinvenuta da P. Fumo, La Preistoria cit., 1980, ci sembra in alcuni casi quasi sconosciuta in letteratura.

(42) Cfr., G. Barker, A New cit., 1974, Figg. 7,8, pp. 192-196.

(43) Cfr., G. Barker, A Mediterranean cit., pp. 100, 105.

 

 

 

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