SANNITI

 
UNA CITTA' CHIAMATA SANNIO

John Patterson
Cambridge University

 

 

Per approfondire l'argomento si consulti anche:
Una città chiamata Samnia di Franco Valente.

 

E’ mai esistita una città di nome Sannio? Il problema è stato ripetutamente discusso in molte opere storiche, che avevano per soggetto l’Italia centrale, scritte dal rinascimento fino ai giorni nostri; in alcune di esse si è dubitato che una città con questo nome sia mai esistita, in altre, la si è voluta identificare con una varietà di siti inclusi nell’area che fu un tempo abitata dai Sanniti. Tra le localita che si sono disputate l’onore di identificarsi con l’antica città, ricordiamo Benevento, Isernia, Venticano (nell’attuale provincia di Avellino) ed il sito della romana Ligures Baebiani (1), presso Circello (nella provincia di Benevento).
Il dibattito è stato recentemente riaperto da un paio di articoli di Domenico Petroccia, il quale si è espresso in favore dell’esistenza della città, ed ha suggerito che essa si trovasse nell’alta valle del Volturno (2). La questione riveste chiaramente una certa importanza, non soltanto per quanto riguarda la definizione della topografia dell’alta valle del Volturno, nonché del quadro generale degli insediamenti nell’antico Sannio; ma anche sulla luce che getta sulla definizione di quanto, delle istituzioni e delle memorie del periodo romano, sia sopravvissuto nell’alto medioevo.
Vi sono diversi problemi connessi fra loro che devono essere considerati. Innanzitutto, esisteva una città sannita di nome Sannio nell’Italia centrale della tarda "Età del Ferro"?
Le argomentazioni del Petroccia si basano fondamentalmente su un passo della "Historia Longobardorum" di Paolo Diacono; ma le fonti classiche scelte in riferimento alla cosidetta città di Sannio restano quanto meno ambigui. Ciò che è certo è che nel X secolo d.C. esisteva un insediamento dal nome di Castellum Samnie, che si trovava nella valle del Volturno.
  San Vincenzo al Volturno

Il pianoro di San Vincenzo al Volturno
con lo sfondo delle Mainarde.
In questo studio si prenderanno in considerazione la maggior parte delle fonti, antiche e medievali, dove viene menzionata la città di Sannio; si esaminerà come e perché il nome di una regione e di un popolo abbia finito per designare una circoscrizione vescovile, un insediamento e quindi un Castellum; si discuterà, infine, l’identificazione di questi siti.
Le varie "pezze d’appoggio" chiamate a supportare l'esistenza della città sono qui discusse in ordine più o meno cronologico.


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L'Elogium di Scipione Barbato


(... ... ... ... ... ... ...)
(... ... ...) Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre
prognatus fortus vir sapiensque quibus forma virtute parisuma
fuit - consol censor aidilis quei fuit apud vos - Taurasia Cisauna
Samnio cepit - subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit.
 
Sarcofago

Sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato.
Tufo vulcanico grigioverde con venature bianche e nere. Lunghezza cm. 277 e altezza cm. 172
Tomba degli Scipioni sulla via Appia - Inizio del III secolo a.C. - Roma Musei Vaticani


Il sepolcro di famiglia degli Scipioni fu scoperto nel 1780, sulla via Appia, poco fuori porta Capena. Al suo interno furono rinvenuti sarcofagi ed iscrizioni commemorative. Il più antico membro della famiglia ivi commemorato era Scipione Barbato, che fu console nel 298 a.C., i cui resti furono deposti in un sarcofago monolitico di peperino.
Su un lato del sarcofago, che si trova oggi nei Musei Vaticani, è tracciato un epitaffio commemorativo o elogium, che racconta che Scipione Barbato, uomo saggio e coraggioso, censore, edile e console, "Taurasia Cisauna Samnio cepit", e soggiogò tutta la Lucania, prendendo ostaggi. L’interpretazione di questa parte del testo non è completamente chiara.
E’ stato ritenuto che esso abbia voluto significare che Barbato prese Taurasia e Cisauna nel Sannio (interpretando Sannio come un ablativo), ovvero che Barbato prese Taurasia, Cisauna e Sannio (interpretando Sannio come un accusativo). I sostenitori di quest’ultima ipotesi sottolineano che Sannio manca della "d" finale, diversamente da "Gnaivod" nella prima linea dell’iscrizione, che è chiaramente un ablativo.
Secondo loro sarebbe stato inconcepibile che l’autore dell’elogium avesse menzionato la regione del Sannio immediatamente dopo i nomi di due città, senza evidenziare, appunto, che si trattava di una regione e non di una città; pertanto l’elogium porta con sè un riferimento alla misteriosa città di Samnium. E’ questa una argomentazione sufficientemente forte? Volgiamoci innanzitutto a guardare il contesto storico del periodo, quello della terza guerra Sannitica.
Per le campagne militari del 298 a.C. vi sono tre principali fonti storiche: la Storia di Tito Livio, i Fasti Triumphales della Regia nel Foro Romano, e l’elogium stesso. Sfortunatamente, fra queste tre fonti non esiste accordo.
Il racconto di Livio afferma che nel 298 a.C. il comando militare venne diviso fra i due consoli: Scipione prese l’iniziativa contro gli Etruschi e Gneo Fulvio Centumalo andò a combattere i Sanniti (3). Scipione combattè un’interlocutoria battaglia presso Volterra e quindi si diede a devastare l’Agro Falisco; nello stesso tempo, Fulvio sconfisse i Sanniti presso Bovianum, attaccò quella città, e quindi prese Aufidena. Dall’altra parte, i Fasti Triumphales narrano che a Fulvio fu accordato il trionfo su Sanniti ed Etruschi in quello stesso anno e l’elogium non mensiona affatto l’Etruria. Ma il peggio deve ancora venire: infatti i Fasti ricordano un trionfo di Fulvio Petino sui Nequini ed i Sanniti per l’anno 299, laddove Livio non fa alcuna mensione dei Sanniti per quell’anno. Inoltre il racconto di Livio delle campagne del 298 sembra stranamente appesantito: in esso troppa attenzione sembra concessa alle inconcludenti campagne condotte in Etruria, rispetto a quanto vi si dice della famosa battaglia e della luminosa vittoria di Fulvio sui Sanniti.
Non dovremmo avere difficoltà ad accettare la versione dell’elogium, che è evidentemente la più antica, come quella più veritiera, se non vi fossero dubbi dovuti al fatto che l’elogium fu chiaramente iscritto sul sarcofago molto tempo dopo la morte di Barbato. Il sarcofago è originale - lo suggeriscono del resto la sequenza di stili e materiali impiegati nei vari monumenti funerari del sepolcro (4), nonché la posizione del sarcofago stesso, sito nella nicchia centrale del muro di fondo dell’edificio - ma l’iscrizione è chiaramente di molto posteriore. Lo stile delle lettere usate sembra essere più tardo di quello che troviamo nell’iscrizione commemorativa del figlio di Barbato, console nel 259 a.C. (5), ed una riga e mezza di una sottostante precedente iscrizione, è stata scalpellata via.
La sequenza paleografica delle iscrizioni rinvenute nel sepolcro, sui vari monumenti funerari, indurrebbe ad ipotizzare una data all’inizio del II secolo a.C. per l’iscrizione commemorativa di Barbato, che sopravvive leggibile sul suo sarcofago.(6) Ma può tutto ciò aver nuociuto in qualche modo alla attendibilità dell’iscrizione?
E’ stato ipotizzato che il contenuto dell’elogium possa essere stato esagerato, al fine di ingrandire la fama di Barbato, forse in risposta alle difficoltà politiche nelle quali vennero a trovarsi gli ultimi Scipioni. In questo senso, l’ipotesi più estrema fu formulata da E.W.Fay nel 1920 (7), il quale vide nell’elogium di Barbato una contraffazione antichizzante della metà del I secolo a.C.
Ma ci dobbiamo domandare se potesse veramente valerne la pena di falsificare una testimonianza di questo genere; il sarcofago, in definitiva, si trovava all’interno del sepolcro, visibile solo per i membri della famiglia degli Scipioni e forse per pochi altri nella cerchia degli amici. Se vi fosse stata l’intenzione di utilizzare il sepolcro a scopi propagandistici, sarebbe stato assai più ragionevole intervenire sull’esterno di esso, come giustappunto avvenne alla fine del II sec. a.C. (8), quando fu edificata una facciata monumentale adorna di statue.
Sembra così poco plausibile che si sia intervenuti sull’iscrizione del sarcofago con il deliberato scopo di falsificarla; e altrettanto sembrano improbabili grossolani errori nella sua stesura, dal momento che il testo di essa sembra essere stato tratto da un’ode celebrativa in versi saturni, testo che fu seguito con tale accuratezza, da aver conservato nella versione epigrafica la forma in seconda persona, che si indirizzava presumibilmente al popolo romano - notare il vos nella terza linea dell’epitaflio (9). Inoltre, se è ovvio che nell’ode celebrativa di Barbato, la cui pubblica lettura può essere avvenuta, diciamo, intorno al 280, sarebbe stato normale non trovarvi menzione della conquista dell’intero Sannio, sarebbe stato allo stesso tempo difficile riconoscervi il Samnium in essa nominato in una piccola città del Sannio, senza ulteriori spiegazioni.
Se, infatti, la capitale dei Sanniti, che aveva dato il suo nome a tutto il popolo, fosse stata conquistata da Barbato, ci si sarebbe dovuti aspettare di conoscere assai di più questo episodio, ad esempio attraverso Livio o i Fasti: un fatto del genere sarebbe infatti assurto a ben altra fama!
Anche in termini di composizione letteraria, l’identificazione di Samnio con una città presenta delle difficoltà. Sembra strano, infatti, che si sia potuta menzionare la cattura di tre città, per passare quindi a parlare della conquista di un’intera regione, senza fornire di ciò ulteriori spiegazioni. Sembra molto più sensato riferire invece della presa di due città nel Sannio e quindi della conquista di tutta la Lucania - anche se quest’ultima fu in realtà solo una vittoria di carattere diplomatico -, dando così una costruzione molto più coerente a tutta la struttura narrativa della linea finale.
Anche le argomentazioni linguistiche sono indebolite dalla considerazione di Pulgram, secondo cui non sarebbe stato impossibile avere tutti e due i tipi di ablativo - con e senza la "d" finale - nella medesima iscrizione (10). Si può infatti plausibilmente arguire che le forme arcaiche possano essere sopravvissute in frasi che contengano nomi propri e patronimici. Si può perciò concludere che, sebbene sia forse impossibile asserire con sicurezza che la parola Samnio dell’elogium si riferisca alla regione piuttosto che ad una città con tale nome, è pur vero che l’ipotesi della regione concorda assai meglio col senso della frase, e che il solo elogium rappresenta una prova assai debole per l’esistenza di una città altrimenti sconosciuta.


Vi è un’ampia bibliografia sull’elogium, la tomba ed i problemi connessi. Vedi di recente:
  • A. La Regina - "L’elogio di Scipione Barbato" D.d’A II (1968), 173-190;
  • F. Zevi - "Considerazioni sull’elogio de Scipione Barbato", Studi miscellanei XV (1969-1970), 65-73;
  • V. Saladino - Der Sarkophag des Lucius Cornelius Scipio Barbatus (Wurzburg, 1970);
  • F. Coarelli - "Il sepolcro degli Scipioni", D. d’A VI (1972), 36-106.

 



 


Florus Epitome I, 11.8


"hos tamen quinquaginta annis per Fabios ac Papirios patresque eorumque liberos subegit ac domuit, ita ruinas ipsas urbium diruit, ut hodie Samnium in ipso Samnio requiratur nec facile appareat materia quattuor et viginti triumphorum".


Scritta da un certo Floro (personaggio di cui è ignoto anche il nomen) intorno alla metà del II secolo d.C., la Epitome di Tito Livio "Bellorum omnium annorum CCC" consiste di brevi resoconti delle guerre combattute dai Romani durante la Repubblica, e termina con la chiusura del tempio di Giano da parte di Augusto (11).
La conclusione del capitolo sulle Guerre Sannitiche è la seguente:


"In cinquanta anni, sotto l’egida di due generazioni di Fabii e di Papirii, i Romani soggiogarono i Sanniti e ne distrussero le rovine delle città a tal punto, che se oggi ci si guarda intorno per vedere ove Sannio sia nel territorio sannita, resta difficile immaginare come i Romani vi abbiano potuto trovare motivo per celebrare ventiquattro trionfi sui Sanniti" (trad. Loeb).

Questo passo è stato preso ad esempio per dimostrare che Samnium fu una delle città distrutte dai Romani durante le Guerre Sannitiche. Comunque non bisogna dimenticare che una delle caratteristiche dello stile di Floro è nella sua predisposizione all’uso di frasi retoriche ed elaborate, e questa sembra essere una di quelle; il concetto è ripreso da Tucidide, che commentava:

"Se la città di Sparta fosse abbandonata e nulla ne rimanesse, se non i templi e le fondazioni di altri edifici, difficilmente, penso, che la posterità potrebbe mai immaginare che il potere di questa città era cosi grande come la sua gloria ci indica" (12).

In Floro abbiamo altri accenni all’oblio in cui i nemici di Roma furono precipitati:

"Così fu Veio in quei giorni. Chi mai oggi potrebbe ricordare la sua antica esistenza? Cosa rimane di lei? La nostra fede negli annali dura fatica a farci credere che Veio sia veramente mai esistita" (13).

Non vi è pertanto alcuna ragione per non credere che il passaggio su Samnium altro non sia che una esagerazione retorica, che non ci da, perciò alcun reale elemento per provare l’esistenza della città di Samnium.

 



 


Festus "De verborum significatu" 436-437 L


"Samnites ab hastis appellati sunt, quas Graeci appellant; has enim fuere adsueti erant; sive a colle Samnio ubi ex Sabinis adventantes consederunt".


Operante probabilmente nel tardo II secolo d.C., Sesto Pompeo Festo compose un’epitome del "De significatu verborum" scritta da Verrio Flacco sotto Augusto (14); il suo lavoro fu quindi ulteriormente epitomato da Paolo Diacono nell’VIII secolo.
Organizzato come un dizionario enciclopedico, l’opera spiega l’origine ed il significato delle parole, e contiene molte interessanti informazioni. La voce Samnium è di particolare importanza, perchè non menziona affatto una città con questo nome.
Festo invece fornisce due differenti spiegazioni del nome Samnites: una derivante dal greco "saynia" = lancia, asta (spiegazione che riappare in Paolo Diacono); l’altra legata con la tradizione che i Sabini furono una giorno spinti da una carestia ad inviare una spedizione di giovani uomini al fine di fondare una nuova colonia: il gruppo seguì un toro e, nel luogo ove esso si fermò, piegandosi sulle sue zampe, si decise di fondare una nuova città nella regione che fu poi chiamata Samnium. Festo ritiene che la collina su cui questi Sabini si fermarono si chiamava Samnium, da cui venne il nome di tutta la regione.
Questa etimologia sembra essere stata creata per spiegare le connessioni fra Sanniti e Sabini, ambedue popolazioni Sabelliche. Va notato che essa è senza dubbio la più popolare fra gli antichi autori - Strabone fornisce il racconto più dettagliato di questo ver sacrum nella sua Geografia, e questa tradizione è nota anche ad altri autori, come Varrone, Gellio e Sisenna (15).

 



 


Concilio di Papa Simmaco (a.D. 6 novembre 502)


... Laurentius Boianensis
Fortunatus Anagninus
Paschesius Vulturnensis
Marcus Samninus
Aprilis Nucerinus...

J. Mansi - Sacrum conciliorum nova et amplissima collectio, VIII - Firenze, 1762;
Ristampa Parigi & Leipzig, 1901, col. 269.


Nel periodo tardoromano ed altomedioevale iniziano ad apparire indizi più convincenti dell’esistenza di un insediamento di nome Samnium.
Una lista di vescovi che parteciparono ad un concilio tenuto sotto papa Simmaco, datata al 6 novembre del 502, contiene la menzione di un Marcus Samninus. Questa indicazione può difficilmente riferirsi ad una regione, poiché tutti gli altri vescovi della lista sono accompagnati dalla menzione della loro diocesi, che è sempre una città, ed uno di loro è Laurentius Boianensis, vescovo di una diocesi situata nel mezzo della regione del Sannio.
Samnium deve in questo caso essere una città. Ma quale?
La posizione di Marco all’interno della lista, fra i vescovi di Volturnum e di Nuceria, suggerisce che si tratta di un qualche luogo dell’Italia Centrale.
Sono state fatte varie proposte. Duchesne ritenne si trattasse dell’antica Ligures Baebiani (presso la moderna Circello), ma non spiegò la sua scelta (16); Crivellucci propose Benevento, adducendo un temporaneo cambiamento di nome della diocesi (17). Petroccia è scettico riguardo alla identificazione con Benevento e propende per l’identificazione della diocesi di Samnium con il "Kastron Samnion" ricordato da Giorgio di Cipro (per il quale vedi oltre).
Gli epitaffi del IX secolo dei duchi di Benevento definiscono i Beneventani come Samnites (18), il che sembrerebbe andare in sostegno della ipotesi di Crivellucci; sebbene essi possono riferirsi al ducato nella sua totalità, dal momento che sappiamo che la provincia del Sannio sopravvisse come entità amministrativa sino alla invasione longobarda (19), e quindi dopo come riferimento geografico (20).
Si deve pertanto concludere che non possiamo in nessun modo identificare con precisione il sito della diocesi di Samnium, ma il fatto di non averne altre menzioni successivamente forse induce a pensare di avere a che fare con un temporaneo cambio di denominazione di una diocesi, che non con un insediamento indipendente.

 



 


Georgio di Cipro
(da: Honigmann, Le synekdèmos, 52)


Il "Kastron Samnion"


La Geografia di Giorgio di Cipro, probabilmente scritta tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. (21), consiste in una serie di liste di città in varie parti dell’Impero Romano; nella lista riguardante l’Italia è inclusa una città chiamata "Kastron Samnion"
E’ una prova abbastanza netta in favore dell’esistenza di un insediamento con questo nome, ma sfortunatamente è difficile capire dove questo "Kastron" potesse essere situato, dal momento che vi è scarso accordo sulla interpretazione della organizzazione geografica delle liste di Giorgio. Il punto di vista più accettato è che esse siano piuttosto caotiche; la denominazione di
Eparcia KampaniaV , per esempio, è seguita da toponimi convenzionalmente identificati con Oderzo e Grado, nell’Italia settentrionale. Un recente lavoro di Pier Maria Conti ha comunque cercato di trovare un più razionale criterio geografico nel lavoro di Giorgio. Egli reidentifica molti degli insediamenti menzionati con località della Campania o site nei pressi di essa. Nell’analisi di Conti, il Kastron Samnion è il sito di Ligures Baebiani, presso Circello; egli connette questo sito con quello della città di Samnium nominata da Paolo Diacono, deducendo dalla progressione geografica nella narrazione di Paolo che la localizzazione della stessa doveva essere fra Isernia e Benevento (22). Lasciando da parte il fatto che Paolo sembra riferirsi ad una antica città di Samnium e non ad una a lui contemporanea, il numero di possibili siti con i quali essa può essere alternativamente identificata rende difficile accettare questa specifica ipotesi. Ma sembrerebbe comunque chiaro che un Kastron Samnion esisteva alla fine del VI secolo. Il nome suggerisce che esso si trovava nell’Italia centrale, sebbene vi sia sempre la possibilità che esso derivi da una corruzione di Scamnum, il nome della città della penisola Salentina ricordata da Plinio e da altri (23). Si sarebbe tentati di associare il Kastron con la diocesi di Samnium ricordata nel 502, ma la insicura locazione geografica del Kastron e l’instabilità della diocesi di Samnium rende impossibile avere delle certezze in proposito.

 



 


Stephanus di Bisanzio, Ethnicorum (26)


All’interno dello EaQuicou di Stefano di Bisanzio, un’epitome di un lavoro più ampio composto nel VI secolo d.C., che enumera nomi di luogo e da altre informazioni connesse, vi sono due voci di rilievo per la nostra discussione: una registra come una città chiamata Samnion , e l’altra spiega il significato del nome Saunitai . Il secondo indica chiaramente i Sanniti dell’italia Centrale, dal momento che di essi si dice fossero i vicini degli Iapigi, vale a dire degli Apuli. Che i Greci chiamassero i Sanniti Saunitai è chiaro dalle etimologie di Strabone (vedi nota 15) e Festo. Ma cosa si può dire della città di Samnion ?
Si dice di essa che è
PoliV PretaniaV ; e Pretania è nome generalmente usato per la Gran Bretagna (24), ma Strabone da nota dell’isola che si trova alla foce della Loira come abitata dalle donne dei Samnitai , che dobbiamo perciò ritenere popolassero la costa meridionale della Bretagna.
Dionisio, nella sua "Orbis Descriptio", un’opera del II secolo d.C., situa le isole ove le donne dei potenti Amnitae - evidentemente la stessa cosa dei Samnitae - celebrano riti in onore di Bacco presso le
dissai nhdoi BretanideV (25), vale a dire Gran Bretagna ed Irlanda. Strabone e Dionisio sembra si riferiscano alle stesse isole. Sembrerebbe perciò che la città di Samnion menzionata da Stefano di Bisanzio non abbia nulla a che vedere con l’Italia centrale. Vi è comunque una possibilità che Bretania possa essere una corruzione di Frentania, che sono altrove menzionate nello EaQuicou di Stefano (26) - in questo caso egli si sarebbe potuto effettivamente riferire al Kastron Samnion.

 



 


Paolo Diacono "Historia Langobardorum" II, 20
(tardo VIII secolo d.C.)


"quarta decima inter Campaniam et mare Adriaticum Apuliamque, a Piscaria incipiens, habetur. In hac sunt urbes Theate, Aufidena, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accepere olim ab hastis, quas ferre solebant quasque Greci saynia appellant".


Paolo Diacono, che scrisse alla fine dell’VIII secolo d.C., produsse, fra le altre opere, un’epitome del lessicografo Festo, una Storia di Roma ed una Storia dei Longobardi in sei volumi, che sembra essere stato un lavoro nato in un periodo abbastanza avanzato della sua vita.(27) Quest’ultima opera inizia con un generale excursus sulla storia dei Longobardi prima della loro invasione dell’Italia, e quindi procede con la narrazione della loro avanzata nel Veneto durante l’anno 568; a questo punto Paolo compie una carrellata sullo stato delle province italiane quali esse erano in quello stesso momento. Egli nota che la quattordicesima provincia, il Sannio, conteneva le città di Teate (odierna Chieti), Aufidena, Isernia e "antiquitate consumpta Samnium", dalla quale tutta la provincia prendeva il nome. Dopo di ciò egli fornisce alcune di etimologie del nome Samnites, collegandolo con il greco "saynia" (in latino nel testo di Paolo), che significa "lance". L’intero catalogo sembra essere stato compilato nello stesso modo, con informazioni di base sulle province ottenute dai cataloghi provinciali (28), e con ulteriori dettagli, soprattutto sulle etimologie dei nomi inclusi in queste liste, raccolti da altre fonti, fra le quali Aurelio Vittore, Isidoro e Festo, delle cui opere Paolo stesso curò le edizioni. Bisogna dire che molte di queste etimologie non ispirano grande fiducia (29). Sembra comunque chiaro che qui noi abbiamo un riferimento alla città Sannita del Sannio: Paolo afferma chiaramente che essa era "antiquitate consumpta", e ciò si sarebbe difficilmente potuto dire di Kadtrsn Samnion nell’VIII secolo, poichè, il verbo "consumo" contiene l’indicazione di una distruzione totale. In ogni caso, nonostante la apparente chiarezza del racconto, è chiaramente preoccupante il fatto che la menzione più chiara riguardante la città sannita di Samnium venga da un testo dell’VIII secolo d.C.

 



 


Il Chronicon Vulturnense
ed. V. Federici, I & II (Roma, 1925), III (Roma, 1938)

  • Vol. I, documento 27, p. 213 (linea 8ff), "Capua, 787... Vinencii martiris, (quod est constructum in loco qui dicitur) Samnii, super fluvium Vulturnum".
  • Vol. II, documento 75, p. 10 (linea 19ff), "in Marsi’, 894 ...ex monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in partibus Beneventi, super fluvium Vulturnum, in locuin ubi Samnia vocatur".
  • Vol. II, documento 89, p. 52 (linea 13ff), "in Marsi’, 936 ... ex monasterio Sancti Vincencii, quod situm est in fine Beneventi, ubi Samnia vocatur, super fluvium Vulturnum...".
  • Vol. II, documento 120, p. 147 (linea 8ff), "in Fisege, territorio Marsicano’, 968 ...monasterio Sancti Vincencii, situs supra Vulturni fontes, loco Samnie, territorio Beneventano..."


Uno dei principali punti di appoggio nelle argomentazioni di Petroccia è che la forma delle parole utilizzate nelle introduzioni a molti dei documenti conservati nel Chronicon sembrano suggerire l’esistenza di una località chiamata Samnium nelle vicinanze del monastero di San Vincenzo al Volturno: i documenti si riferiscono tendenzialmente a "locus" o "partes" di Samnium (30). Queste indicazioni possono essere in grado di autorizzare le conclusioni di Petroccia?
L’analisi dei vari formulari introduttivi ai documenti inseriti nel Chronicon consente di ottenere taluni interessanti risultati. Per cominciare, vi sono alcune variazioni nell’indirizzo utilizzato per definire la localizzazione del monastero. Il frasario più comune contempla tre espressioni: una che indica la posizione del monastero alle sorgenti del Volturno, "super Volturni fluminis fontem"; un’altra che ne sottolinea l’appartenenza al ducato di Benevento, in territorio beneventano oppure "in finibus beneventanis"; ed infine un’altra - per noi di molto interesse - che localizza il monastero nella regione del Sannio, "in Samnii partibus", "in finibus Samnie" oppure "in locum ubi Samnia vocatur".
C’è poco da dire riguardo le prime due formule, ma le variazioni della terza possono essere connesse abbastanza da presso con la data ed il luogo di origine dei documenti in questione. Tutti i più antichi documenti portano la formula "fines Samnii".
Dalla fine dell’VIII secolo in poi diviene più comune la dizione "partes Samnii", dizione che diverrà poi predominante nei secoli IX e X - ad eccezione dei documenti emessi da Benevento dove è usato senza eccezioni. Tutto ciò può spiegarsi con la forte tradizione legata al toponimo Sannio, capace di sopravvenire nella corte longobarda e negli uffici responsabili della stesura dei documenti - non dimentichiamo che il Sannio, come entità amministrativa, aveva cessato di esistere con l’arrivo dei Longobardi nel VI secolo.
L’espressione "fines" sembra presupporre una conoscenza più precisa della regione, di quella che può trasparire attraverso il vago "termine partes". I documenti più interessanti sono forse quelli in cui si usa la formula "locus ubi Samnie vocatur", o qualche espressione similare.
Il primo di questi documenti fu composto a Capua nel 787, ed era una conferma data da Carlomagno al monastero delle sue proprietà nel territorio di Benevento, al quale ci si riferisce con la frase "monasterio sancti Vincencii martiris, quod est constructum in loco qui dicitur Samnii, superfiuvium Volturnum".
Questo documento è eccezionale perchè è notevolmente più antico di tutti gli altri menzionati in locus. Un’altra carta di Carlomagno, sempre emessa a Capua, nello stesso anno, contiene la più usuale formula "Sancti Vincencii monasterii, situm in territorio Beneventano partibus Samnie..."
Una coppia di documenti connessi fra loro riguarda l’affitto di terra a due fratelli, Grifo e Leo, residenti nel territorio dei Marsi, da parte del monastero, che ne assicura il godimento anche ai loro discendenti; i due documenti datano all’894 ed al 936 rispettivamente. Il primo è stilato dai due fratelli - actum in Marsi - il secondo dall’abate Rambaldo di San Vincenzo, ma contiene ugualmente la dicitura in Marsi. Ci potremmo però legittimamente chiedere se entrambi siano stati stesi da scribi locali, che ignoravano la tradizionale portata del termine Sannio, visto che il primo documento fa riferimento ad un "locum ubi Samnia vocatur" e l’altro a "ubi Samnia vocatur".
Il successivo documento attestante il locus Samnie è un documento datato al 29 agosto del 968 - un giudicato di Pandolfo principe di Benevento in una disputa fra San Vincenzo e Santa Maria in Apinianici. Anch’esso fu composto in territorio Marsicano, e fornisce pertanto un’ulteriore indicazione di un’indipendente tradizione documentaria esistente nella regione marsicana.
Un’intera serie di documenti che localizzano l’abazia in "locum qui nominatur Samnie" proviene dagli Abruzzi - precisamente da Penne, Chieti e Valca. Essi datano fra il 982 ed il 1004 e sembrano riflettere la situazione nel territorio dei Marsi, nel quale le tradizionali coordinate di riferimento all’abazia come appartenente alla regione di/del Sannio, appaiono ormai corrotti.
Nel tardo X secolo appare invece un nuovo toponimo: il "Castellum Samnie".
Esso è attestato da una serie di documenti che registrano affitti di terre concessi agli abati Giovanni e Roffredo, serie che si apre nel 982. E’ interessante notare che l’uso della terra lungo tutta l’alta valle del Volturno - intorno a Scapoli, Colli, Vacchereccia e Ad Ficum - è definito da questi contratti, tutti compilati al "Castellum Samnie". Esso doveva perciò trovarsi abbastanza vicino all’abazia stessa. Chris Wickham identifica il "castellum" con il moderno Castel San Vincenzo, che domina il sito dell’abazia (31).
Il "Castellum Samnie" riappare in un documento dell’abate Ilario (1011-1045), in "actu sancli Vincencii, in castello Samnie". Il testo riguarda la concessione di terre agli abitanti di Forlì del Sannio, e rientra perciò nella stessa tradizione dei testi più antichi. E’ notevole comunque il fatto che il documento contenga riferimenti all’abazia di San Vincenzo anche nella forma seguente: "qui situm est in partibus Beneventanis, super fluvium Volturni locus, ubi Samnia vocatur". Con questo riferimento il cerchio si chiude.
Nei primi tempi del monastero, il suo sito era localizzato attraverso il riferimento alla antica provincia del Sannio, la quale, sebbene ufficialmente defunta da circa 150 anni al momento in cui l’abazia fu fondata, sopravviveva ancora nelle tradizioni dell’area. Con il passare del tempo, la memoria di quel nome iniziò a sbiadirsi, eccetto che a Benevento. I formulari introduttivi ai ducumenti divengono più vaghi, ed il toponimo "Samnium" prende a designare un locus, più che una regione; cosa che si nota, per varie ragioni, soprattutto nelle diocesi abruzzesi. Successivamente, il nome "Castellum Samnie" venne scelto per designare uno degli insediamenti fortificati che nacquero intorno all’abazia nell’epoca dell’incastellamento, presumibilmente riecheggiando l’antico nome di "Samnium". La forma corrotta "locus ubi Samnia vocatur" apparve quindi perfino in San Vincenzo, ma con una differente pregnanza, dal momento che il "Castellum Samnie" si trovava molto vicino all’abazia stessa.


Documenti riguardanti gli Abruzzi:
Vol. II, doc. 153, p. 278 (Penne, 982)
doc. 154, p. 279 (Chieti, 1004)
doc. 155, p. 282 (Valva, 997)
doc. 156, p. 284 (Valva, 984)
doc. 157, p. 287 (? Valva area, 998)
doc. 161, p. 292 (Penne, 982)
doc. 162, p. 295 (Penne, 982)
doc. 173, p. 328 (Capua, 984; nb. "libellum de Pinne")
doc. 181, p. 352 (Valva, 997)
VoI. III, doc. 192, p. 40 (Bagnoli, 1029)

Documenti riguardanti il Castellum Samnie:
Vol. II, doc. 142, p. 242 (982)
doc. 164, p. 304 (988)
doc. 165, p. 307 (985)
doc. 166, p. 310 (995)
Vol. III, doc. 202, p. 84 (1011-45)

 



 


CONCLUSIONI


E’ molto difficile accettare l’idea che vi fosse una città di Samnium in Italia centrale nella tarda Età del Ferro. Essa è chiaramente attestata solo a partire dall’VIII secolo d.C.; le indicazioni dell’elogium di Scipione Barbato non bastano a sostenere la sua esistenza, Festo non la menziona ed il passaggio di Floro è retorico ed ambiguo. Inoltre i silenzi su di essa che incontriamo nelle fonti riguardanti le Guerre Sannitiche e, successivamente, le opere di geografia storica dell’Italia Centrale - soprattutto Livio e Strabone - depongono fortemente a sfavore della sua esistenza.
I Sanniti, come è ben noto, vivevano piuttosto in vici e pagi sparsi, piuttosto che in città; ed erano raggruppati in tribù, quali i Pentri, i Frentani, i Carecini e così via, il che rende poco plausibile l’esistenza di una singola città che portasse il nome dell’intero popolo.
La spiegazione alla tradizione di questa città può trovarsi piuttosto nel sentimento di orgoglio locale, che ama richiamare i giorni della gloriosa indipendenza sannita; ma anche, forse da una erronea interpretazione, da parte di Paolo Diacono o da parte di una delle fonti di cui egli si servi.
I ritrovamenti archeologici in Valle Porcina, connessi dal Petroccia con la città di Samnium (32), sono piuttosto interpretabili come resti di ville e fattorie sparse, con cimiteri associati. Non vi sono segni di insediamenti concentrati in quell’area di Valle Porcina sottoposta a ricognizione fra il 1980 ed il 1981.
E’ piuttosto in quell’area ove poi verrà fondata l’abazia, nella parte iniziale della valle del Volturno, che sono stati identificati i resti di fondazione di cospicui edifici di periodo repubblicano nonchè una ricca dispersione in superficie di ceramica a vernice nera, che suggerisce che qui esistesse un insediamento di una certa grandezza, forse di un vicus, con associato santuario (33).
Per i Romani del I secolo d.C., il termine Samnium stava ad indicare essenzialmente una regione. Termine che sopravvisse sino all'invasione longobarda, ed oltre, quando il toponimo fu usato per identificare il territorio occupato dal ducato di Benevento. Una diocesi si vide attribuito questo nome, ed anche un
Kastron, che può essere identificato con la città di Samnion menzionata da Stefano di Bisanzio, se essa era effettivamente una poliV FrentaniaV.
In ogni caso, nessuna di queste può essere identificata con certezza; ed il fatto che nè il Chronicon ne la Historia Longobardorum di Paolo Diacono (34) ne facciano alcuna menzione nei loro racconti della fondazione della abazia di San Vincenzo costituiscano elementi a favore di una sua identificazione con il sito localizzato presso le sorgenti del Volturno.
Durante il IX ed il X secolo il sito della abazia fu conosciuto, nei centri monastici dell’Abruzzo ed altrove, come "locus Samnie" (con erronea trasposizione di nome); ma fu solo con la fondazione del "Castellum Samnie" che il sito di San Vincenzo potè, con qualche ragione, essere chiamato Samnium.
Forse l’aspetto che colpisce di più dell’intera questione, è come la tradizione della gloria dei Sanniti sia sopravvissuta a secoli di dominazione romana e longobarda. Tradizione viva ancora oggi. Un recente autore scrive di una gente fiera e indomita che abitava l’antico Samnium, gente fatta di pastori, che sui monti innevati pascolavano le greggi, ed i contadini bruciati dal sole che al piano seminavano il grano, innestavano le vite, curavano l’ulivo con l’arte appresa dai padri (35).

 



 




Il testo è tratto da:
Almanacco del Molise 1990 - Edizioni Enne - Campobasso

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel 1985 in Richard Hodge e John Mitchell (ed.) "San Vincenzo al Volturno. The Archaeology. Art and Territory of an Early Medieval Monastery" (British Archaeological Report, Oxford), 185-99.
Sono particolarmente grato a Michael Crawford e Chris Wicham per le loro osservazioni su di un precedente abbozzo di questo scritto.

 

 


NOTE

(1) Benevento e Isernia: CIARLANTI G., Memorie historiche del Sannio (Isernia, 1644) 20-21. Venticano: BELLA-BONA S., Raguagli della città d’Avellino (Trani, 1656), 7. Ligures Raebiani (Circello): HONIGMANN E.,Le synekdemos d’Hièroklès e l’opuscule gèographìque de Georges de Chypre (Bruxelles, 1939), 52.

(2) PETROCCIA D., Il problema di Samnia, Samnium LIII (1980), 160-85; continuazione in Samnium LIV (1981), 29-61.

(3) LIVIO, 12. 3-9. Per una discussione sulle campagne di questo anno, vedi: SALMON E.T., Samnium and the Samnites (Cambridge, 1967), 260-61.

(4) COARELLI F., Il sepolcro degli Scipioni. d’A VI (1972), 43ff.

(5) CIL 12, 8-9 = ILS 3.

(6) COARELLI F., Il sepolcro (nota 4), 89-90.

(7) FAY E.W., Scipionic Forgeries, Classicai Quarerly XIV (1920), 162-171. Confronta la risposta di Frank T. The Scipionic inscriphions Classical Quarrerly XV (1921), 169-17 1.

(8) COARELLI F., Il sepolcro (nota 4), 62ff.

(9) LA REGINA A., L’elogio di Scipione Barbaro, Dd’A II (1968), 175ff.

(10) PULGRAM E., Italic, Latin, Italian, 600 BC - AD 1260 (Heidelberg, 1978). 184. Egli ammette la possibilità che qui si tratti di un accusativo.

(11) FLORUS, Epitome II, 34-64.

(12) THUCYDIDES, I, 10.2.

(13) FLORUS, Epitome I, 6.11.

(14) Su Verrius Flaccus e Festus, vedi: SCHANZ M. e HOSIUS C., Geschichie der rmischen Literatur II (Monaco, 1935), 361-66.

(15) STRABO, Geog. V, 4.12; VARRO, De Re Rustica III, 16.29; VARRO, De Lingua Latina VII, 29; GELLIUS. Nocìes Atticae XI, 1.5; SISENNA, fr. 99 (ed. Peter).

(16) DUSCHESNE L., Les èvchès d’Italie et l’in vasion lombarde, MEPR XXIII (1903), 104.

(17) CRIVELLUCCI A., Le chiese cattoliche e i longobardi ariani in Italia, Studi storici (Pisa) VI (1897), 112 n. 6.

(18) CHRONICON SALERNITANUM, ed. V. Westerbergh (Acta Universitatis Stockholmiensis: Studia Latina Sìockholmiensea III,1956), 32: epitaffio di Grimoaldo III (d. 806), linee 13-14: "in terris pollens nimium pulcherrimus annis, spes iam Samnitis certa salutis erat".
UGHELLI F., Italia Sacra VIII (Venezia, 1721), col. 39: epitaffio di Siccone (d. 832), linee 39-42: "obsidione quatit Romanas saepe catervas, urbis Parthenope, falsidicosque viros, qui Dominis solita Samnitumftaude rebelles pellere Bardorumfortia iussa volunt". E’ molto probabile che questa identificazione di Benevento con Samnio è legata al concetto di Romanitas che ha avuto molta importanza durante il Rinascimento Carolingio. Vedi: ULLMAN W., The Carolingian Renaissance and the Idea of Kingship (Londra, 1969), in particolare 136 ff.

(19) Sulla provincia romana del Sannio: THOMSEN R., The Italic Regions (Copenhagen, 1947), in particolare 251 (sul Samnio Tardo Romano); e Italia Pontificia, ed. KEHR P.F., IX (Sanznium - Apulia - Lucani VN>) . Berlino, 1962, 1.

(20) Gregorio Magno, per esempio, fa riferimento a uno iudex Samnii in Epistolae II, 38, scritto neI 592.

(21) HONIGMANN, Le synekdemos (note 1), 49; ma confronta con: JONES A.H.M., Cities of Eastern Roman Provinces (2nda ed., Oxford, 1971), 514-21.

(22) CONTI P., l'Italia bizantina nella "descriptio orbis Romani" di Giorgio Ciprio, Memorie dell'Accademia Lunigianese di Scienze G. CAPELLINI XL (1970), 3-137 (64-5 sul).

(23) PLINIO, Nat. Hist. III, 100; Ravennatis anonymi cosmographia (ed. M. Pinder e PARTHEY G., Aalen, 1962), 283; Tabula Peutingeriana (ed. K. Miller, Stuttgart, 1916), 343.
Vedi: PETROCCIA, Il problema di Samnia (1981 - nota 2), 41-42.

(24) RICHMOND I.A., in: P.- W. XXII 2 (Stuttgart, 1954), col. 1839.

(25) STRABO, Geog. IV, 4-6; Dionysius, Orbis Descriptio, 570ff., in: Geographi Greci Minores (ed. C. MIler), II (Parigi, 1882), 140; KEUNE J.B. in: P.- W. 1A (Stuttgart, 1920), col. 2132-34.

(26) STEPHANUD DI BISANZIO, Ethnicorum quae supersunt ex recensione Augusti Meinekii (Berlino, 1849, ristampa Graz, 1958) 671. 18-19.

(27) Vedi: SESTAN E., La storiografia dell’Italia Langobarda; Paolo Diacono, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo XVII (1970), 358.

(28) THOMSEN, The Italic Regions (nota 19), 252-60.

(29) Per esempio: Hist. Long. 11, 16: Umbria ... autem dicta est, quod imbribus superfuerit (da ISIDORUS. Etymologiae XIV, 4.21); Hist. Long. 11, 17: Lucania, quae nomen a quodam luco accepit (da FESTUS, De Verborum Significatu, 106 L); Hist. Lang. 11. 19: (Picenum) huius habitatores cum a Savinis illuc properarent, in eorwn vexillo picus consedit, atque hac ex causa Picenus nomen accepit (da FESTUS, De Verborum Sign~ficatu. 235 L); Hist. Long. II 22: porro Corsica a duce suo Corso, Sardinia a Sarde, Herculis filio, nominatur.

(30) PETROCCIA, 11 problema di Samnia (1980- nota 2), 169ff.

(31) WICKHAM C.J., The Terra of S. Vincenzo al Volturno in the 8th to l2th centuries: the historical framework.
capitolo 11 di HODGES R. e MITCHELL i. (ed.) San Vincenzo al Volturno. The Archaeology. Art and Territory of an Early Medieval Monastery (British Archaeological Reports, Oxford 1985), 227-58.

(32) PETROCCIA, Il problema di Samnia (1980- nota 2), 175ff.

(33) Vedi: HODGES R., San Vincenzo al Volturno nel periodo classico, in Almanacco del Molise 1990 - Edizioni Enne Campobasso.

(34) Chronicon Vulturnense, ed. V. Fedenci, I (Roma, 1925), 111-1 14, Hist. Long. VI, 40.

(35) COSTANZO R., introduzione a "A. Gentile, Benevento nei ricordi dei viaggiatori italiani e stranieri" (Benevento, 1982).

 

 

Sannia. L'antica città all'origine dell'etnia sannita Studi e Ricerche Aeclanum. La città millenaria del Sannio Irpino

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
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