Sanniti e Sannio L'area archeologica di Pietrabbondante
SANNITI


L'AREA ARCHEOLOGICA DI PIETRABBONDANTE
LE ARMI RINVENUTE NEL
SANTUARIO SANNITICO

 

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La grande maggioranza degli oggetti rinvenuti nei livelli più antichi del santuario è costituita da armi. Oltre al vecchio nucleo scoperto nel XIX secolo, ora al Museo di Napoli, gli scavi hanno restituito una grande massa di frammenti di ferro e di bronzo relativi a lame, punte di lancia, cinturoni, elmi, ornamenti di corazza, ecc.
A differenza delle armi rinvenute nelle sepolture della Troccola, non lontano dal santuario, queste non possono in alcun modo considerarsi come provenienti dall'armamento di contingenti sannitici dell'area pentra.
Le armi devono essere appartenute a eserciti nemici. Armi e corazze deposte nei santuari sono infatti normalmente spolia hostium (preda nemica) che il comandante dell'esercito vincitore raccoglie dopo il combattimento, con ampia facoltà di disporre della loro destinazione. Solamente nel caso di un duello le spolia sono considerate proprietà privata del vincitore, che può utilizzarle come virtutis ornamenta in casa e poi nel sepolcro, quando non debba donarle ex voto a qualche divinità nel santuario prescelto a tal fine.
La documentazione che possediamo a questo riguardo è ingente, e consiste sia in materiali archeologici, sia in informazioni storiche. Essa si riferisce alla pratica, ben affermata nel mondo greco e poi in quello romano, di riservare alla divinità una decima del bottino di guerra.
  Troccola
Pettorale rinvenuto in Loc. Troccola (1).
Talvolta il dedicante è un singolo individuo, il quale utilizza come dono votivo la parte che gli era stata assegnata con la suddivisione del bottino e le armi strappate al nemico abbattuto in duello (2).
Nel 293 a.C. Papirio Cursore, dopo aver distrutto Aquilonia e Sepino, dedicò a Roma il tempio di Quirino (Livio, X 46, 7) exornavitque hostium spoliis, decorandolo dunque con le armi che aveva portato per il trionfo. Ne aveva una tale quantità che non solo rifornì il tempio di Quirino e il Foro, ma anche templi ed edifici pubblici di città vicine.
Nel 324, Quinto Fabio Rulliano, magister equitum (capo della cavalleria), dopo aver sconfitto i Sanniti contro le disposizioni di Papirio, multis potitus spoliis con gesta in ingentem acervum ho stilla arma subdito igne concremavir (essendosi impadronito di cospicue spoglie, ammucchiò le armi nemiche in un grande cumulo, e appiccatovi il fuoco, le bruciò) (Livio, VIII 30, 8), in seguito a un voto assunto con qualche divinità oppure, come anche si sospettò, per impedire che Papirio le usasse come spolia in triumpho.



Rilievo con fregio d'armi - Località Calcatello.


Il voto delle spoglie a una divinità, di solito espresso dal comandante prima della battaglia, poteva infatti venire esaudito anche mediante un rogo, come a Sentino: spolia hostium coniecta in acervum lovi Victori cremavit (fatto un mucchio con le armi dei nemici, le bruciò in onore di Giove Vincitore) (Livio, X 29, 18). Le armi depositate nei santuari venivano anche utilizzate, all'occorrenza, per l'armamento di contingenti militari arruolati in fretta, com'è noto in almeno due occasioni durante la guerra annibalica (Livia, XXII 57, 10; XXIII 14, 4).
Anche le armi di Pietrabbondante sono certamente spolia hostium, consegnate al santuario in occasioni diverse come decime di bottino dopo essere state utilizzate, in alcuni casi, durante il trionfo del vincitore.



Elmi provenienti dall'area del santuario - Loc. Calcatello.


I tipi ricorrenti e la grande quantità degli esemplari simili lasciano intendere come le donazioni fossero effettuate, almeno nella gran parte dei casi, da comandanti militari nell'esercizio delle loro funzioni. Ciò non esclude la possibilità che oggetti particolari siano stati donati da singoli individui privatamente; in tali casi, però, le armi recano incisa, di solito, la dedica individuale, che tra gli esemplari di Pietrabbondante non compare mai. Altrove sono note armi donate privatamente da Sanniti a santuari nell'Italia meridionale, dove essi dovevano trovarsi a operare forse in qualità di mercenari. Abbiamo ad esempio l'elmo di un sepinate con iscrizione dedicatoria in alfabeto greco-lucano, nonché un secondo elmo con iscrizione della stessa classe alfabetica, che però non denuncia l'origine del dedicante. Le armi rinvenute a Pietrabbondante non sono tutte della stessa epoca.



Paragnatidi di elmo tipo "Montefortino" ritrovato a Pietrabbondante.
Viene raffigurata Tetide, con le armi di suo figlio Achille.


Alcuni frammenti si possono datare tra la fine del V e la prima metà del IV secolo, e sono di produzione tarantina, mentre altri, e sono la maggior parte, si datano tra la fine del IV e il III secolo a.C. Il primo nucleo precede quindi il periodo delle guerre sannitiche, e a quali vicende si possa attribuire la sua presenza nel Sannio è difficile dire. Certamente ad attività belliche che non riguardavano i rapporti con Roma; la cattura del bottino poté avvenire nei territori apuli, o sul versante tirrenico. Il secondo nucleo di armi appartiene invece ad un periodo in cui il Sannio venne interessato dalla presenza di eserciti romani, e in cui comunque le ostilità riguardarono, quasi incessantemente per oltre cinquanta anni, i rapporti con Roma e con i suoi alleati. L'arco di tempo entro il quale vanno collocati gli avvenimenti a cui è possibile riferire la cattura delle armi del secondo nucleo si estende dal 326 a.C., quando ebbe inizio la seconda guerra sannitica, al 272 a.C., quando si concluse la guerra combattuta dai Sanniti insieme con Pirro contro Roma.
Teatro delle ostilità, in quegli anni, fu tutta l'Italia centro-meridionale. Successi sannitici contro i Romani e i loro alleati si verificarono certamente in occasioni ben più numerose di quanto ci sia rimasta memoria, nei territori del Lazio, degli Abruzzi, delle Puglie e della Campania. Gli elmi del tipo cosiddetto celtico, con paragnatidi (coperture delle guance) anatomiche, possono attribuirsi all'armamento romano. Gli esemplari rinvenuti, del resto, non sono tutti coevi; essi documentano che la dedica di armi catturate a seguito di successi militari su eserciti romani si riferisce a occasioni diverse. Atri tipi di armi, ad esempio gli elmi con paragnatidi trilobate, appartennero più probabilmente all'armamento di popolazioni alleate di Roma, in Campania e nelle aree sabelliche settentrionali.
Dopo gli ultimi trionfi sui Sanniti del 272 a.C. non si hanno per il Sannio, fino agli anni della guerra annibalica, notizie, né motivi, di ostilità tali da dare luogo a dediche di bottino. Cinquant'anni di pace, dunque, in cui si svilupparono profondi legami di interessi e di alleanza con Roma, al punto che, nella guerra contro Annibale, i Sanniti Pentri, e solo essi tra gli alleati sannitici, sopportarono come s'è detto le conseguenze di una onerosa fedeltà a Roma. Per ammissione delle stesse fonti romane il primo insuccesso dì Annibale, nella battaglia di Gerione presso Larino, fu dovuto all'intervento di un contingente sannitico (Livio, XXII 24, 12): il santuario di Pietrabbondante presenta tracce evidenti delle devastazioni che tutto il Sannio subì durante la presenza degli eserciti punici. Le paragnatidi forate da grossi chiodi per l'affissione degli elmi, con le altre armi, alle trabeazioni lignee degli edifici, secondo la pratica che servì di modello allo schema pergameno del fregio d'armi, rappresentano i relitti di una rapida spoliazione del santuario.



Cinturone dalla Tomba n.1 in località Troccola.


Le armi rinvenute nel secolo scorso e ora al Museo di Napoli erano state deposte all'aperto su un piano di terra; esse sono evidentemente i resti di una "congeries armorum" (cumulo di armi) che doveva costituire un trofeo dopo un successo militare. Trattandosi di un nucleo di armi radunate in una particolare occasione, l'erezione del trofeo può essere datata sulla base degli esemplari più recenti, attribuibili alla fine del IV e agli inizi del III secolo a.C., ossia nell'ambito della terza guerra sannitica. E' dunque plausibile che si tratti di un trofeo costituito con armi predate dopo uno scontro con un esercito di Romani e di alleati. Tutta questa documentazione attribuisce dunque al santuario una connotazione precisa: esso era il luogo ove sì consacravano le decime del bottino predato ai nemici dopo una vittoria, affliggendo le armi alle trabeazioni lignee degli edifici o erigendo trofei.
A riprova del perdurare di questa pratica vi è la dedica di un donario alla Vittoria, offerto nel corso della guerra sociale.

 



NOTE

(1) Pettorale dalla Tomba n.1 di Pietrabbondante in località Troccole. Si compone di due dischi uniti sulla spalla destra da una bandoliera a nastro; una seconda bandoliera aiuta a fermare i dischi sul torace; essa poggia sulla spalla sinistra ed era fissata ai dischi solo con chiodini o con legamenti di materiale organico passati nei forellini presenti lungo i margini della bandoliera. I dischi sono decorati con costolature concentriche ed equidistanti.
Lamina di bronzo. Disco posteriore abbastanza lacunoso; l'anteriore e le bandoliere sono integri. Diametro cm. 22; larghezza della bandoliera cm. 5; lunghezza della bandoliera destra cm. 58, della bandoliera sinistra cm. 41.
Museo Nazionale di Napoli - Inv. 4490

(2) A Olimpia, dove è grande il numero delle armi con dedica scritta, molto raramente l'offerente è un singolo: per lo più le iscrizioni recano il nome della comunità dedicante e quello della popolazione su cui si ottenne il successo militare. Basti ricordare gli esempi degli elmi dedicati a Zeus da Gerone e dai Siracusani dopo la battaglia di Cuma, o le lance date dai Tarantini come decima del bottino preso a Thurii. Ancora significativa è la presenza a Olimpia di complessi di armi, come quelle che costituivano il trofeo inviato per commemorare la vittoria degli Argei sui Corinzi, di cui restano due elmi e sei scudi. La pratica risulta comunque diffusa in tutto il mondo antico.

 

 

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Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
ARCHITETTO DAVIDE MONACO