La Tabula Rapinensis.
SANNITI

 
LA TABULA RAPINENSIS

Legge del popolo marrucino per l'istituzione della prostituzione sacra
nel santuario di Giove padre nell'arce Tarincra (Rapino)


Adriano La Regina

 

La Tabula Rapinensis

La Tabula Rapinensis. Bronzo - Mosca, Museo Puskin.



Tavoletta di bronzo, di cm. 15 x 15, proveniente dalla Grotta del Colle, in località Civita Danzica (Rapino); resa nota nel 1841, ebbe la prima edizione scientifica nel 1846 (Mommsen). Migrata a Berlino, nell'Antikenmuseum, fu a lungo considerata perduta per le vicende della seconda guerra mondiale; da poco tempo si è venuti a conoscenza che nel 1945 il bronzo era stato trasferito a Mosca come preda bellica nel museo Puskin, ove è stato tenuto nascosto insieme con altri importanti materiali antichi.


Il testo è irregolarmente inciso in alfabeto latino e si può attribuire per la forma delle lettere e per la presenza della lettera G, già distinta dalla C, alla fine del III secolo a.C. La trascrizione presenta qualche difficoltà, ma può essere attendibilmente ottenuta dall'esame delle diverse riproduzioni grafiche disponibili. Quando sarà possibile un nuovo esame dell'originale, la lettura potrà essere forse migliorata.


Trascrizione:
aisos pacris totai maroucai lixs asignas ferenter. auiatas toutai. 5 maroucai ioues. patres ocres tarin cris iouias. agine iafc esuc agine asum ba[-]u [-]poleenis feret 10 regen[-] di[-]i cerie. iouia. pacrsi. eituam am. aten s uenalinam . ni ta[-]a. nipis. ped i. suam Struttura del testo: a) aisos pacris. b) totai Maroucai lixs. c) asignas ferenter auiatas toutai Maroucai loues patres ocres Tarincris Iouias agine. d) iafc esuc agine, asum ba[-]u [a]poleenis, feret regen[a] di[t]i Cerie Iouia. e) pacrsi. f) eituam atens uenalinam ni ta[-]a nipis pedi suam. Traduzione: a) (presi gli auspici:) gli dei (sono) favorevoli; b) legge per il popolo marrucino: c) le (ancelle) giovie di Giove padre dell'arce Tarincra assegnate in servitù, dopo che il popolo marrucino avrà preso gli auspici su di esse, siano poste in vendita; d) le ponga in vendita, al giusto prezzo (?), la sacerdotessa giovia per accrescere il tesoro di Cerere; e) (presi gli auspici: gli dei) sono favorevoli; f) (i Marrucini) hanno stabilito che nessuno tocchi il denaro ricavato dalla vendita se non quando ne abbia il diritto.

Si tratta di una "lex rogata", ossia proposta da un magistrato e votata dal popolo: atens "iusserunt", il cui soggetto, sottinteso, è costituito da "omnes, universi", dal popolo che vota. Viene in primo luogo dichiarato che sono stati presi gli auspici prescritti per l'attività legislativa, e che essi sono risultati favorevoli.
Segue un primo enunciato normativo (c), ove il soggetto è nelle iouias asignas "(ancillae) Ioviae adsignatae (in servitutem)", cioè le schiave attribuite al servizio del santuario di "Iuppiter pater" della "arx Tarincra". Il verbo passivo è al congiuntivo, ferenter "ferantur", ed è legato con agine, "in dicionem", derivando questa parola dalla stessa radice di "aio"; il che significa: siano messe a disposizione, siano vendute, "venum eant", dopo che su di esse siano stati presi gli auspici, "auiatas", per conto del popolo marrucino, "toutai Maroucai".
La seconda norma contenuta nella legge (d) riguarda le modalità e le finalità della vendita: il soggetto è la regena iouia "regina Iovia", la sacerdotessa preposta alla conduzione delle ancelle giovie; il verbo "feret", anche qui un esortativo, è nello stesso nesso e con lo stesso significato, nella forma attiva, del passo precedente: feret agine "ferat in dicionem", "venum det", venda. L'oggetto è costituito dalle ancelle giovie, iafk "eas"; esuc "sic", così.
Vi è un inciso, asum ba[-]u [a]poleenis, di cui la parola incompleta non nasconde del tutto il significato "quanto satis erit", letteralmente "assum pretio (?) ad plenum": per il pieno valore. La destinazione dei proventi è indicata dalle parole al dativo di[t]i Cerie, "divitiis Cereriis", per il tesoro di Cerere, che doveva avere una amministrazione particolare nell'ambito del santuario.
Viene registrata (e) una nuova assunzione di auspici per il deliberato che segue: pacrsi = pacr(is) si(nt) "(di) propitii sunt", gli dei sono favorevoli.
Vi è infine una prescrizione riguardante la tangibilità della moneta ricavata: nessuno può toccarla se non con pieno diritto; non può essere spesa nè accettata se non nelle forme previste. Prescrizioni sulla destinazione di "pecunia fanatica" sono anche alla fine del testo del Cippo Abellano.
La legge non concerne una "venditio servorum sub corona", cioè una normale vendita di schiave, bensì l'istituzione della prostituzione sacra per incrementare le finanze del santuario di Giove padre. Alla questione viene preposta una sacerdotessa giovia, ossia del santuario, che amministra un tesoro particolare, quello di Cerere. Ciò richiama l'istituto del culto di Cerere e Venere particolarmente diffuso sia tra i Peligni sia tra i Marrucini. A Teate è documentato nel II secolo a.C. il sacerdozio di Herentas, Venere.
È stato dimostrato che a Corfinium una sacerdotessa, sacaracirix, di Cerere e Venere, detta pristafalacirix, e menzionata in un contesto ove viene ricordata Afrodite Urania, era una "prostibulatrix", ossia un'incaricata delle prostitute. Il suo epitaffio si conclude con le parole "dida uus deti hanustu Herentas" - "Venere vi conceda una prosperosa vecchiaia" (altri intendono diversamente).
La connessione con Venere non è indicata solamente dal richiamo a Cerere, ma anche dall'epiteto "Iovia". Divinità giovie sono specialmente Venere ed Ercole in ragione della loro ascendenza; (cfr. CIL X, 1207) "sacerdos Iovia Veneria"; "Ioveai" è nel testo arcaico inciso sull'ara di Corcolle (CIL 12 ,2833a), ove si tratta di questioni femminili; dallo stesso santuario di Corcolle proviene una dedica a Venere del III secolo a.C., da poco rinvenuta (gennaio 1997).
L'epiteto "Iovia" compare infine in un altro santuario italico, quello di Mefite a Rossano di Vaglio in Lucania, in un contesto di cui non è stato chiarito il significato. In un angolo della grande area scoperta vi è un monumento interpretato come due altari gemelli con la dedica posta per decisione del senato, l'uno a Giove, e l'altro ad una divinità intesa stranamente come "Ioviae dominae", alla Signora Giovia.
In effetti non abbiamo due altari, bensì due basi di statue. La posizione dei piedistalli, in un angolo della platea e a ridosso di un muro, non è idonea per collocarvi altari. Inoltre la seconda base, quella dedicata ad un'entità giovia femminile, non riguarda una divinità ma un personaggio mitico. È infatti necessario integrare il testo riconoscendovi Diomeneia, figlia di Arcade e nipote di Zeus, che ci è nota per una statua bronzea nell'agorà di Mantinea, vista da Pausania (X, 9. 5-6).
La relazione peloponnesiaca, e la mediazione di ambienti della Magna Grecia per la sua penetrazione in Lucania fino al santuario di Rossano di Vaglio, sono confermate da un altro testo parimenti frainteso (RV 35; L. Del Tutto Palma, in SE 55, 1989, 366s.), ove occorre riconoscere la menzione della ninfa Oina: "Numiso Mefitano, Numiso Mamertio, Oenae ny[mphae]".
Oena, il cui nome è connesso con il vino, ed è quindi legata a Venere, è nota per uno specchio di produzione magnogreca della prima metà del III secolo a.C. (LIMC VII, 1, 17), ove è raffigurata in una scena dionisiaca con altre due menadi, Trieteris e Phallodia. È però anche nota, come ninfa, in altri contesti mitologici, variamente associata:
- Oino, una delle ninfe a cui Dioniso aveva attribuito il compito di riprodurre i doni della natura: presente su due vasi apuli a figure rosse (340-330 a.C.), - cfr. D. Lyons, "Gender and Immortality" (1997) 221;
- Oinoe: ninfa attica (LIMC sv. Oinoe I);
- Oinoe: ninfa arcadica, madre di Pan e nutrice di Zeus (LIMC sv. Oinoe II), già raffigurata su un altare del tempio di Atena Alea a Tegea (Oinoe con Zeus bambino), ma di cui abbiamo solo resti architettonici del IV secolo a.C.; - cfr. Paus. VIII, 47.3.
A rapporti con ambienti peloponnesiaci, e questa volta con la Laconia, sembra ricondurre ancora un'iscrizione di Rossano di Vaglio (RV 52; L. Del Tutto Palma, cit., 367s.), un'altra dedica di un dono a Numisus Mefitanus posta dai Thalamatai: non vi è infatti modo per integrare diversamente la parola mutila con cui inizia la dedica.
La struttura del testo ammette solamente un genitivo plurale, e quindi un etnico: "Thalamatum", dei Thalamati. Non è infatti proponibile l'integrazione "dicatum", con un participio in posizione iniziale. Thalamai era una città illustre per i suoi culti, e in particolare per quelli dei Dioscuri, di Pasiphae e di Ino.
Ino era l'altro nome di Leukothea, e Leukothea nella tradizione italica era assimilata ad Albunea, ossia Mefitis - cfr. L. Preller, Rom. Myth., II, 144 s.
Viene dunque rappresentata nel santuario di Rossano di Vaglio una tradizione relativa ad origini arcadico-pelasgiche dei Lucani, così come i Sanniti potevano vantare origini spartane. Tramite Diomeneia i Lucani avevano istituito, senza rinnegare le evidenti origini comuni con i Sanniti, una loro ascendenza divina e una provenienza dall'Arcadia. Diomeneia doveva quindi costituire, tramite la sua discendenza, l'elemento di connessione con la tradizione italica, testimoniata nel santuario di Mefite dalla presenza di altre divinità, come Numisus Mamertius (cfr. il latino Numisius Martius, CIL 12 32, 33, 2435; Mars sive Numiternus ad Atina, CIL X, 5046, ove è anche Mefite, CIL X, 5047) e Venere Mefite, o Mefitana (RV 5). Si chiarisce così anche il significato dell'iscrizione di Rossano (RV 28) che ricorda le statue bronzee dei re i quali devono essere dunque i Dioscuri.
E' difficile spingersi oltre se non sul terreno delle ipotesi, ma è da pensare che il fondatore del popolo lucano, il parallelo del sabino "Como Castronio", fondatore del popolo sannitico, fosse un eroe figlio di Diomeneia e di una divinità, forse Marte: Numisus Mamertius?
Numisus Mefitanus non è certamente la stessa figura, come si è creduto (Lejeune). E' forse figlio di Numisus Mamertius e di Mefite? Se così fosse avremmo una tradizione sulla genealogia del fondatore del popolo lucano (è noto solo il nome di un re, Lamiskos: Aristot. fragm. VIII, 45, 611, 48):

        Zeus - Kallisto
             |
           Arkas
             |
         Diomeneia - Mamers
             |
    Numisus Mamertius - Mefitis
                      |
               Numisus Mefitanus


Il nome di Marte legato ad una notizia sulla pratica della "hierodouleia" in ambiente sabino (Dion. Hal. II, 48,1-4) e così la connessione di Mefite con Venere, suggeriscono che anche nel santuario lucano fosse praticata la prostituzione sacra. Ulteriori indicazioni provengono forse dalla strana coincidenza che a Rossano è presente in un'altra iscrizione (RV 51) il gentilizio Slabies, alquanto raro, che a Herculaneum compare nella formula onomastica di un magistrato, L. Slabiis L., in una dedica (Vetter 107) a Venus Erycina, Herentatei Herukinai, il cui culto era sicuramente praticato, come del resto anche a Roma, dalle meretrici.
Un decreto istitutivo della prostituzione sacra emanato con riluttanza a Locri Epizephyrii nel IV secolo a.C. è ricordato da Giustino (XXI, 3, 2-7). È ben probabile che la pratica, certamente non più in grande uso nel corso del III secolo a.C., venisse ripresa dopo la seconda guerra punica negli ambienti dell'Italia centrale, e in particolare tra i Peligni e i Marrucini, destinandovi prigioniere ridotte in schiavitù, con il fine di ripristinare la floridità di santuari decaduti per le devastazioni annibaliche.


Tratto da "I Luoghi degli Dei - Sacro e natura nell'Abruzzo italico"
A cura della Soprintendenza archeologica dell'Abruzzo - Provincia di Chieti - 1997


 

NOTE

Sulla legge di Rapino:
  • T. MOMMSEN, Analinst, 1846, 82; Id., Dia unteritalischen Dialekte, Leipzig 1850, 336s.;
  • A. FABRETTI, Corpus Inscriptionum Italicarum, Aug. Taurinorum 1867, n. 2741;
  • I. ZVETAIEFF, Inscriptiones Italiae mediae dialecticae, Lipsiae 1884, n. 6; Id., Inscriptiones ltaliae interioris dialecticae, Mosquae 1886, n. 8;
  • R. VON PLANTA, Grammatik deroskischumbrischen Dialekte Il, Strassburg 1897, n. 274;
  • R.S. CONWAY, The Italics Dialects, Cambridge 1897, n. 243;
  • E. VETTER, Handbuch deritalischen Dialekte, Heidelberg 1953, n. 218;
  • G. BOTTIGLIONI, Manuale dei dialetti italici, Bologna 1954, n. 121;
  • V. PISANI, Le lingue dell'Italia antica oltre il latino, Torino 19642 n. 52;
  • V. CIANFARANI in Studi A. Calderini - R. Panibeni, III, Milano 1956, 311ss.;
  • M. DURANTE in Popoli e civiltà dell'Italia antica VI, Roma 1978, 804s.;
  • A. MORANDI, Epigratia italica, Roma 1982, n. 40;
  • A. PROSDOCIMI, in Italia. Omnium terrarum parens, Milano 1989, 521ss.;
  • G. ROCCA, in Tavola di Agnone 1996, 645ss.


Sulla prostituzione sacra tra i Paeligni:
  • E. PERUZZI, Scritti in onore di Giuliano Bonfante II, Brescia 1976, 673-686.


Per il santuario di Rossano di Vaglio:
  • M. LEJEUNE, Métitis d'après les dédicaces Iucaniennes de Rossano di Vaglio,
    Louvain-la-Neuve 1990.


Sulla connessione di Venere con il vino:
  • TORELLI 1984; cfr. anche F. COARELLI, Venus Iovia, Venus Libitina?, in "L'incidenza dell'Antico". Studi E. Lepore, 1991, 371 ss.

 

 

L'iscrizione di Punta Campanella Epigrafia osca Frammento da Roccagloriosa


Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
ARCHITETTO DAVIDE MONACO