Storia dei Sanniti e del Sannio
SANNITI

 
Una Civiltà senza città: l'Italia Safina
di Massimo Cavalluzzo e Luciano D'Amico

 

Parlare di Italia "Safina" (1) impone una necessaria disamina, anche se breve, di parte della preistoria dell’Italia per individuare il periodo ed i modi in cui le popolazioni indigene presenti sul grande altopiano centromeridionale d’Italia, dove poi si svilupperà la Safinas Tutas (2), si connotarono etnicamente differenziandosi dalle altre popolazioni confinanti e posero le basi per la loro successiva aggregazione in senso nazionale. Con il termine di "Safini" (3) intendiamo infatti riferirci a quelle genti italiche che si radicarono nel centro e nel sud della penisola dopo la frattura sociale dell’originario gruppo umano umbro-osco, momento con il quale le due parti della stessa etnia indoeuropea, penetrata nella penisola probabilmente tra il VII ed il V millennio a.C., indirizzarono diversamente la loro economia sociale e la diffusione antropica.
Gli Umbri, influenzati dal villanoviano (4) agricolo, maggiormente diffuso nelle pianure e nelle colline coltivabili, al pari dei popoli intrusivi che vennero successivamente dal mare e che si insediarono in Italia nei primi secoli dell’ultimo millennio a.C., divennero in massima parte sedentari e coltivatori, avviandosi verso una primitiva forma di urbanizzazione con villaggi posizionati in funzione non tanto dei pascoli quanto dei terreni coltivati e coltivabili (5). Gli Osci, a sud del Nera e dall’Abruzzo montano, restarono invece essenzialmente legati al mondo pastorale la cui economia era basata sulla capacità degli allevatori di sviluppare e
  Capanna villanoviana

Modello di capanna villanoviana
proteggere gli animali e di garantire il possesso di grandi areali, montani o vallivi a seconda delle stagioni, in cui sviluppare l’economia armentizia.
Dalle fonti classiche - che pure ci attestano della avvenuta frattura tra Osci e Umbri (6) - non è dato però desumere l’arco temporale in cui il mondo subappenninico fu testimone di tale scissione socioeconomica e della creazione dei confini tra i territori dei coltivatori e quelli degli allevatori; epperò analizzando ciò che sappiamo dei grandi sconvolgimenti che interessarono il mondo mediterraneo negli ultimi due millenni prima dell’evo attuale è possibile avanzare qualche ipotesi che farebbe ritenere come la separazione degli Umbri dagli Osci sia avvenuta ai primi dell’ultimo millennio a.C., in contemporanea con il consolidamento di altri gruppi di italici come quello che, maggiormente influenzato dalla precedente e lunga frequentazione micenea, germinò i “latini” del latium vetus la cui lingua (7) conservò a lungo caratteri simili all’antico greco, a differenza dell’osco dei Safini.
Generalmente si ritiene che la frequentazione dell’Italia da parte dei Micenei (8) sia iniziata intorno al XVII secolo a.C. e poi bruscamente interrotta (o grandemente affievolitasi) dalla caduta di quella civiltà palaziale e delle loro signorie (9) nell’egeo intorno alla metà o alla fine del XIII secolo a.C.
In verità quel secolo non fu caratterizzato solo dalla sparizione dei regni micenei ma da numerosi altri avvenimenti e spostamenti di popoli che interessarono l’intera area mediterranea: è quello il periodo in cui, presumibilmente, cade Wilusa (la Troia di Omero); l’impero ittita si è scontrato ferocemente con l’Egitto dei faraoni dando luogo ad un decadimento di entrambe le civiltà contrapposte con lo spezzettamento dell’impero ittita in piccoli regni in lotta fra di loro ed il forte indebolimento del regno dei Faraoni; nel Mediterraneo occidentale si assiste alla sparizione degli Shardani dalla Sardegna, dei Terramaricoli dal nord d’Italia e, infine, inizia quel periodo buio che gli studiosi fanno coincidere con il cd. "medioevo ellenico", durato all’incirca tre secoli sino all’avvento in Grecia delle prime polèis attribuite a tre popolazioni intrusive (Dori, Eoli, Ioni) che avrebbero antropizzato non solo i territori una volta dominati dai Micenei ma anche parte


I mutamenti climatici imposero radicali cambiamenti.
 
dell’Anatolia. Senza addentrarci però nell’insieme di tutti gli accadimenti che interessarono il Mediterraneo ma analizzando quello stesso arco temporale solo in riferimento alla penisola italica, rileviamo innanzitutto che i climatologi (10) ci dicono che il nostro paese venne interessato da mutamenti climatici così incisivi da imporre radicali cambiamenti nei sistemi sociali ed economici delle popolazioni d’Italia quali, ad esempio, la quasi totale sparizione dell’agricoltura e l’incremento massiccio dell’allevamento animale.
Oggi, infatti, sappiamo che fu proprio la persistente aridità a determinare la sparizione dei villaggi terramaricoli emiliani e padani (11) perché il progressivo inaridimento dei terreni coltivati e dei pascoli costrinse quelle popolazioni all’abbandono dei territori nell’arco di una o due generazioni. Invero i climatologi ci dicono che prima di allora, nel periodo a partire dal 1800 a.C. circa, un aumento globale della temperatura aveva consentito la ripresa dei grandi movimenti migratori per mare e per terra (ne sono prova appunto i Micenei con le loro frequentazioni attestate in quasi tutto il Mediterraneo) con il diffuso sfruttamento, ai fini agricoli, di terreni divenuti fertili da nord (12) a sud, con la conseguente maggiore diffusione dell’agricoltura nell’Italia peninsulare, dove il miglioramento delle tecniche di coltivazione, irrigazione e conservazione dei cereali coincise con i lunghi secoli della frequentazione micenea. Senonchè il catastrofico cambiamento climatico che diede il via ai "secoli bui"- una vera e propria piccola glaciazione iniziata intorno alla metà del XIII secolo a.C. e terminata solo nell’VIII secolo a.C. - nel mentre inghiottiva le grandi civiltà dell’età del Bronzo, che scomparvero più o meno contemporaneamente, condizionò e fece regredire l’agricoltura italica spingendo le popolazioni indigene ad un massiccio ritorno alla pastorizia.
Sul punto è interessante notare anche che, proprio a partire dal XIII secolo a.C., una serie di violente eruzioni vulcaniche interessarono buona parte del globo terrestre (13) e, quelle che presumibilmente ebbero maggiori ripercussioni climatiche in Europa, furono sicuramente l’eruzione del vulcano Aqua de Pau nelle isole Azzorre, avvenuta intorno al 1290 a.C., quella dell’Hekla, nel sud dell’Islanda, datata approssimativamente al 1100-1050 a.C.; quella del Pinatubo nelle Filippine (14) del 1050 a.C. fino a quelle più vicine del Vesuvio in Italia (880-830 a.C.) e del Katla nuovamente in Islanda (850-800 a.C.); queste ultime, sebbene meno violente delle altre precedenti, finirono anch’esse per influenzare il clima per almeno mezzo secolo dopo la loro eruzione. La massiccia diffusione di polveri sottili e gas acidi nell’atmosfera ebbero una marcata influenza sull’abbassamento della linea delle nevi perenni che, in Italia interessò sia le Alpi che l’Appennino. I vulcanologi, per sottolineare l’influenza sul clima italico (nel periodo che va dal 1250 al 750 a.C.) di tali eruzioni, fanno esplicito riferimento a ciò che era già avvenuto nei territori della Mezzaluna fertile
in conseguenza dell’eruzione vulcanica a nord di Tell Leilan (15) nel 2200 a.C.: allora la quantità di ceneri e pulviscolo rilasciati nell’atmosfera fu talmente enorme da determinare una riduzione sensibile dell’irradiazione solare, abbassando di conseguenza la temperatura di diversi gradi centigradi in tutta la regione e dando inizio ad un lungo periodo di siccità durato quasi tre secoli, che interessò buona parte del settore orientale del Mediterraneo e provocò la desertificazione di quei territori che avevano in precedenza ospitato le civiltà degli Akkadi e dei Sumeri.
  Eruzione vulcanica

Le eruzioni vulcaniche hanno sempre influenzato il clima della Terra.
Certo è che con la piccola glaciazione dei secoli bui la temperatura globale della penisola italica si abbassò di almeno due/tre gradi centigradi (16), se non forse anche di più, in parallelo con quanto è stato determinato con il precedente raffreddamento del Mid Holocene Dry (17). Secondo alcuni studiosi (18) il periodo in esame coincise anche con una improvvisa riduzione dell’attività delle macchie solari con la conseguenza che in Europa si abbassò decisamente anche il cosiddetto "ecotono" (19) sino ad arretrare alle coste dell’Africa settentrionale: gli inverni divennero rigidissimi, con i fiumi e laghi che rimanevano gelati per lunghi periodi dell’anno e un diradamento progressivo - sino alla completa sparizione - della vegetazione caratterizzante il periodo precedente. Così accadde, per esempio, per gli alberi da frutto prima uniformemente diffusi in tutta l’Italia peninsulare. Ovviamente se da un lato l’agricoltura disparve quasi completamente, non si può escludere una contrazione anche degli allevamenti, in particolare nel centro nord d’Italia, con la perdita di greggi, mandrie e bestie da soma e da lavoro essendosi notevolmente ridotte le possibilità del loro nutrimento. Dopo di che, finita la fase più fredda ed arida, tra il X ed il IX secolo a.C. una nuova fase evolutiva, detta villanoviana, avrebbe consentito il ritorno dell’agricoltura sui territori centrosettentrionali, l’incremento di quella già presente nel sud est d’Italia ma anche una netta separazione socio-economica (non sempre pacifica) tra le nascenti aggregazioni di agricoltori e gli allevatori più tradizionali.
Nel sud d’Italia il fenomeno del deciso raffreddamento climatico dei "secoli bui" venne in qualche modo attenuato dalla conformazione orografica dell’altopiano centromeridionale che si collegava all’ ampia distesa dei territori pianeggianti a sud del Fortore e dell’Ofanto che, estendendosi per tutta la depressione bradanica sino al Golfo di Taranto, garantì la sopravvivenza degli allevamenti nei lunghi inverni del periodo freddo. In ogni caso con il ritorno di un clima più favorevole, tra il IX e l’ VIII secolo a.C. il livello delle nevi perenni finì per innalzarsi decisamente in tutta Italia. Areali prima inospitali divennero progressivamente oggetto di sfruttamento antropico con il ritorno all’agricoltura in molti territori di pianura e collinari che incominciarono ad essere punteggiati da villaggi di comunità la maggior parte delle quali, seppur ancora legate ancora all’allevamento, abbandonarono il seminomadismo legato allo spostamento delle mandrie e delle greggi e cominciarono a sedentarizzarsi grazie alle rinnovate opportunità agricole.
È questo il periodo in cui gli studiosi (20) ritengono che le varie popolazioni italiche etnicamente compatte, cominciarono a dotarsi di una qualche forma istituzionale capace di identificarli come popoli diversi tra di loro. Ed è probabile che è anche il periodo in cui i due gruppi umani generatisi per scissione dalla originaria etnia degli Osco-Umbri e diversificatisi con la scelta dei due diversi regimi economici dell’agricoltura prevalente rispetto all’allevamento, consolidarono le diverse direttrici di sviluppo sociale ed economico in determinati territori.
Gli Umbri, avviati alla sedentarietà connessa all’economia agricola, si diffondono in quelli meno impervi compresi tra il nord dell’Abruzzo, il Piceno, la Toscana ed il Lazio; gli Osci, invece, spinti con i loro armenti verso il meridione dal precedente periodo climaticamente sfavorevole, restano legati alla economia dell’allevamento con l’agricoltura presente solo a carattere sussidiario, se non addirittura orticola, solidificando la loro presenza nell’altipiano centro italico a partire dal massiccio del Gran Sasso sino alle pianure pugliesi. Territori che, alternativamente d’estate e d’inverno, vengono sfruttati per le necessarie migrazioni stagionali di mandrie ed armenti, anche se la diffusione antropica trova una prima linea di arresto nella parte sudorientale della penisola dove comunità miste di agricoltori e allevatori provenienti dall’Illiria, si erano da tempo insediate a sud del Gargano e non consentirono una avanzata osca e, probabilmente, contesero loro anche le pianure limitrofe al mare tarantino. L’archeologia ci attesta, infatti, che già dal XII sec. a.C. genti provenienti dall’altra parte dell’Adriatico - presumibilmente spinte a dover migrare dallo stesso clima rigido che aveva colpito il nord dell’Italia - avevano progressivamente antropizzato le coste e i territori di sudest, gli unici, forse, ancora utilizzabili a fini agricoli nei secoli della piccola glaciazione successiva al XIII secolo, spingendosi a loro volta verso il fiume Tara (21).

 

L'Opera Poligonale

In buona sostanza si può ritenere che il quadro dei gruppi etnici presenti in Italia tra il X ed il IX secolo a.C. sia raggruppabile nelle seguenti diverse aree: una a nord-ovest (quella villanoviana) decisamente vocata ad una economia agricola confinante ad est con popolazioni (gli Umbri) che consolidano la loro presenza in areali anch’essi sfruttati a fini agricoli; un’altra dal versante adriatico si estende verso sud e sud – ovest (Osci) superando la Campania fino alla Lucania ed oltre l’Ofanto che resta legata alla economia dell’allevamento ed una terza, infine, sviluppatasi nel tacco dello stivale (Cultura Iapigia) con una diffusa accentuazione dell’agricoltura anche se accompagnata da un allevamento specializzato (22). Come è facile rilevare, l’areale più esteso (dal Piceno alla Lucania) è quindi quello delle popolazioni di lingua osca (o osco-umbra) che, nonostante la divisione dell’originario gruppo indoeuropeo, resteranno caratterizzate da una cultura similare e una lingua che anche nei secoli successivi si differenzierà ben poco oltre che da un'altra caratteristica comune (e parimente rilevante): la tecnica costruttiva in opera poligonale. Tale sistema edificatorio è completamente differente da quello denominato "in opera quadrata", dove blocchi di pietra perfettamente squadrati o mattoni tutti uguali vengono sovrapposti in linee orizzontali una sull’altra e legati tra di loro con la malta: nell’opera poligonale, invece, i muri vengono costruiti "a secco" e cioè senza malta, con pietre di varia grandezza (più spesso quelle grandi sopra) che si tengono insieme sia per il peso che per essere incastrate fra di loro. Le pietre, infatti, venivano tagliate in poligoni con più lati (cinque, sei, sette o più) di diversa lunghezza in modo da combaciare perfettamente tra di loro e da poter essere poste in opera senza alcun legante ma in maniera che i blocchi restassero ingabbiati grazie al peso (23).
La tecnica di costruzione in opera poligonale, opportunamente antisismica in un territorio purtroppo soggetto a terremoti anche violenti, ancora in epoca storica caratterizzerà l’intera zona geografica dei popoli italici osco-umbri mentre resterà estranea alle zone celtiche del nord, alla romanità ed alla Magna Grecia (24). Difatti anche se non è stata ancora effettuata una precisa ed esaustiva indagine sul "megalitismo" italico, le mura poligonali più a nord fino ad oggi riscontrate si trovano nei territori degli Umbri, mentre quelle più a sud, dopo aver attraversato l’Italia centrale, giungono fino in Lucania,
  Muro in opera poligonale

Esempio di tratto di muro in opera poligonale
caratterizzando in particolare l’intero territorio della Safinas Tutas (25), dall’Abruzzo e parte del Lazio alla Marsica, Molise e Campania interna.
Un siffatto modo di realizzare mura e costruzioni è certamente molto antico tanto che le fonti (26) ne attribuivano la paternità ai mitici Pelasgi (27), probabilmente quegli Hetei che alcuni orientalisti (28) identificano con gli Hittiti. Ed infatti mura "ciclopiche" realizzate con la tecnica innanzi descritta sono state rinvenute in una vastissima area geografica che coinvolge l’Anatolia, la Grecia, l’Albania ed il centro Italia ma anche la Sardegna e le Baleari; e dappertutto, salvo che per l’Italia, si è riconosciuto che esse risalgano all’età del Bronzo medio, quando l’impero Hittita esprimeva la sua massima potenza ed i Micenei scorrazzavano per il mediterraneo con le loro flotte. Nella nostra penisola, quindi, è più che probabile che questo sistema costruttivo sia stato introdotto proprio dai Micenei che, nei lunghi secoli della loro frequentazione, contribuirono con la loro tecnologia decisamente più avanzata a migliorare il sistema di vita delle popolazioni con cui vennero in contatto e trafficarono.

Mura di Monte Acero

Mura di cinta in opera poligonale di Monte Acero.

La caratteristica, però, fu quella che le costruzioni poligonali realizzate nei territori safini, non presentavano mura fortificate, atte cioè a poter essere considerate una vera e propria postazione difensiva con parapetti e merli di protezione. Infatti salvo che nel basso Lazio e in alcuni punti della Campania più settentrionale, le recinzioni in mura poligonali fino ad oggi individuate all’interno dell’antico Safnio (29) (oltre duecento) anche se non ancora sufficientemente indagate, sembrano consistere solo in opere di terrazzamento o di livellamento di posizioni di altura altrimenti scoscese ed impraticabili. In più raramente queste "recinzioni" in muratura a secco presentano un perimetro superiore al chilometro di lunghezza (fanno eccezione Monte Acero, 3.000 mt. circa come Monte Vairano; Rocca Cinque Miglia, 1.500 mt.; Ferrazzano, 1600 mt. circa; Terravecchia di Sepino, 1.500 mt circa) mentre nella maggioranza di esse si è riscontrato che misurano poche centinaia di metri e, in alcuni casi, addirittura poche decine. Eppure, nonostante la loro posizione apicale (tutte o quasi tutte ad una altitudine media di circa 700 metri) le ridotte dimensioni interne e l’assoluta mancanza di tracce di elementari alzate di muri di protezione, ancora oggi queste costruzioni (denominate ocres) vengono ritenute postazioni difensive che sarebbero state presidiate da guerrieri sdegnosi di ogni tipo di riparo perchè affrontavano da quei terrazzamenti gli attaccanti protetti solo dal valore e dall’abilità di lancio dei giavellotti.



Una civiltà senza città (Seconda  Parte)

 

 

 

NOTE

(1) Si definivano "safinos" gli indigeni di lingua osca, di origine indoeuropea, che prima della romanizzazione dell’Italia centromeridionale costituivano la nazione sannita.

(2) L’unione delle genti safine, intesa come nazionalità o stirpe comune, più che come stato unitario.

(3) Safinus, Safinos.

(4) Villanoviano è un “aspetto culturale” della prima età del Ferro in Italia che interessò alcune regioni d’Italia (Emilia, Toscana, Lazio, alcune zone della Campania e delle Marche). I villanoviani furono essenzialmente vocati all’agricoltura e all’artigianato legato alle estrazione e lavorazione dei metalli. Un aspetto importante della loro cultura è la “protourbanizzazione” atteso che la popolazione si concentrò in gruppi anche di migliaia di individui in grandi centri sorti nei pressi di importanti assi viari, fluviali od in prossimità di approdi costieri. I Villanoviani, a differenza dei loro vicini appenninici, praticavano il rito funerario della cremazione con la deposizione dei resti dei defunti nei caratteristici vasi biconici.

(5) Villaggi degli “Umbri” sono stati identificati ad Amelia, Totae, Perugia, Bettona, Gualdo Tadino, Otricolo, Nocera Umbra, Nequium (Narni) Interamna Nahars (oggi Terni). Anche nella letteratura antica sembra emergere una differenziazione non certamente etnica ma legata essenzialmente all’economia tra gli Umbri e i Safini.

(6) Plinio Naturalis Historia sulla frattura tra Umbro - Osci vedi anche: "V. Cianfarani, L. Franchi dell'Orto, A. La Regina - Culture Adriatiche Antiche di Abruzzo e Molise "- De Luca Editore Roma 1978.

(7) E. Peruzzi Il greco in Italia dai Micenei ai Tarquini in L'Italia e il Mediterraneo Antico. Atti del Convegno della Società Italiana di Glottologia (Fisciano-Amalfi-Raito, 4-5-6 nov. 1993). E. Peruzzi, Civiltà greca nel Lazio preromano, Olschki, Firenze 1998

(8) La cultura micenea si diffuse a partire dall’XVII secolo a.C. dalla Grecia in tutto il bacino del Mediterraneo orientale e centrale e fu portatrice di una civiltà urbana (palaziale) di cui si hanno testimonianze a partire dal 1700 a.C.. I Micenei furono esperti navigatori e abili artigiani soprattutto nella lavorazione dei metalli. Caratteristica dei palazzi e delle cittadelle fortificate ad essi annessi è che a differenza dei fastosi palazzi minoici, furono realizzati con la fu la realizzati con la tecnica poligonale fu la rocca generalmente collocata sulla parte elevata della cittadella fortificata. Le maggiori roccaforti si ebbero nelle città di Micene, Tirinto, Pilo, argo e Tebe.

(9) Diffuse nel mondo egeo dal Peloponneso a Creta.

(10) M. Pinna, F. Ortolani. S Pagliuca, A. Malatesta.

(11) La popolazione terramaricola al momento della sua repentina sparizione è stimata essere compresa tra 250.000 – 400.000 individui. Bernabo' Brea M. A., Cremaschi M., Il Villaggio Piccolo della Terramara di S. Rosa di Poviglio. Scavi 1984 - 1992, Firenze 2004.

(12) Fino in Scandinavia.

(13) Tra le principali ricordiamo quella del Bravo Cerro (Colombia 1300 a.C.), Arenal (Costa Rica 1250 a.C.), Aguilera (Sud del Cile 1250 a.C. ), Raoul Island (isola di Kermadec 1200 a.C.), Merapi (Giava 1180 a.C.), Izu – Tobu (Honshu Giappone 1150 a.C.), Cuicocha (Ecuador 1150 a.C.) Kusatsu – Shirane (Honshu Giappone 1120 a.C.), Apoyeque (Nicaraqua 1050 a.C.), Khodutka (Penisola della Kamchatka, Russia 1050 a.C.), Cotopaxi (Ecuador 1050 a.C.), Bravo Cerro (Colombia 1050 a.C.), Taupo (Nuova Zelanda 1050 a.C), Fuji (Honshu Giappone 1030 a.C.), Taupo (Nuova Zelanda 1010 a.C), Tungurahua (Ecuador 1010 a.C.), Kuji (Kyushu Giappone 990 a.C.), Antillanca Group (Cile centrale 960 a.C.), Aso (Kyushu Giappone 950 a.C.), Miyake-jima (Isola di Izu, Giappone 950 a.C.), Shiveluch (Penisola della Kamchatka, Russia 950 a.C.), Azufral (Colombia 930 a.C.), Fuji (Honshu Giappone 930 a.C.), Khodutka (Penisola della Kamchatka, Russia 930 a.C.), Sollipulli (Cile centrale 920 a.C.).

(14) Considerato un supervulcano perché di magnitudo 6.

(15) Nord est della Siria all’epoca una delle maggiori città dell’impero akkade.

(16) Probabilmente 3°.

(17) Il Mid Holocene Dry Period è quel periodo freddo che si colloca alla fine dell’Optimum climatico oloceanico ben documentato dall’avanzata del ghiacciao Rutor (Val d’Aosta) che cominciò la fase di espansione tra 5700 e 5600 anni or sono.

(18) E. Bard and M. Frank (2006) Climate Change and Solar Variability: What's new Under the Sun?, Earth and Planetary Science Letters, 248

(19) Il confine tra la zona climatica mediterranea e quella continentale.

(20) M. Pallottino et alii.

(21) Fiume carsico che nasce a circa 10 Km. dalla odierna città di Taranto nelle cui prossimità riemerge e l’attraversa. La "polla" vicino Taranto, nell’antichità, veniva considerata "fonte magica" perché capace di curare molte malattie.

(22) Non a caso Virgilio li definì domatori di cavalli (equorum domatores).

(23) G. Magli I segreti delle antiche città megalitiche. N. e C. editori, Roma, 2007.

(24) G. Magli op. cit.

(25) La Safinas Tutas, più che significare unione politica dei popoli safini, indicava la comune coscienza etnica e la consapevolezza della comune discendenza. Nel suo ambito si istituzionalizzò il Safnio il cui legame socio-politico superava i confini territoriali di centri tra loro solidali o posti a controllo di un certo territorio e si esprimeva nel Tuta, termine con il quale si voleva indicare un insieme di “grandi famiglie allargate”, come per i Clan scozzesi. A loro volta i diversi Tuta confluivano nel più ampio contenitore della Nazione Safina.

(26) Tucidite, La Guerra del Peloponneso, Libro I; Dionisio di Alicarnasso, Antichità Romane.

(27) I Pelasgi, secondo le fonti sarebbero un mitico popolo proveniente dalla Grecia, che migrarono in Italia intorno al 1350 a.C.

(28) De Cara, 1891; Capone, 2002

(29) Il Safnio preromano occupava invece tutto l’altopiano interno dell’Italia meridionale che va dall’Abruzzo al Molise, alla Campania, alla Basilicata e fino in Calabria con a nord la catena dei Monti Sabini.

 

 

 

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