Storia dei Sanniti e del Sannio
SANNITI
 
Massimo Cavalluzzo e Luciano D’Amico
Una Civiltà senza città: l'Italia Safina
(Seconda Parte)


Prima Parte

 

Il Safnio e Safinim

Ponendo per un attimo da parte l’interrogativo posto dalla effettiva funzione degli ocres e ritornando alla disamina di ciò che accadde o può essere accaduto in Italia nella prima età del Ferro, l’archeologia ci attesta che a partire dal IX e quasi ininterrottamente fino al VII secolo a.C., due direttrici di invasione da parte di popoli intrusivi si allungarono da nord e da sud lungo le coste della penisola: gli Etruschi che si estesero con i loro commerci e insediamenti abitativi fino a Salerno e Pontecagnano (ma anche oltre ) ed i coloni ellenici che, provenienti dall’Egeo, fondarono colonie nei territori del golfo di Taranto, in Sicilia, in Calabria e Campania. Le due ondate espansive di genti diverse finirono infine per saldarsi in Campania realizzando così un vero e proprio accerchiamento dei territori degli indigeni Safini e cioè di quelle genti di lingua osca, economicamente legate all’allevamento prevalente, che occupavano l’altopiano centromeridionale e che, di fronte alle pressioni intrusive, finirono per compattarsi istituzionalmente e militarmente.
Gli studiosi concordano nel ritenere che, al momento dei primi sbarchi dei coloni greci sulle coste d’Italia, le diverse etnìe italiche presentavano strutture sociali più complesse di quella del semplice raggruppamento familiare e Massimo Pallottino (30) ebbe a dire, sul punto, che … la sostanziale strutturazione etnica dell’Italia antica sia avvenuta più o meno contemporaneamente nei primi secoli del I millennio a.C., in un ambito cronologico e storico-culturale relativamente ben definito che immediatamente precede o accompagna l’inizio dell’età del Ferro che, al di là dei suoi sviluppi singoli, non può non essersi determinato sotto stimoli comuni, con aspetti di serrata reciproca interdipendenza (31).
Questa "interdipendenza" fu accelerata dalla avanzata di Etruschi e Greci che spinsero gli Italici a "serrare le fila" di fronte alla minaccia di invasori che tendevano essenzialmente ad una politica espansiva agricola con la ricerca di sempre nuove terre e schiavi per lavorarle. E se al di sopra del fiume Nera gli Umbri conservavano ancora una affinità etnica con gli Osci, il loro sistema sociale basato sulla agricoltura prevalente e su villaggi stabili rese però anch’essi ostili ai modi di vita seminomadi degli allevatori, atteso che l’uso delle pianure a pascolo contrastava ed impediva ovviamente l’attività agricola. E lo stesso fenomeno avvenne con i territori del sud ovest e quelli del sud lungo le cui coste e fino al VI secolo a.C., l’arrivo di coloni affamati di terra si susseguì incessantemente.

 



Bassorilievo con scene di transumanza da Sulmona (I secolo a.C.)

 

In definitiva si può ritenere quindi che nello stesso periodo in cui la cultura villanoviana generava la grande Nazione Etrusca e le colonie elleniche ponevano le fondamenta della Magna Grecia, all’interno di quel grande areale che andava dai monti e dalle valli abruzzesi fino alle pianure daune, si consolidava la Nazione dei Safini (Safnio in osco e poi Samnium dai romani) in un territorio (Safinim) che, come già abbiamo avuto modo di esporre (32), con l’alternanza stagionale nell’uso dei pascoli montani d’estate e quelli di pianura d’inverno, divenne il contenitore della Transumanza orizzontale e cioè, l’asse portante della economia del popolo safino. Ovviamente anche la costruzione sociale delle comunità fu costretta ad adattarsi alla nuova realtà conseguente l’accerchiamento della Safinas Tutas; per cui le semplici società pastorali finirono per dar vita ad una Nazione basata sull’evoluzione dell’elemento essenziale delle prime comunità indoeuropee: la "famiglia". I raggruppamenti umani inizialmente più indipendenti, sotto la spinta delle pressioni intrusive e grazie ai legami etnici si trasformarono con facilità in "famiglie allargate" (o clan) organizzate, più che attraverso una rigida divisione in classi stabili, sul diverso fattore generazionale dove ogni lavoratore svolgeva i compiti adatti alla sua età ed alla prestanza fisica. Si può quindi immaginare che i ragazzi venissero avviati a lavorare come pastori e mandriani, i giovani alla caccia, all’uso delle cavalcature ed all’addestramento per la guerra e che gli adulti presidiassero, come guerrieri, le zone strategiche dell’intero territorio del clan o allevassero cavalli, lavorassero nelle miniere e svolgessero le attività artigianali, come la forgiatura e la realizzazione di suppellettili. Le donne, sin da ragazze, cominciavano ad occuparsi dei bambini, della mungitura e dei lavori orticoli, badavano agli animali domestici e provvedevano a cucinare, tessere e svolgere ogni attività familiare come mogli e madri.
La sfera religiosa, a quanto è dato desumere dalle fonti e dai reperti più antichi a noi pervenuti, era fondata sul culto di divinità protettrici del popolo, dei guerrieri, del territorio, degli allevamenti e dei prodotti agricoli ed era collegata a tutti gli avvenimenti naturali, eccezionali o quotidiani che fossero. Essa, però, diversamente da come avveniva tra gli altri popoli italici, non veniva interpretata e gestita da una classe sacerdotale nè esercitata in templi ma, come è probabile e come traspare anche dalle fonti che ci sottolineano gli aspetti particolarmente "superstiziosi" dei Safini, i singoli sciamani più che
  La Mefite di Rocca San Felice

La Mefite di Rocca San Felice in Irpinia
interpreti del divino "leggevano" la natura ed i suoi fenomeni per trarne auspici, placare i numerosi spiriti dei territori e quelli che portavano malanni, così come gestivano le arti curative con erbe ed elementi naturali accompagnati da riti magici, trasmettendo la loro conoscenza, ma anche le credenze su spiriti e spiritelli, con l’oralità che riscontriamo in similari società indoeuropee non raggiunte dalla romanità, come i druidi celtici, gli sciamani scandinavi e le maghe e gli stregoni irlandesi.
Per i clan della Safinas Tutas che, a differenza degli Etruschi, dei Romani e degli Italioti della Magna Grecia, avevano un diverso legame con il territorio dedicato alla pastorizia ed all’allevamento, l’agricoltura ebbe un ruolo essenzialmente sussidiario - salvo importanti eccezioni per alcune estensioni vallive della Campania - là dove i terreni non erano suscettibili di essere utilizzati a pascolo. Ciò produsse due fenomeni caratteristici in tutta l’area centromeridionale: l’assenza di realtà urbane, inutili per le genti transumanti che non dovevano gestire, accentrandoli, i prodotti di grandi distese di territori agricoli; e lo sviluppo del concetto di ricchezza che si realizzava solo in relazione ed in misura della quantità di animali allevati e non di fondi agricoli spezzettati e così attribuiti ai membri delle comunità. Ovviamente ciò non significa che la proprietà terriera non esistesse del tutto; ma è evidente che là dove il territorio era necessario per la veicolazione delle mandrie e per i pascoli, il concetto di proprietà veniva concepito ed utilizzato in riferimento all’intero areale a servizio dell’allevamento per cui, su di esso, il potere del singolo individuo non aveva possibilità di estrinsecarsi se non in quella minima misura necessaria per il quotidiano ed a ridosso delle sparse abitazioni, mentre sull’intero territorio si esprimeva l’imperio dei capi clan. Cosicchè lo stesso potere gentilizio, o dei capi clan, veniva esercitato in massima parte non in funzione dell’attribuzione in proprietà di grandi fondi agricoli, bensì nel controllo padronale dell’areale stesso e degli animali che ne traevano sostentamento.
Mancando quindi una spinta alla sedentarietà agricola, nell’altopiano centroitalico safino - prima della romanizzazione e cioè quantomeno fino al III secolo a.C. - non si ebbe mai il bisogno di costruire centri urbani così come, mancando una religione secolarizzata, non si costruirono templi dedicati a questa o quella divinità che i Safini identificavano invece in monti, sorgenti, inghiottitoi, laghi sulfurei, fiumi, boschi sacri e luoghi naturali. Non a caso fino ad oggi nessuna vera "città" safina (o sannita) precedente il periodo del III-II secolo a.C. è mai stata portata alla luce dagli archeologi che pure hanno scavato migliaia e migliaia di tombe. Si pensi, ad esempio, alla necropoli cd. di "Caudio" (Montesarchio) dove fino ad ora sono state portate alla luce oltre 2.800 sepolture safine tra cui le più antiche risultano datate all’VIII secolo a.C.: ebbene nei dintorni non v’è traccia della città safina (Caudio) che i Romani avrebbero distrutto, secondo Livio, nel III secolo a.C.
Lo stesso dicasi per le mitiche Touxion o Palombina o Aquilonia, tutte "città" o "capitali" di cui nessuno ha mai trovato tracce; e lo stesso si può sostenere anche in riferimento ai templi: tutti quelli che fino ad ora sono stati portati alla luce all’interno dell’originario Safnio sono di epoca successiva al III secolo ed ai contatti con i romani, conseguenti la loro influenza politica e militare dopo la seconda guerra sannitica. Cosicchè non è incredibile ritenere che la Coinè Safina rappresentasse l’unica civiltà italica preromana "senza città" e senza templi … E non è audace affermare che, allorquando poco prima della metà del IV secolo la nascente nazione romana stipulò il suo primo trattato di alleanza con una Nazione Italica, lo fece con un popolo che Roma sapeva essere perfettamente istituzionalizzato tanto da onorare sicuramente un trattato internazionale così come poco prima era avvenuto con Cartagine; un popolo, e quindi una nazione, tanto forte, militarmente, da rendere necessaria la sua alleanza per poter scendere in guerra con Latini e Campani ...
L’ipotesi che il Popolo Safino esistesse senza esprimere città è generalmente rifiutata dagli storici nonostante alcune indicazioni in tal senso provengano anche dalle fonti antiche più accreditate. Sia Plutarco che Dionigi di Alicarnasso, ad esempio, nel riferirsi ai Safini dei tempi di Romolo, ci dicono che erano numerosi e bellicosi ma che la caratteristica dei loro villaggi era offerta dalla assenza di mura di difesa.




Sant’Agata dei Goti (BN). Raffigurazione di una capanna nella Tomba n. 114-115 (VI–V secolo a.C.)

 

Entrambi gli scrittori, per spiegarsi questa assenza di difese - per loro, concettualmente urbanizzati, inconcepibile – ritenevano che ciò costituisse la prova che essi fossero davvero i discendenti dei forti Spartani (33); ma quello che è interessante è l’accenno ai "villaggi" quali luoghi di abitazione dei safini e non a "città". E poiché tali villaggi erano formati evidentemente da quelle semplici capanne che Varrone definì “case repentine”, è logico ritenere che quegli agglomerati di capanne venivano erette dai clan al momento del loro arrivo sui pascoli stagionali e poi smontate o abbandonate quando, in primavera o all’inizio dell’autunno, si spostavano con la transumanza. Un fenomeno identico è avvenuto per millenni per tutte le società di pastori o allevatori: e non occorre andare con la mente agli Indiani d’America, i cui villaggi seguivano le migrazioni delle grandi mandrie di bufali, perché fino a metà del secolo scorso lo stesso fenomeno era ravvisabile per le popolazioni degli Inuit; per i berberi Mauri e Tuareg e per tante altre popolazioni sparse per il mondo mentre prima ancora, in Mongolia, nel XII secolo, un capo come Temujin unificò i tanti clan di pastori e allevatori mongoli e li trasformò in una macchina bellica con cui costruì l’impero più grande della storia.
E’ evidente quindi che, riconoscendo al popolo safino il seminomadismo tipico di tutte le società formate da pastori e mandriani, non è difficile accettare che la generalità delle loro abitazioni risultava necessariamente adattata al regime transumantico che seguiva lo spostamento degli animali da un capo all’altro dei due terminali: quello dei monti Safini e quello dell’areale appulo-dauno. E che la concentrazione di un siffatto tipo di villaggi non potesse generare il fenomeno della urbanizzazione e, quindi, città in muratura con strade, templi, palazzi di principi e quant’altro relativo, appare di tutta evidenza. Eppure c’è ancora chi attribuisce una tale ipotesi solo alla fantasia di chi la propugna perché contrasterebbe con la diffusa presenza delle centinaia di ocres fin’ora individuati nel territorio del Safnio, non solo lungo i suoi confini ma anche all’interno e che starebbero a testimoniare, con le loro mura poligonali, la prova di insediamenti che anche laddove si presentano come spazi modestissimi, attesterebbero comunque un uso abitativo da parte dei Safini già a partire dal V-IV secolo a.C..
Ma anche questa eccezione è infondata perchè, oltre a basarsi su di un assioma assurdo (come innanzi vedremo ) è del tutto illogica.

 

Ocres e cronologia

In un interessante lavoro edito nel 2007 (34) Giulio Magli (35) tenta di far giustizia della errata cronologia assegnata alle costruzioni poligonali preistoriche italiche. A tal proposito va tenuto presente che la datazione di una costruzione da parte di un archeologo non può avvenire con rigore scientifico e certezza assoluta perché, per le pietre, fino a poco tempo fa non potevano essere utilizzati sistemi applicabili ad altri elementi, organici od inorganici, come l’analisi basata sul decadimento dell’isotopo del carbonio o la dendrocronologia o l’analisi del DNA. Solo scavando al di sotto di una fondazione e ritrovando reperti analizzabili e databili come ossa, ceramica, metallo o altro manufatto, finito in quel determinato punto al momento dell’inizio dell’opera (come è avvenuto per Carandini con la Roma di Romolo) si può ritenere con ragionevole certezza che un certo muro – o la sua fondazione – risalga a questa o a quell’epoca. Orbene, atteso che il sistema di edificazione in opera poligonale era largamente diffuso nel mediterraneo già all’epoca dei Micenei e nonostante la attestata loro frequentazione della penisola italica fino al 1200 a.C. circa, le "mura ciclopiche" italiche – e safine in particolare – vengono invece datate come non più antiche del IV secolo a.C. e, in alcuni casi al di fuori del Safnio vero e proprio, non più antiche del V secolo (come Norba e Signa, ma anche Circei).


La porta di Arpino, città dei Volsci,
probabilmente databile al VII secolo a.C..
 
La differente cronologia rispetto alle costruzioni elladiche e anatoliche è dovuta essenzialmente a due fattori, di cui il primo è collegato all’esistenza di un principio "dogmatico" attribuito allo studioso Giuseppe Lugli (36) che, incaponendosi su un significato a dir poco "forzato" della parola romana silex, nell’interpretare l’opera dell’antico architetto romano Vitruvio, volle a tutti i costi attribuire ai Romani il sistema costruttivo in opera poligonale: eppure – come fa rilevare Giulio Magli - nel territorio dell’Urbe (e nessuna città al mondo è mai stata così studiata, esaminata ed indagata) non vi è alcuna traccia di costruzioni siffatte! A ciò si aggiunga che Lugli stabilì anche un sistema di classificazione cronologica, a seconda "dello stile" adottato per l’opera e suddiviso in quattro fasi, dalla più antica all’ultima, ma senza indicare un criterio valido di determinazione se non quello della apparente "rusticità" o meno della costruzione.
Gli archeologi e gli studiosi - salvo rare eccezioni - hanno sempre preso per buona questa datazione perché nel periodo in cui Lugli pubblicava la sua opera (fine anni’50) la ricerca storica non aveva ancora sviluppato il tema della costruzione etnica e nazionale della civiltà safina e le uniche voci che predicavano l’esistenza di una società pastorale preistorica etnicamente compatta e sviluppatasi già nell’età del bronzo medio nell’altopiano centro italico (desumibile da tracce archeologiche tra cui insediamenti d’altura collegati ad una Transumanza orizzontale dagli Appennini centrali alle pianure pugliesi) vennero in buona sostanza disattese dai più. Inoltre la stessa carta archeologica, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, non offriva allo studio le tante prove di frequentazione micenea che potevano far intuire la loro incisiva interazione culturale con gli indigeni italici del II millennio a.C.. A tutto ciò si aggiunga che anche quando nella seconda metà del secolo scorso esplose la stagione degli studi sul Sannio ed i Sanniti ( e cioè sulla Safinas Tutas, il Safnio ed i Safini ) grazie allo studioso italo-canadese Edward Togo Salmon (38), poichè si ritenne che i Sanniti fossero invasori di matrice indoeuropea giunti in Italia solo tra il V ed il IV secolo a.C., si pensò - attribuendo loro le tante costruzioni poligonali erette in funzione antiromana – che la circostanza confermasse la cronologia del Lugli e che quei terrazzamenti senza mura e parapetti di protezione non fossero altro che appostamenti difensivi realizzati in concomitanza con i primi contrasti bellici tra Roma ed il Sannio e, per alcune cinte murarie di maggior perimetro, si ritenne che fossero centri permanentemente abitati (come nel caso di Saipinz identificata in Terravecchia di Sepino).
Oggi che l’archeologia ci dice molto di più rispetto a sessant’anni fa, alcuni di questi presupposti si sono rivelati infondati come, ad esempio, la "invasione" sannitica di cui non v’è traccia alcuna del centro sud d’Italia mentre la abbondante messe di reperti portati alla luce negli ultimi quarant’anni, dimostra una forte presenza nel territorio di pastori ed allevatori senza soluzione di continuità dall’età del Bronzo Medio fino alla romanizzazione. Inoltre ci dice che la frequentazione micenea del II millennio a.C. fu tanto incisiva che le tecniche importate da quella più avanzata civiltà restarono patrimonio dagli Italici anche nei secoli successivi la sparizione dei regni micenei in egeo.
Sicchè il criterio cronologico utilizzato fino a poco tempo fa per datare le mura poligonali centromeridionali appare grandemente incerto, se non addirittura incredibile, atteso che non spiega perché, mentre in tutta l’area egea ed anatolica costruzioni simili risalirebbero al II millennio a.C., quelle italiche sarebbero state erette solo nel V-IV secolo a.C., quando oramai i Micenei mancavano da sette e più secoli ed in un contesto in cui Etruschi, Romani ed Italioti, adottavano una architettura costruttiva diversa da quella dei popoli di lingua osca.




La Porta dei Leoni a Micene.

 

È evidente, quindi, che in assenza di una rigorosa prova scientifica a suffragio della presunzione cronologica del Lugli, le mura ciclopiche d’Italia parrebbero più vicine all’epoca micenea che all’epoca storica e non appare infondato ritenere che, così come avvenne per la metallurgia, la produzione ceramica e l’agricoltura, anche la tecnica poligonale sia stata introdotta nella penisola italica al tempo della frequentazione micenea. È più che probabile, infatti, che quei lontani costruttori di "Palazzi" del Peloponneso abbiano realizzato similari costruzioni anche nella penisola italiana da loro frequentata per secoli ed abbiano così finito per trasferire a maestranze italiche i sistemi di taglio e sbozzo dei massi poligonali e della messa in opera senza malta, che garantiva quella efficacia antisismica tanto necessaria sia nell’Ellade che nell’Italia centromeridionale. Ovviamente ciò non significa che tutte le mura in opera poligonale sin’ora rintracciate siano sicuramente coeve ai Micenei perché, a costruire e distruggere si sono cimentati in tanti ed in tutte le epoche. Purtuttavia l’incastellamento del Safinim – o la conoscenza della tecnica costruttiva in opera poligonale - risalente ad un’epoca più antica del V secolo a.C., si pone come elemento logico e non disattendibile attesa l’ininterrotta presenza di genti appartenenti alla Safinas Tutas in un territorio che, tra i secoli dei lunghi contatti con i Micenei e l’avvento della romanizzazione, non subì invasioni o penetrazioni intrusive extraitaliche. Anche il sistema di classificazione indicato da Lugli in quattro differenti stili che individuerebbero, ognuno, un determinato periodo più antico o più recente in base alla minore o maggiore accuratezza del taglio (e del conseguente incastro) appare una errata deduzione alla luce dei maggiori elementi di prova che, insieme alle fonti prima diversamente interpretate, oggi sono a disposizione dello studioso. Ma prima di addentrarci con decisione nell’argomento, ci consentiremo una piccola divagazione. Il bravo ricercatore e studioso di archeobalistica Flavio Russo (39) nel discutere circa le possibilità che un archeologo offre alla ricerca storica, ebbe a dire: "l’archeologo può trovare il reperto, dire che cos’è e come è fatto ma difficilmente potrà mai affermare, con certezza, chi lo usò. Al contrario può dire a chi invece sicuramente non va attribuito: basti pensare ad una scarpa od un stivale che, misurati, corrispondono alla numerazione di piede 41. In questo caso egli potrà escludere con quasi certezza che un neonato od un bimbo ebbe ad indossarli quotidianamente al pari di chi necessitava di una taglia superiore ".




Stazzo per le pecore in pietra a secco ancora oggi in uso in Puglia.

 

Nonostante questo semplice criterio deduttivo, intorno alle tante costruzioni poligonali safine c’è tutt’ora un serrato dibattito tra chi le vorrebbe mura di recinzione di villaggi; postazioni difensive; torri di avvistamento o "castelli" di confine e chi, infine, rocche abitative di capiclan o nuclei abitati posti a sorveglianza dei confini o delle vie di ingresso al Safnio. Insomma non v’è uniformità di pareri ed ogni studioso, nel tentativo di supportare la propria interpretazione, eccepisce le tante lacune delle ipotesi altrui, alimentando così il mistero di quelle costruzioni apicali che punteggiano, a macchia di leopardo, il territorio centromeridionale una volta di lingua osca.
E’ necessario, a questo punto, aggiungere che allorquando si parla di tecnica “in opera poligonale” si vuole, ovviamente, indicare solo un sistema costruttivo generalizzato (omotecnia) adottato in più parti e anche da genti diverse o lontane tra di loro; inoltre questo sistema costruttivo non è specialistico, nel senso che identifica il singolo manufatto (mura di recizione o di città) o una sua particolare destinazione d’uso, così come la tecnica di scavo a sezione obliqua non implica una sua esclusiva applicazione ai soli grandi canali navigabili atteso che la si applicava anche a fossati, valloni iemali e tante altre opere in cui si doveva impedire il franamento del terreno.
Questa esemplificazione apparentemente superflua, ci serve per poter accettare l’evidenza che l’opera poligonale di epoca preistorica si adattò alla costruzione sia di grandi città (come Hattusa degli Hittiti e Micene degli Achei; o, in Italia Norba, Segni, Alatri etc.) che di castelli o palazzi (come quello di Pilo) ma anche di modeste costruzioni in pietra come capanne, magazzini o porcilaie, al pari della tecnica in opera quadrata o delle costruzioni in mattoni adottate poi da Etruschi, Romani ed Italioti. Cosicchè applicando il criterio deduttivo di Flavio Russo per l’indagine sulle tante costruzioni in opera poligonale riscontrate dall’Umbria alla Lucania, possiamo incominciare ad escludere tutte le destinazioni che quelle edificazioni in pietra "non potevano" avere; e poi, grazie alle esclusioni, tentare di giungere a capire la effettiva destinazione degli ocres in territorio safino.

 

Ciò che gli Ocri non potevano essere.

Accettando l’ipotesi che dalla società pastorale appenninica del bronzo medio, dopo i grandi sconvolgimenti climatici dei secoli bui che accompagnarono la prima età del ferro, la Coinè transumantica osca (subappenninica) finisca per istituzionalizzarsi nella Nazione Safina, il territorio centromeridionale occupato ed utilizzato dai Safini per i pascoli estivi ed invernali, divenne il grande forziere della loro economia atteso che, in quei tempi, il baratto rappresentava ancora l’unico sistema di scambio commerciale fra le genti. Ed è evidente che se da un lato le grandi mandrie ed i greggi numerosi della popolazione safina risvegliavano la concupiscenza delle popolazioni intrusive, dall’altro imponevano agli allevatori una compattezza difensiva fondata sull’interesse comune oltre che sui legami etnici; compattezza che si esprimeva nella capacità di rintuzzare militarmente qualsiasi tentativo di invasione e di furti in massa di bestiame.
Il regime della transumanza impose comunque ai Safini uno sviluppo sociale completamente diverso da quello delle comunità agricole, i cui pilastri erano formati da terra coltivabile e urbanizzazione centralizzata. Per i Safini preromani, che periodicamente spostavano le grandi mandrie e le greggi, due volte all’anno, dalle valli appenniniche ai pascoli pugliesi e viceversa, non vi fu mai necessità di creare città destinate a durare nel tempo o a raccogliere insediamenti definitivi, nemmeno quando la popolazione incrementava di numero, perché nessuno avrebbe lasciato mogli e figli in abitazioni e villaggi che, per almeno metà dell’anno, o in pianura o in montagna, sarebbero restati sguarniti di uomini (impegnati con mandrie e greggi) e quindi di difesa. La Transumanza stessa, con tutti i suoi aspetti collegati alle varie fasi dell’allevamento, la protezione degli animali, la profilassi naturale degli stessi, la lavorazione dei prodotti derivati, delle ceramiche necessarie e degli altri utensili così come le produzioni orticole stagionali, la messa in opera degli steccati per il ricovero notturno, la manutenzione e quant’altro occorreva, imponeva all’intero clan di spostarsi al seguito degli animali per cui, senza escludere del tutto che potessero esistere nel territorio safino sporadici casali in pietra, le abitazioni stagionali assumevano necessariamente forme di precarietà costruttiva, con capanne o "pagliari" sostanzialmente realizzati in legno e coperture leggere che poi venivano smontati al momento in cui diveniva necessario spostare gregi e mandrie sui pascoli invernali della Puglia. Quindi i tanti ocres in mura poligonali disseminati nel territorio montano di Safinim per almeno sei mesi l’anno, quando tutt’intorno la neve rendeva difficoltosa la vita e la popolazione pastorale si spostava quasi interamente nell’areale appulo-dauno, restavano del tutto inutilizzabili e inutilizzati e, certamente, non potevano costituire mura di villaggi, come confermano le assenze di tracce di antropizzazione all’interno degli stessi.

 

Ocri preistorici

Ubicazione degli ocri preistorici fino ad ora identificati sul massiccio del Matese.

 

La loro funzione "abitativa", infatti, va esclusa con sicurezza in base ad almeno due elementi di fatto: il primo offerto dalla indubbia circostanza che, nella maggioranza degli ocri fino ad ora oggetto di sistematica esplorazione all’interno delle cinta murarie, sebbene siano state ritrovate resti di ceramica di pertinenza pastorale ed elementi di frequentazione umana, non mostrano tracce di abitazioni in muratura o di capanne su pali. Solo in sporadici casi, si è scoperta qualche cisterna per la raccolta di acque. Inoltre, esclusi pochissimi siti, la maggioranza di ocri conosciuti (oltre duecento) si trovano ad una altitudine superiore ai 700 metri e, almeno fino al periodo del III secolo a.C., con la temperatura di quasi due gradi inferiore a quella attuale (40), tali altitudini venivano interessate da copiose nevicate invernali da ottobre fino a febbraio-marzo dell’anno successivo, neve che impediva pascolo e coltivazione orticola. Ed un clan di pastori, sebbene ridotto di numero, per svernare in quelle zone innevate avrebbe dovuto poter immagazzinare grandi quantità di provviste per gli uomini e foraggio e sale per gli animali in magazzini atti a sopportare il clima gelido (magazzini che, ovviamente, sarebbero stati realizzati in opera poligonale ma di cui, finora, non sono state rilevate tracce). Ma allora, ci dovremmo chiedere, se i Safini non abitavano negli ocri perchè questi, anche quelli più estesi, non corrispondevano a villaggi circondati da mura in opera poligonale come probabilmente fu, invece, per i Volsci e, forse, anche per gli Ernici, a che servivano tali costruzioni? Non furono per davvero fortilizi costruiti durante o in conseguenza delle guerre sannitiche che contrapposero il Safnio a Roma?




La Postierla del Matese a Terravecchia di Sepino.

 

Che la destinazione dei tanti ocres disseminati nel territorio safino non fosse quella di "postazioni armate" è reso immediatamente evidente da due elementi: uno logico e l’altro materiale. Il primo è che anche a voler immaginare a tutti i costi i guerrieri-pastori più coraggiosi e "spartanidi" dei romani, la difesa di un sito sprovvisto di qualsiasi riparo dai giavellotti, dalle frecce e dai proiettili nemici è inimmaginabile, a meno che gli invasati difensori, pur di non erigere un altro metro e mezzo di opera poligonale dietro cui nascondersi, non fossero votati al suicidio; la seconda è il tipo di accesso che mena - là dove ancora ne esistono le tracce – all’interno di questi ocres. A Terravecchia di Sepino (41), ad esempio, ci sono due ingressi, uno a nord e l’altro verso sud (42); per entrare è necessario infilarsi in un passaggio strettissimo che dal basso porta in alto: fino ad ora i propugnatori della tesi che si tratta di castelli fortificati hanno spiegato che l’angustia era dovuta ad una tecnica difensiva volta a consentire l’accesso ad un solo uomo per volta e, quindi, a contenere gli assalti dei nemici alla fortezza, atteso che sarebbe stato oltremodo facile, per i difensori, bloccare il nemico costretto ad entrare in fila indiana. Ma questa è ipotesi assurda se si considera che si sta parlando di una cinta muraria senza spalti di protezione e fatta a gradoni esterni: perché gli assalitori avrebbero dovuto scegliere di infilarsi nel budello di quelle postierle strette e basse, quando potevano assalire i gradoni da tutti i lati, arrampicarsi sugli stessi mano a mano che i difensori cadevano o si ritiravano? Per offrire capo, collo e corpo al giavellotto nemico e farsi scannare uno ad uno? Anche in questo caso ci dovremmo convincere che i nemici di quell’epoca, romani o altri che fossero, erano tutti affetti da dementia precox. In più immaginando che un gruppo di Safini inseguiti dal nemico avesse voluto rifugiarsi nella propria (cosiddetta) fortezza, quella postierla stretta e lunga, che al massimo consentiva il passaggio di un guerriero alla volta, si sarebbe tramutata in una tragica trappola per l’inevitabile affollamento dinanzi ad essa, atteso l’impedimento di far passare più di un guerriero alla volta. E così, ragionando ancora una volta secondo il principio tanto caro all’Ing. Flavio Russo, possiamo serenamente affermare che la maggioranza delle costruzioni apicali in opera poligonale, gli "ocri" safini, non possedevano caratterisiche tali da poterli qualificare come postazioni difensive.
Ma allora, a che servivano? E perché si riscontrano in massima parte nel territorio appenninico e non nell’areale più meridionale appulo-dauno, dove in inverno si concentravano gli armenti dei clan Safini?



Una civiltà senza città (Terza   Parte)

 

 

 

NOTE

(30) Archeologo ritenuto da molti come massimo studioso italiano di Etruscologia ( Roma 1909-1995)

(31) M. Pallottino, Genti e cultura dell’Italia preromana, Roma 1981.

(32) M. Cavalluzzo e L. D’amico: L’Italia Safina. Dalla Preistoria alle Forche Caudine, Rieti, 2009.

(33) La leggenda vuole che il mitico legislatore Licurgo, vissuto nell’VIII secolo, avesse convinto Sparta ad abbattere le mura di difesa essendo sufficiente la sola forza dei suoi guerrieri.

(34) I segreti delle antiche città megalitiche, Newton e Compton, Roma

(35) Ordinario di Meccanica Razionale al Politecnico di Torino.

(36) G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, 1957.

(37) Ugo Rellini e Salvatore Puglisi.

(38) E.T. Salmon, Il Sannio ed i Sanniti 1968

(39) F.& F. Russo, Indagine sulle Forche Caudine. Immutabilità dei principi dell'arte militare, Ed. Rivista militare, Roma 2006

(40) Come dimostrano i sedimenti pollinici che attestano il livello della vegetazione "fredda" (faggi ed abeti) a circa 500 metri al di sotto di quella attuale.

(41) Posta a 950 mt. di altitudine e 500 mt. di distanza da Altilia, la Sepino romana fu edificata più in basso nel I secolo a.C..

(42) Anche se sono state "ipotizzate" altre postierle ed ingressi dei quali, però, non v’è traccia evidente.

 

 

 

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