Le armi, gli scudi e gli elmi dei guerrieri sanniti.
SANNITI

 

LE ARMI DA DIFESA ED OFFESA
DELLE GENTI DI STIRPE SABELLA

 

Spada da Alfedena

Spada con lama a foglia di salice da Alfedena (VI secolo a.C.)

 

Le descrizioni delle armi da difesa e da offesa adottate dalle popolazioni sabelliche ed in particolare dai Sanniti, ci provengono dalle poche fonti letterarie di annalisti come Tito Livio, oppure da narratori come Plinio il Vecchio e pochi altri, ma anche dagli affreschi ritrovati nelle aree caudine ed irpine, nonchè dalle raffigurazioni parietali pervenuteci delle tombe a cassa della Lucania settentrionale. Notevoli sono anche i ritrovamenti di corredi funebri provenienti da necropoli come "Campo Consolino" ad Alfedena oppure le "Traccole" a Pietrabbondante. Importante è quello che ci racconta il "Guerriero di Capestrano", ma anche i rari bronzi custoditi nei musei di mezza europa.
Con queste testimonianze possiomo descrivere, senza scendere nei particolari ma anche senza tralasciare ciò che è importante, qual'è stato l'evolversi dell'armamentario tipico dei Sanniti e delle popolazioni a loro attinenti sia per stirpe che per usi e costumi (nonché per le alleanze belliche) dalla tarda Età del Bronzo fino al periodo delle guerre sociali (I secolo a.C.).
Il testo che segue è tratto dall'opera di Cianfarani, Franchi Dell'Orto e La Regina "Culture adriatiche antiche di Abruzzo e di Molise" dove si descrive in maniera soddisfacente l'armamentario del nostro popolo.

 


I TEMPI TRA I DUE MILLENNI



... Fra gli arnesi per tagliare o per colpire di punta, i pugnali per lo più avevano la lama a forma di triangolo isoscele molto allungato; in alcuni è presente il codolo che doveva essere rivestito di legno o di altro materiale deperibile; in altri il manico, eseguito a parte, era fermato da bulloncini.
  Guerriero del Sannio - V secolo a.C.
 
L'unica daga, simile di forma ai "pugnali" dai quali differisce per le proporzioni, è attribuita alla tarda età del bronzo.
Numerosissimi sono i coltelli (ovviamente è difficile distinguere fra pugnali e coltelli, perché anche i primi potevano assolvere alla medesima funzione). Sono costituiti essenzialmente da un manico facente corpo con una lama lunga e sottile. Ne sono state riconosciute varie fogge che trovano riscontri più o meno puntuali in necropoli italiane o anche transalpine e che possono essere presi come punti di riferimento cronologico e culturale: così per un coltello avente l'estremità dell'impugnatura foggiata a testa d'uccello si parla di analogie con il tipo di "Baierdof" e se ne riporta la singolare decorazione al patrimonio della civiltà dei campi d'urne, che si sviluppa nell'Europa centrale nella seconda metà del II millennio a.C. Il coltello di tipo "Matrei", per il quale è stata proposta la datazione al XII secolo a.C., prende nome dall'antica Matrium in Austria: ha la lama ricurva, ben distinta dal codolo che doveva essere coperto di legno o di altro materiale deperibile. La marsicana Ortucchio dà il nome ad una particolare foggia di coltelli dalla lama dritta e sottile, che si data all'età del bronzo finale (XI-IX secolo a.C.). Una serie di coltelli dalla lama elegantemente sinuosa è attribuita al protovillanoviano.
Fra i bronzi esaminati sono anche sei spade. Quelle che vengono definite "con lingua da presa a margini rialzati" sono attribuibili a gruppi protovillanoviani. Il tipo più antico è riportato allo scorcio del II millennio e trova confronti con spade micenee; gli esemplari più recenti si collocano a cavallo fra i due millenni. Questo tipo di spada con "lingua da presa" dovette incontrare dovunque grande favore, infatti, oltre agli esemplari del gruppo marsicano, ve ne sono sette al Museo di Chieti. Due, d'assai probabile provenienza locale, conservano il fodero di lamina bronzea, come due provenienti da Montorio al Vomano. Gli altri esemplari, senza fodero, vengono dai dintorni di Chieti e da Campli, quasi al confine con le Marche.
Alla spada a "lingua di presa" segue nel tempo la spada ad "antenne", cosiddetta da una coppia di antenne a volute che sovrasta il manico. Il tipo è stato datato all'inizio dell'età del ferro, fra il X e l'VIII secolo a.C. Un esemplare ne è stato rinvenuto in provincia di Teramo.
Le forme della lancia - gli esemplari rinvenuti sono
  Spade

Spade a "lingua da presa".
Tarda Età del Bronzo.
(A) da Montorio dei Frentani;
(B) da Campobasso;
(C) da S. Felice del Molise.
numerosi - non differiscono gran che fra loro e resteranno canoniche anche in seguito. Si hanno lance con la punta triangolare, altre a foglia; tutte presentano il cosiddetto innesto a cannone per l'inserzione dell'asta. Si è pensato che esse facessero parte dell'armamento a coppie di grandezza ineguale, uso ben noto in ambiente egeo fin dal XIII secolo e che, almeno in parte, trova conferma nella nostra regione in monumenti più tardi. Si datano fra la fine dell'età del bronzo e l'inizio dell'età del ferro.

Cuspide di lancia

Cuspide di lancia con punta a foglia.

Spada ad antenne
Spada ad antenne.
Museo Archeologico
di Perugia.
 
Rarissime sono le frecce, testimoniate dalle cuspidi. La rarità dei reperti è stata spiegata con la scarsa importanza che l'arco doveva avere nell'armamento.
Come arma, infine, è stata catalogata un'ascia ad "occhio" di provenienza imprecisata, nella quale il manico si inserisce in un apposito foro, e diversa pertanto dalle molte altre asce fucenti ad aletta, aventi funzione di utensili, nelle quali il manico piegato ad angolo si incastra nelle alette alzate lateralmente al tallone o alla stessa penna. L'ascia da combattimento è ritenuta eccezionalissima nell'età del bronzo finale, alla quale è ascritto il nostro esemplare.




Manufatti metallici dell'Età del Bronzo.
(A)e(B) Asce utensili, (C) ad "occhio". (D) Coltello a lama ricurva.


 


 

 


I TEMPI DELL'ARCAISMO


 


Testimonianze Figurate



La statua del Guerriero di Capestrano (VI secolo a.C.)(*) costituisce un tale documento d'armi da offesa e da difesa che ha ben pochi riscontri nella statuaria antica. Tuttavia, se molti elementi hanno trovato corrispondenza nei corredi delle necropoli, altri ve ne sono tuttora assai problematici; nonostante la cura puntigliosa che caratterizza la descrizione. L'elemento più appariscente è certamente il copricapo. Esso consiste in una calotta emisferica, una tesa
Guerriero di Capestrano - Fronte
 
circolare assai ampia ed una cresta innestata sulla calotta e sulla tesa che, ricadendo posteriormente, dà luogo ad una coda.
E' ancora in discussione la possibilità che i tratti del volto siano da considerare pertinenti ad una maschera protettiva, piuttosto che ad una stilizzata descrizione anatomica; altrettanto si dica per le orecchie, al posto delle quali sono stati supposti elementi di protezione connessi con la maschera.
Gira intorno al collo una fascetta costolata che lascia interamente libera tutta la zona sottoposta alla nuca e dalla quale pende anteriormente un elemento che è stato inteso come ornamentale piuttosto che difensivo, anche se l'una funzione non esclude di necessità l'altra.
  Guerriero di Capestrano - Retro
La difesa del corpo del Guerriero è affidata ad una coppia di dischi, il "kardiophylax" e ad un elemento di protezione dell'addome. I dischi, orlati da un bordo arrotondato e lisci nel campo, sono posti a coprire anteriormente e posteriormente la regione cardiaca.
La difesa dell'addome è costituita da una grossa piastra sagomata, limitata da una fascia ornata da un meandro, che dalla vita scende a punta all'inforcatura delle gambe; le corrisponde posteriormente un elemento più piccolo, anch'esso terminante a punta sulla regione del coccige e bordato da una fascia con decorazione a zig-zag. Nella difesa dell'addome si è voluta riconoscere la "mitria",
Guerriero

Il Guerriero di Capestrano.
Ricostruzione delle difese
del torace e dell'addome.
 
citata da testimonianze letterarie. Dischi e presunta mitria sono sorretti da un complesso sistema di fasce e cinghie. Tre tracolle costolate scendono dalle spalle; di esse due, rispettivamente a destra e a sinistra, possono ritenersi di flessibile lamina metallica; l'altra, che sormonta la spalla destra, era formata forse da tre cordoncini di cuoio tenuti insieme da placchette metalliche: ad essa mediante piastrine sono rigidamente assicurati i due dischi. Le altre due tracolle terminano posteriormente con puntali a pelta, anteriormente accoglie entrambe le estremità un unico elemento lobato, al quale è assicurata la spada.
Il puntale della tracolla sinistra è agganciato al disco posteriore; ad esso sembra anche collegata una fascetta che, originata dal puntale della tracolla esterna destra, si bipartisce quasi all'origine in due liste che passano sotto il braccio sinistro donde l'una risale ad agganciarsi al disco anteriore, mentre l'altra discende verso la vita.
Circonda la vita un'ampia cintura divisa in cinque zone, nelle quali potrebbero ravvisarsi gli avvolgimenti della lista, che, passata sotto il braccio destro, risale poi verso il disco posteriore dietro il quale viene a situarsi con esito poco chiaro. Sia la difesa anteriore che quella posteriore dell'addome sono sorrette dalla cintura zonata, sotto la quale vanno ad inserirsi.
Come si è detto, la spada è assicurata mediante un cinturino alla placca lobata che costituisce il puntale comune alle bandoliere sinistra e destra esterna. Le varie parti dell'arma sono descritte con notevole precisione. La lama, per quanto può dedursene dal fodero, è a "foglia di salice" allungata con ingrossamento a un terzo della punta. Il codolo attraversa il manico ornato da due figure umane, espresse su due ordini secondo gli schemi del geometrico maturo, ed è sormontato da un pomo che nella resa scultorea appare trapezoidale, ma nella realtà era forse troncoconico.
L'elsa, assai sottile, è a crociera.
L'imboccatura della guaina è costituita da una ghiera espansa in guisa da ricevere tutta l'elsa; reca la figura di una coppia di quadrupedi (cavalli?) volti a sinistra; il puntale, costituito da una placca munita superiormente di due appendici laterali, ha tracce di una figurazione zoomorfa, nella quale è
  Armi del Guerriero
Armi del Guerriero di Capestrano.
VI secolo a.C.
stato convincentemente identificato il noto tema del leone che addenta una gamba umana.
Alla spada è sovrapposto un coltello munito anch'esso di fodero, ma privo di elsa; nel manico sono rappresentati due quadrupedi analoghi a quelli osservati sulla ghiera della spada. Il Guerriero stringe contro il lato sinistro del petto un'ascia dal
Lance
Le lance ai lati del Guerriero.
 
manico assai lungo e dalla penna sottile, arma che è stata interpretata come un simbolo di comando, ma che potrebbe anche essere un'arma effettiva.
Lateralmente alla figura, nei due pilastrini che la inquadrano, sono scolpite due lance, lunghe rispettivamente m 1,36 e m 1,29, con ferro a "foglia di salice" e innesto a cannone.
Entrambe sono munite nell'asta di un'appendice nella quale si deve riconoscere il fermo per l'amentum, la correggia di cuoio usata per rafforzare l'impeto del lancio, come accadrà poi nell'aclys romana.
La netta spigolatura avvertita lungo le tibie ha fatto supporre l'esistenza di schinieri.
I piedi della statua sono protetti da calzari costituiti da una suola assai sottile dalla quale si stacca una serie di corregge: all'altezza del calcagno e dall'arco plantare
partono i capi di due corregge che si incrociano al di sotto dei malleoli; di esse, l'anteriore gira sopra il calcagno su cui scende una nappina triangolare, e la posteriore risale sul collo del piede. Una traccia assai tenue sul piede sinistro mostra un'altra cinghia, la "giuggia", corrente alla base delle dita.
Oltre al collare, sono da ricordare come ornamenti le armille che circondano le braccia, due sul sinistro e una sul destro,
costituite da una semplice fascetta; dall'armilla inferiore sinistra scendono cinque pendagli a piramide tronca.
Come il Guerriero di Capestrano anche il guerriero schematizzato nella stele antropomorfa di Guardiagrele aveva il torace protetto da due dischi assicurati da un balteo che scende dall'omero destro e, dopo l'interruzione del disco pettorale, gira sul fianco sinistro per risalire sulla spalla passando sotto il disco dorsale.
Il balteo è ornato da un motivo a meandro elaborato con tecnica notevolmente raffinata.
Anteriormente, sotto il volto, gira una collana costituita da una sorta di cordone tubolare dal quale scendono dieci pendagli a batocchio, "il più diffuso e numeroso dei pendagli piceni". Nello spessore del fianco destro della stele è rappresentata una lancia con ferro a foglia di salice.
  Stele di Guardiagrele
La stele di Guardiagrele





Guerriero Italico del VI Secolo a.C. secondo la ricostruzione scultorea della Pegaso Model


 


(*) Il Guerriero di Capestrano costituisce, dal punto di vista monumentario, la massima espressione di una volontà commemorativa: è una vera statua sepolcrale a tutto tondo, in pietra, che rappresenta un capo con i segni del suo potere (le armi e gli ornamenti). Un'iscrizione corre verticalmente lungo uno dei due puntelli che sostengono la statua e vi si legge:

     kuprì koram opsùt Aninis Rakinevìi Pomp...
     Me bella statua fece fare Aninis per Rakineve Pompio

Titolare della statua e dedicante appartengono quasi certamente ad un rango nobiliare ed il monumento corrisponde ai canoni di bellezza del gusto locale, come l'iscrizione non manca di ricordare.
Statua in pietra locale - VI secolo a. C. - Chieti, Museo Archeologico Nazionale.

 

 

Corredi Tombali


Accanto alle testimonianze figurate, la conoscenza dell'armamento è affidata ai corredi tombali di Alfedena, di Atri, dei numerosi ritrovamenti sporadici e soprattutto ora a quelli della necropoli di Campovalano. Ad alcuni tipi di armi caratteristici di quei corredi sono qui attribuiti nomi di armi greche e romane in base ad evidenti corrispondenze e, in alcuni casi, ad una probabile discendenza delle romane da quelle sannite.
Alla spada, la "spatha" (Isid. Orig. XVIII, 6), del Guerriero di Capestrano corrispondono numerosi esemplari rinvenuti nei corredi tombali della nostra regione. Le spade abruzzesi, presenti sia a Campovalano che ad Alfedena, hanno la lama lanceolata forgiata unitamente al codolo; questo si inserisce nel manico che ha l'anima lignea come, d'altra parte, la guardia a sottile crociera e il pomo emisferico o cilindrico. Tutta l'elsa è coperta da piastrine di ferro.




Spade con lama forgiata unitamente al codolo - da Campovalano.



La guaina è in legno; l'imboccatura ne è rafforzata da una robusta ghiera di ferro, che in alcuni esemplari, come nel Guerriero, si espande in larghezza oltre la crociera ed è munita di due sporgenze a cornetto volte in alto. Anche il grosso puntale è formato da una lastra di ferro, che dopo aver fasciato la base della guaina, si espande in forma semicircolare. Il pomo dell'elsa, l'imboccatura e il puntale della guaina sono frequentemente decorati mediante una singolare tecnica che, a quanto ci risulta, viene qui rilevata per la prima volta: le lastrine di ferro dei due elementi sono traforate secondo motivi ornamentali e anche figurati - animali, esseri fantastici - i quali vengono messi in risalto da una sottoposta lamella ossea. La spada del Guerriero di Capestrano riproduce sicuramente questo genere di decorazione.




Spada con lama a foglia di salice e fodero in legno. Museo Archeologico di Campli (TE).



Alla spada stretta fra le braccia dal Guerriero era sovrapposto, come vedemmo, un coltello. La stessa associazione - e con gli elementi in situazione identica - si è rinvenuta in tombe della necropoli di Campovalano.
I coltelli di Campovalano hanno la lama a punta, costolata da un lato, che in uno degli esemplari, lungo cm 35, è rettilineo, mentre il lato opposto è leggermente falcato; in altro esemplare la curvatura, assai più accentuata, interessa invece il lato costolato. E' plausibile che in quest'arma vada riconosciuta la "máchaira", tanti e così puntuali sono i confronti che possono istituirsi fra le testimonianze letterarie da una parte e i reperti dall'altra. Nelle "máchairai" di Campovalano il codolo è serrato fra due piastrine di ferro, ornate con la tecnica riscontrata nella spada; nella decorazione di uno di essi sembra potersi ravvisare un quadrupede. Numerosissime "máchairai" sono state rinvenute nelle necropoli marchigiane: a Numana, ad Ancona, a Novilara, a Verrucchio; fuori delle Marche sono state rinvenute a Vulci e a Chiusi. Né mancano ritrovamenti sull'altra sponda adriatica.
Un singolare coltello, rinvenuto a Campovalano, ricorda la
  Machaira e Secespita
Una Machaira (a) e
una Secespita (b)
da Campovalano.
"secespita", usata a Roma in età augustea esclusivamente nei sacrifici: ad un sol taglio, ha la lama di ferro trapezoidale con il lato tagliente curvilineo e il codolo, che doveva essere inserito in un manico d'altra materia, in prosecuzione del lato opposto. Sembra difficile pensare che la "secespita" di Campovalano fosse strumento cultuale; e viceversa probabile che sia passata a quell'uso dopo essere stata una vera e propria arma.
Numerosi sono a Campovalano e ad Alfedena gli esemplari di una daga a due taglienti con lati paralleli e punta aguzza. Caratteristico dell'arma è il manico; il codolo a sezione quadrata, forse già rivestito di legno o di cuoio, termina nel pomo costituito da quattro steli desinenti in globetti che ne circondano un quinto. Non sembra che tra lama e manico esistesse una guardia sporgente lateralmente. La guardia di ferro consta essenzialmente di due lamine sovrapposte aventi forma di triangolo isoscele della stessa altezza ma con base diversa. La lamina maggiore, che presso la base si chiude lateralmente in una fascetta, ripiega i suoi lati sulla minore, formando in tal modo l'alloggiamento per la lama. Nella fascetta è assicurata mediante uno o due anelli la catena per fermare l'arma alla cintura.
La punta della guaina si inserisce in un puntale a bottone. A questo tipo, di cui nella nostra regione sono stati rinvenuti esemplari ad Atri, il Mariani assegna origine orientale, affermando che se ne può seguire lo svolgimento da Micene fino in Italia.
 
Gladio a stami.
Da quell'autore l'arma con altri tipi viene compresa sotto il nome di "gladio corto", mentre precedentemente si era preferito denominarla da Novilara.
Mantenendo il nome di gladio, per l'evidente analogia con la nota arma romana, si
Gladi

Gladi a stami
Chieti - Museo Nazionale.
 
potrebbe suggerire la definizione "a stami" dalla già descritta caratteristica forma del pomo.
Soprattutto a Campovalano, ma anche altrove - ad esempio, ad Alfedena e a Loreto Aprutino - sono numerosi i ritrovamenti dei cosiddetti spiedi a quadrello di ferro. Forniti ad una estremità di un occhiello, si presentano per solito in fasci di più esemplari uniti da un filo metallico munito di appiccagnolo. Un fascio rinvenuto a Campovalano comprende cinque esemplari, il maggiore dei quali è lungo cm 73. Nelle vicine Marche spiedi analoghi sono stati rinvenuti ad Ascoli, a Fermo, a Novilara, a Tolentino.
Incerto è il significato da attribuire a questo oggetto, se debba ritenersi arma vera e propria o utensile domestico, oppure un oggetto di scambio in fase premonetale, sulla base di una notizia desunta da Erodoto. Tanto più che in alcuni casi fasci di spiedi sono stati rinvenuti in associazione ad alari.
Spiedi e alari, inoltre, si accompagnano costantemente, almeno nelle tombe maschili di Campovalano, al vasellame metallico "nobile", destinato alla mensa, a differenza di quello comune destinato alla cucina rinvenuto nelle tombe femminili. Questa circostanza permette forse di avanzare un'ipotesi: la mensa con i nobili arnesi che le erano propri potrebbe indicare una partecipazione esclusivamente maschile al banchetto; il vasellame destinato al focolare individuerebbe in questo centro della vita domestica il dominio femminile. Inoltre, assumendo per gli spiedi il medesimo uso che essi hanno attualmente, deriverebbe da ciò la probabilità che fossero gli stessi banchettanti ad adoperarli nel corso e sul luogo del banchetto per cuocere le carni.
Pugnale potremmo definire - né sapremmo quale nome farvi corrispondere nell'armamento d'età classica - un'arma rinvenuta in una tomba isolata a Torricella Peligna, in associazioni che permettono di datarla ad epoca non posteriore al VI secolo a.C.



Pugnale da Torricella Peligna (CH).


L'arma, eseguita in un sol pezzo di ferro, è lunga cm 32, di cui 18 pertinenti alla lama. Questa è a due taglienti che, pressoché paralleli per poco più di due terzi, convergono quindi in una punta assai acuminata. L'elsa si compone di un manico a fuseruole sovrapposte e desinenti in un bottone - assai adatto pertanto alla presa - sotto il quale una piastra rettangolare serviva di arresto al fodero di cui è stato recuperato il puntale a rocchetto. Notevoli tracce di agemina in rame permangono sia su un lato della piastra sia sulle fuseruole. Armi dello stesso genere, seppure di forma dissimile, provengono da Loreto Aprutino.
E' da notare comunque che, stando ai ritrovamenti intervenuti fino ad ora, non sembra che il pugnale fosse comune nell'armamento del VI secolo a.C.
Per i Romani come per i Greci la clava era un'arma barbarica. Erodoto (VII, 63) l'attribuisce agli Sciti e la dice "di legno coperto di ferro". Analoghe alle clave scitiche dovevano essere le mazze dei guerrieri sepolti a Campovalano; di esse si sono rinvenute le teste di ferro, forate da parte a parte, di forma sferica od ovoidale, misuranti cm 3-4 di diametro, in cui si inseriva il manico di legno fermato o mediante una piccola zeppa di ferro o un chiodo. Teste di mazza sono da riconoscere anche in due cilindri di bronzo, press'a poco delle stesse dimensioni, rinvenuti rispettivamente a monte Pallano e ad Alfedena. Essi si distinguono dagli esemplari di Campovalano per avere la superficie munita di punte. Altre teste di mazza di ferro vengono da Atri e nelle finitime Marche si trovano ad Ascoli, Belmonte Piceno e Cupra Marittima.

 


 

Sotto la dizione "armi d'asta" comprendiamo armi munite di un lungo manico, da usare di punta o da getto. La necropoli di Campovalano ha offerto gran copia di questo materiale, tutto di ferro, con una abbondante tipologia.
I "ferri" sono ricavati da una lastra, una porzione della quale si arrotonda a formare il cannone, cioè l'alloggiamento per la cima dell'asta lignea.
L'altra porzione, diversamente forgiata in larghezza, finisce in punta ed è sempre costolata. Altro elemento metallico, pertinente almeno ad alcune di queste armi, è il puntale conico in cui si inserisce la base dell'asta e che serviva ad infiggere l'arma nel terreno nei momenti di tregua o eventualmente a sostituire come arma la punta se l'asta si fosse spezzata. Il ritrovamento in situ di ferri in connessione con i puntali ha permesso di determinare la lunghezza delle armi alle quali erano pertinenti in quasi due metri; un esemplare, risultato poco più lungo di un metro, è stato rinvenuto in una tomba infantile.
  Cuspidi di lancia
Cuspidi di lancia.
(A)(B) e (C) da Boiano, (D) da Trivento.
Alcuni di questi ferri trovano per la forma puntualissimi riscontri nelle lance del Guerriero di Capestrano e della stele di Guardiagrele. La minore lunghezza di questi ultimi è dovuta alle esigenze della rappresentazione. Le forme dei ferri di Campovalano possono essere ricondotte a due tipi: a foglia di salice espansa (come quelle dei monumenti figurati) o allungata, e a triangolo. I primi, assai più comuni, sono lunghi con il cannone in media 30 cm, anche se alcuni esemplari raggiungono il mezzo metro; i secondi si avvicinano al mezzo metro. Alcuni ferri a foglia di salice espansa di Campovalano trovano forse riscontro con un esemplare rinvenuto nella necropoli di San Ginesio nelle Marche e altri, dei quali si ignora la provenienza, del Museo di Ancona.
La scure del Guerriero di Capestrano, non ignota alle necropoli marchigiane, non ha sin qui riscontro nelle necropoli dell'Abruzzo citeriore, viceversa qualche esemplare è stato rinvenuto ad Alfedena. Questo fatto fa pensare piuttosto ad un'arma reale che ad un
  Scure in ferro
Scure in ferro da Alfedena.
simbolo di comando. Non sono stati invece rinvenuti elmi che richiamino il singolare copricapo del Guerriero. Gli elmi venuti alla luce rispettivamente a Campovalano e a Torricella Peligna sono tipologicamente di derivazione greca, se non rappresentano addirittura oggetti di importazione.

Elmo di fattura corinzia.
Campovalano - VII secolo a.C.



Elmo con la cervice di capride.
Torric. Peligna - VI secolo a.C.
 
Il primo, nonostante qualche peculiarità, può essere ascritto al tipo di elmo corinzio, di cui rappresenta senza dubbio un mirabile esemplare; il secondo, che si data sicuramente al VI secolo sulla scorta del resto del corredo, è imparentato ad una serie numerosa che dalle Marche - Numana, Novilara, Pergola - si estende alla finitima Emilia (Forlì), all'Umbria (Città di Castello), giungendo al varesotto (Sesto Calende) e fino al Tirolo e alla Carniola.
La derivazione del tipo con sulla calotta la stilizzazione di una cervice di capride è greca; la manifattura potrebbe anche essere picena.
Di presumibile importazione greca sono anche i due elmi della Collezione Leopardi di Penne; mentre ben poco si può dire di un elmo rinvenuto nella necropoli di Campo Giove nel sulmonese, del quale, per lo stato estremamente frammentario, non si è potuta determinare la forma.
Dalla necropoli di Alfedena provengono due elementi di forma rispettivamente cilindrica e troncoconica ottenuti da una spessa lamina bronzea: tracce di fermagli di ferro sono presenti ai bordi accostati tra loro.
È evidente che essi avessero funzione di difesa del braccio e dell'avambraccio e come tali possono essere assimilati alle "manicae" non ignote all'armatura greca e romana, per quanto piuttosto caratteristiche dei guerrieri barbari. Secondo la descrizione dei corredi tombali aufidenati data dell'editore sarebbero stati rinvenuti unitamente ad una coppia di dischi "kardiophylakes".
Sempre ad Alfedena è stato trovato un "colletto" di lamiera bronzea, notevolmente spessa ma elastica, in vari esemplari. Questo elemento può richiamare alla memoria il collare del Guerriero di Capestrano che, tuttavia, per la presenza del pendaglio è stato ritenuto un ornamento piuttosto che una difesa.
 

Colletto di lamiera bronzea.
 
Quanto alla corazza a dischi "kardiophylakes", l'abbondanza dei rinvenimenti, intervenuti in un'area particolarmente varia che va da Palestrina alla falisca Capena, a Vetulonia, a Pisa e nel Piceno a Numana, ma soprattutto in Abruzzo, ha da tempo suscitato l'interesse degli studiosi. Vengono dall'Abruzzo otto coppie rinvenute nei
Kardiophilax  Paglieta

Kardiophylax da Paglieta (CH).
 
vecchi scavi della necropoli di Alfedena; una coppia viene da Torricella Peligna; una, frammentaria ma stilisticamente fra le più notevoli, da Paglieta, ed infine una dalla necropoli delle Traccole di monte Saraceno sopra il complesso di Pietrabbondante, nel Molise. Inoltre, frammenti di un disco esistono nel piccolo Antiquario di San Clemente a Casauria e di un disco, acquistato intorno al 1880 a Civitella del Tronto, si ha solo notizia essendo l'esemplare andato disperso; due dischi, infine, sono conservati nella piccola armeria di Castel Sant'Angelo a Roma e, per la somiglianza con i dischi aufidenati, si potrebbe ritenerli di quella provenienza.
La corazza è essenzialmente composta di due elementi circolari uniti da una bandoliera che sormontava la spalla destra e da una cintura, forse di cuoio, di
allacciamento sul fianco sinistro; ogni elemento consiste di due dischi convessi di dimensioni identiche dei quali l'uno di ferro - a volte è un cerchio in luogo del disco - serve di supporto all'altro di bronzo. Tracce di stoffa riscontrate sul disco interno possono essere riferite ad una imbottitura per attutire il contatto con il corpo.
Fu già osservato nel Guerriero di Capestrano come ciascun disco presentasse ai due estremi opposti di un diametro i sistemi di attacchi per la "bandoliera". In alcuni esemplari abruzzesi essi consistono in placche rettangolari snodate a cerniera e fermate da una lamella di bronzo che poggia sopra un supporto di ferro ed è bordata da una cornicetta pure di ferro. In altri esemplari gli attacchi per la bandoliera sono rappresentati, in un disco, da una cerniera e, nell'altro, da un gancio. In opposizione ad entrambi sono gli anelli mobili per la cintura. La bandoliera è composta sempre da tre placche: le laterali piane e la centrale curva, snodate a cerniera; a sua volta essa è incernierata a un disco per una estremità e unita all'altro mediante ganci. Salvo alcune eccezioni, un singolare "episema" compare sempre sui dischi, siano essi abruzzesi o di altra provenienza.
  Altro kardiophylax tipo Paglieta
Kardiophylax
da Paglieta (CH).
 
È la figura di un animale a doppia protome per il quale la curva elegante del collo e della coda (alla cui estremità è un'altra testa) e i musi che si prolungano in una sorta di becco aperto giustificano il nome di "quadrupede a collo di cigno". Sorreggono il corpo lunghe ed esili zampe, terminanti in una specie di ramponi.


Kardiophilax da Alfedena.
 
La raffigurazione a volte è ancor più elaborata: altre due teste, quasi a forma di lira, si sovrappongono a ciascuna delle due protomi; i becchi si triplicano assumendo varie fogge ecc. Nell'ambito esclusivo dei rinvenimenti abruzzesi, queste figure, siano esse esemplari araldici o simboli apotropaici, denunciano tutte, pur nel diversificarsi delle forme, unità di linguaggio figurativo, mentre per tecnica e per stile si differenziano sostanzialmente da quelle di altra provenienza tanto da permettere di postulare diversità di tradizioni artigianali, unitarie per i dischi abruzzesi e nettamente distinte da quella - o da quelle - dei dischi laziali, falisci, etruschi e piceni.
La provenienza dei dischi abruzzesi indica con notevole esattezza le terre poste lungo il fiume Sangro e i suoi affluenti; la stessa stele di Guardiagrele, che testimonia rappresentandolo quel tipo di disco, si localizza nello stesso comprensorio. Fuori da quest'area potrebbero essere additate in Abruzzo le rappresentazioni del "kardiophylax" offerte dal
Guerriero di Capestrano, i frammenti del disco dell'Antiquario di San Clemente a Casauria, il disco di Civitella del Tronto e la coppia di dischi della necropoli del monte Saraceno. Altrove, sia in Abruzzo che nel Molise, non si ha notizia di alcun ritrovamento di questa difesa.
C'è da dire, tuttavia, che ciascuno di questi ultimi esemplari citati si diversifica in qualche modo dai dischi per così dire "sangritani". I due dischi che proteggono il torace del Guerriero mancano dell'episema; il fram-mento di San Clemente non solo presenta differenze tecniche, stilistiche e anche di repertorio nei confronti dei dischi sangritani,
 
Kardiophylax da Casacanditella
con i quali ha comunque qualche somiglianza, ma la sua testimonianza è inficiata dal fatto che non si conosce il luogo del rinvenimento essendo pervenuto nell'attuale luogo di conservazione da una collezione privata.
Kardiophylax da Pietrabbondante.
Kardiophylax da
Pietrabbondante.
 
Anche del disco acquistato dal Guidubaldi, suo editore, a Civitella del Tronto ignoriamo, tutto sommato, il luogo di provenienza, ed oltre a ciò, mancandone la riproduzione grafica, non sappiamo dire se l'episema, che pure il Guidubaldi descrive, sia del tipo di quelli sangritani o piuttosto degli altri rammentati.
Anche i dischi di monte Saraceno, a quel che ne è stato riferito, mancano di episema, ma essi sono topograficamente estranei all'area sangritana. C'è comunque da sottolineare la circostanza che rappresentano la testimonianza più meridionale del "kardiophylax" nell'ambito delle terre considerate in queste pagine.
Quanto all'origine di questa singolare arma di difesa, è stata avanzata l'ipotesi che i due dischi del "kardiophylax" si siano sviluppati da placche rettangolari o quadrate, rintracciando tra l'altro sulle placche stesse le tracce di ganci o anelli per sistemi di cinghie analoghi.
Anche se questa ipotesi merita un più attento esame, è da escludere che l'eventuale processo di trasformazione dall'uno all'altro tipo abbia in qualche modo interessato l'Abruzzo, e pertanto il problema esula dal nostro assunto. È viceversa da sottolineare la probabilità che, data la dislocazione dei rinvenimenti abruzzesi, il "kardiophylax" facesse parte normalmente della panòplia delle tribù del chietino, mentre l'esemplare di monte Saraceno schiude la possibilità che tale genere di difesa si riveli diffuso anche nel Molise.
Dalla stessa tomba di Campovalano nella quale fu rinvenuto l'elmo, proviene l'unico schiniere che fino ad ora possa attribuirsi al periodo preso in esame. Di lamina bronzea assai robusta, esso, che è pertinente alla gamba sinistra, conserva un gancio e le tracce di altri tre per l'accostamento sul polpaccio dei due lembi della lamina mediante una stringa. Lungo l'orlo che va dal polpaccio al ginocchio corre una sottile decorazione incisa.
Caratteristica di questo elemento è la poderosa volumetria e il forte rilievo dato al muscolo gemello interno. Le circostanze del ritrovamento escludono nel modo più categorico che un secondo schiniere sia andato perduto, pertanto potrebbe supporsi che già in epoca così antica si usasse proteggere la sola gamba sinistra secondo il costume documentato dalle fonti per epoche posteriori.
  Schiniere da Campovalano

Vista di lato e
frontale dello schiniere.
Nel corso dello scavo eseguito nella necropoli di Capestrano fu rinvenuta una coppia di calzari di legno e bronzo. Ben diversi da quelli indossati dal Guerriero, si componevano di una suola lignea rigida, bordata da una fascetta bronzea, che si alzava dal suolo mediante otto ramponi aguzzi e rostrati. Calzari analoghi a questi di Capestrano provengono dalla necropoli scavata in contrada Fiorano di Loreto Aprutino. Anch'essi sono costituiti da una suola rigida sul cui spessore è inchiodata una fascetta bronzea. La suola poggia su un complesso sistema di ramponi, che la tengono alta sul suolo. Anche la necropoli di Campovalano ha restituito calzari analoghi ai precedenti, seppure i ramponi che sporgono dalla suola per quasi cinque centimetri siano costituiti solo da lunghi chiodi.
Questi calzari denunciano un uso accertato in un'area ben definita, che i ritrovamenti attuali porterebbero a comprendere fra il territorio "pretuzio" - cioè la provincia di Teramo - e il corso del Pescara. Una spiegazione del loro impiego potrebbe esservi in elementi, presumibilmente analoghi, rinvenuti a Belmonte Piceno su un carro, ma oggi purtroppo scomparsi a causa delle vicende belliche alle quali soggiacque il Museo di Ancona. Il catalogo del Dall'Osso, del 1915, parlava di elementi di ferro a forma di sandali "con grossi perni di ferro, disposti in giro presso l'orlo e ribaditi nel piano del carro" e ipotizzava che "questa specie di sandali probabilmente serviva al guerriero per appoggiare i piedi e mantenersi saldo sul piano del carro".
Nella nostra regione carri sono stati accertati nella necropoli di Campovalano unitamente a elementi dei finimenti equini, e in una tomba a San Giovanni al Mavone ma indubbiamente essi sono comparsi anche altrove, come dimostra la presenza di cerchioni di ferro pertinenti a ruote in tutto simili a quelle dei ritrovamenti sopracitati e che si conservano nell'Antiquario di Corfinio.




Condottiero apulo del IV Secolo a.C. secondo la ricostruzione scultorea della Romeo Models.


 



 


I TEMPI FRA LE GUERRE SANNITICHE
E LE GUERRE SOCIALI



Fonti Letterarie


La tradizione, riportata da Festo voleva che i Sanniti derivassero il loro nome dall'arma nazionale, una sorta di giavellotto, che i Greci assimilavano al loro saunion.
Fin dai corredi più antichi esistono nella nostra regione vari tipi di giavellotto ed è impossibile ravvisare fra essi il "saunion". Virgilio (Aen. VII, 730) ricorda invece come tipiche degli Osci le teretes aclydes, le lance munite di una appendice lungo l'asta (l'amentum) che ricorrono già nel corredo del Guerriero di Capestrano.
Polibio (VI, 23 2-3) considera lo scutum romano erede di quello sannitico, la cui forma doveva essere a volte rettangolare - i Greci lo paragonavano ad una porta chiamandolo "thyreos" - a volte trapezoidale (Liv. IX, 40, 2). Che lo "scutum" fosse caratteristico delle genti sabelliche è confermato concordemente dalla tradizione che lo riteneva introdotto a Roma, già dall'epoca di Romolo, dai Sabini o, molto più verosimilmente, dai Sanniti.
  Sannita
Guerriero sannita da
Capua (IV secolo a.C.)
 
Livio (IX, 40, 3) parla della spongia come della difesa del petto nell'armatura del guerriero sannita. Si è supposto che il termine designasse un tipo di corazza nel quale una spugna attutiva il contatto fra il metallo e l'epidermide; il termine non distinguerebbe pertanto una forma particolare, quanto un accorgimento tecnico.
Elmo da Lavello
Elmo da Lavello
 
Che poi da esso venisse designata la caratteristica corazza sannitica, è probabile, ma non è dato di accertare. Livio parla anche, per altro in modo categorico, dell'unico schiniere posto a difesa della gamba sinistra, uso continuato nel costume gladiatorio secondo varie testimonianze, e degli "elmi muniti di creste che aggiungevano imponenza alle stature". In altra occasione lo stesso autore (IX, 38, 13), dopo aver narrato che i giovani appartenenti alla Legio Linteata erano stati muniti di elmi crestati per emergere sugli altri combattenti (forse come l'elmo italico di Lavello, risalente al IV secolo a.C. con un lophos crestato tra due penne metalliche - Museo Archeologico Nazionale di Melfi)
  Elmo da Lavello
Elmo da Lavello
aggiunge che il console romano Papirio Cursore dovette ammonire le sue truppe che le creste che sormontavano gli elmi non producevano ferite (X, 39, 12).
Lo stesso Livio (IX, 40, 3), infine, testimonia l'esistenza di gualdrappe poste sul dorso dei cavalli e di tuniche a più colori o candide sotto le corazze dei soldati.


Paragnatidi in bronzo - Pietrabbondante IV secolo a.C.



 


Testimonianze figurate


Le statuine bronzee di guerrieri da Roccaspinalveti non offrono l'immagine stereotipa di Marte quale, con poche varianti, si ritrova nelle stipi votive, bensì riproducono costumi assai chiaramente caratterizzati; per il luogo del ritrovamento saranno da ravvisarvi guerrieri Frentani o appartenenti alla tribù dei Carricini.
Nella statuina di minori dimensioni (in basso a sinistra) la descrizione dell'armatura è condotta in modo che, pur senza indulgere a particolari,
è espresso con notevole fedeltà ogni elemento.
L'elmo è a calotta conica, munito di paranuca e di paragnatidi. Sulla calotta sono due fori che ne affiancano un terzo chiuso, dal quale sporge il modesto residuo di un elemento inseritovi.
Non sembra arbitrario ravvisarvi l'attacco del cimiero e ritenere che nei fori laterali dovessero essere inserite le penne, come si vede negli affreschi tombali di Paestum e dei territori circostanti.
  Paestum
Affresco da Paestum
 
Il corpo è coperto da un indumento che scende fin sopra le ginocchia; incerto è se ravvisarvi una tunica o una corazza liscia di cuoio. L'indumento è stretto alla vita da una larga cintura, le gambe sono coperte da schinieri, i piedi sono nudi.


Bronzetto da Roccaspinalveti
 
Bronzetto da Roccaspinalveti

L'altra statuina (quella a destra) è di esecuzione meno sommaria. L'elmo, tendenzialmente a calotta emisferica, si arrotonda al bordo in una leggera falda e si rialza anteriormente in un frontale. E' munito di paragnatidi e presenta i tre fori già osservati nell'altro. Sono tuttavia da osservare, attorno al foro centrale, quattro forellini minori e una impronta che denotano una diversa complessità del cimiero. La corazza è liscia con un gonnellino frangiato, di un tipo piuttosto comune a partire dal IV secolo a.C., che si è supposto fosse di cuoio.
Sono presenti ambedue gli schinieri; i piedi sono nudi.
Della stipe votiva di Carsoli fanno parte figurine di guerrieri che per alcuni particolari si diversificano da quelle di Roccaspinalveti: hanno elmo ad apice, corazza con spallacci con sotto una tunica dalla scollatura triangolare e corte maniche; i piedi sono privi di calzari.
A Carsoli compare anche un altro tipo di guerriero (figura a destra). Una statuina presenta un elmo a calotta semisferica con paranuca a paragnatidi, ma sormontato da un grosso apice a bottone, che esclude la presenza di un vero e proprio cimiero; una corta tunichetta stretta alla vita da una cintura; scudo ovale imbracciato con la sinistra, gambe e piedi apparentemente ignudi. Questo bronzetto trova un singolare riscontro in altro già del Museo Kireriano e ritenuto raffigurare un guerriero gallo.
  Carsoli
Guerriero di Carsoli
La presenza a Carsoli di armature che maggiormente corrispondono a quelle sabelliche delle figurazioni pittoriche sembra confermare l'ipotesi, già altrove proposta, che al santuario carseolano giungessero fedeli dal litorale tirrenico, a cominciare dal Lazio.
Le notizie sugli armamenti fornite dalle fonti letterarie trovano invece più puntuali corrispondenze in monumenti di epoca più tarda con raffigurazioni di gladiatori. Lo scutum rettangolare compare nel rilievo gladiatorio del Museo dell'Aquila e scudi trapezoidali nel grande rilievo del mausoleo di Lusius Storax a Chieti.

Amiternum
Rilievo con gladiatori da Amiternum.


 


Corredi Tombali


Se le notizie sull'armamento forniteci dalle fonti e anche dai monumenti figurati sono assai più numerose di quelle che possediamo per i tempi precedenti, non si può affermare altrettanto per quel che concerne la documentazione diretta rappresentata dai corredi tombali.
La maggior messe di informazioni ci viene dalla necropoli di Alfedena, che con le sue tombe più recenti giunge al III secolo a.C.; dalle tombe rinvenute a Chieti in contrada Sant'Anna, che possono essere assegnate ad epoca compresa fra il III ed il II secolo a.C.; dalle tombe italiche di Villafonsina e Villamagna, in provincia di Chieti; da quelle di Pretoro, alle falde della Maiella, e dal notevole complesso di armamenti di bronzo e di ferro riportati alla luce negli scavi del santuario di Pietrabbondante.
Scarso è invece l'apporto della necropoli di Corfinio e purtroppo totalmente scomparso da tempo il materiale di una vasta necropoli scoperta, all'inizio del secolo, presso Guardiagrele in contrada Comino.
  Elmo sud italico
Elmo sud italico
calcidese - IV secolo a.C.
Diversamente da quanto fu notato nel periodo precedente, l'elmo appare con una certa frequenza nei comprensori delle tribù sabelliche. Esemplari se ne hanno in area frentana (Comino di Guardiagrele, Orsogna), in area marrucina (Chieti, Pretoro, Villamagna) e nell'area dei Sanniti Pentri (Pietrabbondante - vedi pagine dedicate).
Elmo tipo Montefortino
Elmo con Tetide offerente.
Pietrabbondante - IV secolo a.C.
 
I tipi per lo più sono quali si rinvengono anche in altre regioni, sicché ad essi non può essere attribuito carattere locale nè relativamente alla nostra regione, né, tantomeno, ai singoli comprensori tribali. Qualche elemento ornamentale riferibile, a quanto sappiamo dalle fonti letterarie e figurate, al costume del guerriero sannita, è da ritenere aggiunto in loco.
Il tipo di elmo cosiddetto gallico, ma non necessariamente da collegare alle tribù celtiche dell'Italia centrale e settentrionale data la sua vastissima diffusione anche in aree in cui non si ha notizia di Galli, è un elmo a calotta emisferica nel quale l'orlo discende posteriormente a formare una breve difesa della nuca. Un bellissimo esemplare proviene dalla necropoli di Porta Sant'Anna a Chieti e per esso restano documentate in una vecchia fotografia paragnatidi, ora scomparse, di forma trilobata singolarmente analoga alla forma della corazza sannitica.
Altri esempi sono nella Collezione Leopardi di Penne e due vengono dagli scavi di Pietrabbondante con conservate le paragnatidi che definiremmo a pelta, simili a quelle degli elmi attici. In uno dei due esemplari esse sono decorate da una figura femminile vestita di chitone, seduta, e sollevante nella destra un elmo di tipo attico; ai suoi piedi è un delfino. Possiamo in essa ravvisare Tetide con le armi di Achille.


Tetide con le armi di Achille
Paragnatidi con Tetide e le armi di Achille.

Di non facile definizione è un elmo a calotta, tendenzialmente conica proveniente da Orsogna, cioè da area frentana (IV secolo a.C.). Così come si presenta questo elmo appare una fusione di elementi pertinenti a vari tipi: l'elmo a calotta conica, l'elmo con paranuca e l'elmo attico. La sua singolarità impedisce di accertarne la genesi, così come impedisce di comprendere pienamente il significato di tutte le sue parti. L'esecuzione assai accurata ne postula la produzione in un centro di notevole tradizione artigianale.




Elmo tipo Montefortino.
 
Elmo da Orsogna.

Elmi di tipo attico provengono infine da Pretoro e da Pietrabbondante.
La corazza definita sannitica per antonomasia, riprodotta in numerose figurazioni vascolari e tombali dell'Italia meridionale, è nota in originale attraverso numerosi esemplari, di forma più o meno elaborata, più o meno arricchiti di ornamenti e perfino di figurazioni, ma riconducibili essenzialmente ad un unico tipo.

Corazza trilobata

Corazza trilobata da Spoltore (IV secolo a.C.)


E' composta di due semicorazze, Humerale e Pectorale, di lamina di bronzo di eguale forma e dimensione, su ciascuna delle quali sono rilevati tre dischi a formare un trilobo, con il disco singolo posto in basso. La lamina, per così dire, di fondo è tagliata superiormente in linea retta, mentre sui lati, fra la coppia di dischi e il disco inferiore, si incurva a semicerchio. Due spallacci, costituiti ciascuno da una coppia di lastrine rettangolari curve e incernierate, e due fiancali consistenti in una sola lastra anche essa curva, congiungono le semicorazze mediante un sistema di ganci.
Dal territorio meridionale dell'Abruzzo provengono un paio di esemplari assai semplici dalla necropoli di Alfedena e da una tomba isolata rinvenuta a Spoltore, in provincia di Pescara (sulle corazze vedi anche le pagine dedicate alla Legio Linteata).
Fu già supposta la derivazione della corazza sannitica dal disco "kardiophylax" attraverso un momento mediano rappresentato da una difesa composta da due dischi accoppiati, documentata sia in figurazioni che da originali. In realtà il "kardiophylax" sia come funzione che come concezione sembra scarsamente collegabile alla corazza trilobata. E' più probabile, se si voglia trovare un'origine a questa difesa, che essa sia una semplificazione stilizzata della corazza anatomica, il "thorax".
  Corazza sannitica

Corazza trilobata da Alfedena.
IV secolo a.C.
La cintura metallica che serra alla vita la tunichetta dei guerrieri nei vasi campani, negli affreschi pestani e della Campania e che vedemmo riprodotta in un bronzetto di Roccaspinalveti, è presente in originale in gran numero nelle tombe di Alfedena e in altre sporadiche o raggruppate in necropoli soprattutto dell'Abruzzo citeriore. Questo elemento è costituito da una fascia di lamina di bronzo estremamente flessibile ed elastica. Ad una estremità, mediante chiodini di ferro, è fissata una coppia di fermagli a gancio, ma in qualche esemplare i fermagli sono ottenuti dalla stessa lamina lasciata di maggiore spessore, mentre all'altra sono due o tre coppie di asole per il graduale inserimento dei ganci. Lungo tutto l'orlo della fascia una serie continua di forellini testimonia l'esistenza di una fodera di stoffa o di cuoio, cucita o fermata mediante bulloncini.

Cinturone sannita
Cinturone sannita da Pietrabbondante - IV secolo a.C.


Cinturone sannita
Cinturone sannita da Pietrabbondante - IV secolo a.C.

La decorazione delle cinture si riduce quasi solo ai fermagli; rarissimi sono infatti gli esemplari che hanno qualche motivo ornamentale o qualche figura incisi o a sbalzo lungo la fascia. I fermagli hanno dato luogo ad un repertorio decorativo abbastanza vario tanto nelle parti da far aderire alla lamina quanto nei ganci: quelle hanno rappresentazioni di arieti affrontati, decorazioni a palmette,
a foglie, a figurine umane (Ercole, Vittoria ecc.); i ganci sono a lancia e a testa di lupo.
Varie ipotesi sono state fatte in merito all'origine ed anche ai luoghi di produzione delle cinture e si è supposto che venissero dalla Grecia, dal Veneto, dall'Etruria. In realtà i rinvenimenti intervenuti quasi esclusivamente nei territori delle tribù sabelliche o di tribù ad esse legate economicamente o politicamente portano a ritenere che, come questo elemento era loro peculiare, anche la sua elaborazione e probabilmente la produzione debba ricercarsi in area dell'Italia centro-meridionale lungo la fascia tirrenica dove esperienze etrusche possono essere state incentivo alla formazione di una metallotecnica locale.
L'associazione dei corredi tombali con materiale databile permette di collocare questi elementi nel corso del IV - III secolo a.C., cronologia che, d'altra parte, concorda con quella degli affreschi citati.
  Fermagli
Pietrabbondante - Fermagli
di cinturoni del IV secolo
 
Ma fu notato che nelle figurazioni pittoriche di questo tipo la cintura non è esclusiva dei guerrieri, trovandosi riprodotta anche nel costume virile, in quello dei gladiatori e degli aurighi partecipi ai giochi funerari e, in un affresco pestano, perfino del costume femminile. La circostanza merita di essere approfondita anche mediante un attento esame dei corredi di Alfedena e delle altre necropoli; ma se dovesse risultare esatta, la cintura verrebbe a perdere almeno in parte il suo ruolo nel costume militare dell'Italia centrale e meridionale, perderebbe quel valore di simbolo della libertà attribuitole in base alla presenza nei trofei di guerra.
Nei corredi tombali non mancano neppure gli schinieri, così frequenti nelle figurazioni: una coppia fu rinvenuta a Pietrabbondante, altra viene dalla necropoli di Villamagna. Tutti gli esemplari mancano sia della robustezza che osservammo nell'arcaico schiniere di Campovalano, che della sua possente volumetria. Il muscolo gemello interno è anche in essi sottolineato dal rilievo, ma in modo meno evidente che nel più antico esemplare. Uno schiniere analogo, rinvenuto nella necropoli di San Martino in Gattara, è ascritto al tipo etrusco.
Singolare è che la notizia data dalle fonti sull'esistenza del solo schiniere sinistro dell'armatura del guerriero italico sembri contraddetta dai ritrovamenti, mentre potrebbe essere confermata riferendola a tempi più remoti.
  Schinieri
Coppia di schinieri
da Pietrabbondante.
Le testimonianze letterarie e figurate assegnano concordemente ai guerrieri sanniti, come loro caratteristiche, "armi d'asta". Avarissime sono invece nel citare le cosiddette armi bianche, abbondantemente esemplificate per epoche più antiche.
I reperti sembrano convalidare queste testimonianze, infatti, accanto ad una serie numerosissima di "ferri di lancia", ben pochi sono i ritrovamenti di spade, daghe, pugnali. La stessa necropoli di Alfedena, la sola fino ad ora in cui siano state sistematicamente esplorate anche tombe del periodo sabellico, ha restituito pochissimi esemplari di armi bianche, che per la forma possono essere datate a questo periodo.
  da Venafro
Cuspidi di lancia da Venafro
D'altro canto, sembra assai dubbio che il prevalere delle armi d'asta sia da mettere in rapporto con la preponderanza della cavalleria negli eserciti sabellici.
Le armi d'asta non mostrano sostanziali differenze da quelle che le genti sabelliche avevano ricevuto dalle più antiche tribù abitatrici della regione. Unico tipo che presenta una indubbia originalità è una sorta di ferro di lancia falcato, con inserto a cannone e tagliente nella sola parte concava; è stato rinvenuto esclusivamente a Pietrabbondante in due esemplari. Quanto allo scudo sannitico ricordato dalla tradizione, dobbiamo riconoscere che sul territorio non ne è stato rinvenuto alcun esemplare, né sono stati accertati elementi,
quali il rinforzo dell'orlo e l'umbone, che necessariamente avrebbero dovuto essere metallici, anche se gli scudi fossero stati di materia deperibile.
Al termine di questa disamina dell'armamento sabellico sembra opportuno accennare ad un singolare oggetto rinvenuto anch'esso a Pietrabbondante e che, almeno stando alle nostre cognizioni, non trova riscontro nell'ambiente italico.
E' la figura acefala di un gallo con la coda composta di varie lamine metalliche lavorate
  Gallo
Gallo in bronzo, lamina martellata.
 
a martello e congiunte mediante bulloncini secondo la tecnica dello "sphyrélaton". Nell'oggetto è stata riconosciuta un'insegna militare sannitica, ipotesi quant'altro mai attendibile se si ponga mente alle insegne militari romane, anche di non molto posteriori, con rappresentazioni di animali.

 


Tratto da V. Cianfarani, L. Franchi Dell'Orto, A. La Regina
Culture adriatiche antiche di Abruzzo e di Molise
De Luca Editore - Roma 1978

 

 


Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia
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