SANNITI

 

 
VETUS ET UNDECUMANORUM
LA QUESTIONE DELLE DUE BOVIANUM
 
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"...Samnitium quos Sabellos Graeci dixere, colonia Bovianum Vetus et
alterum cognomine Undecumanorum, Aufidaenates, Aesernini,
Facifulani, Saepinates, Terventinates..." (NH, III, 17).

Questo passo di Plinio il Vecchio, tratto dalla sua “Naturalis Historia” - Libro III Geografia del Mediterraneo Occidentale - elenca alcune delle colonie latine esistenti nella Regione IV, secondo la divisione augustea (1). Quel "...colonia Bovianum Vetus et alterum cognomine Undecumanorum...” è il testo che suscita molte perplessità perché evidenzia l'esistenza di due Bovianum nel Sannio, una "Bovianum Vetus" ed una "Bovianum Undecumanorum" (2).
L’ubicazione della capitale dei Pentri di liviana memoria si è sempre conosciuta, identificata nell’attuale Bojano in provincia di Campobasso, e lo scritto di Plinio ha sempre fornito lo spunto alla formulazione di nuove ipotesi sull’assetto territoriale dell’antico Sannio. Le prime furono enunciate nel XIX secolo da alcuni eminenti studiosi di storia antica come Theodor Mommsen e Raffaele Garrucci.
L'autorevolezza degli studiosi impose teorie che coinvolsero ben due aree distinte del territorio sannita, abbandonando anche il fatto di identificare in un unico luogo la Bovianum capitale dei Pentri.
Di seguito sono riportate alcune di esse ma, attualmente, l'idea che ci si è fatta vede le due Bovianum ubicate più o meno nello stesso luogo. Infatti è plausibile l'ipotesi che siano state conseguenti nel tempo, quindi l'una fu costruita quando l'altra venne distrutta, cioè che l'attuale Bojano possa essere la continuazione nel tempo di quella originale, la "Bovianum Undecumanorum", edificata in pianura dopo la distruzione, da parte dei Romani, della "Bovianum Vetus", cioè la capitale dei Pentri ubicata sull’altura della Civita.


  Bovianum Vetus et Undecumanorum
Bovianum - Ipotesi insediativa intorno al I secolo d.C.
In verde il tratturo Pascasseroli - Candela (3).
 

 

In effetti appare chiaro che, quando leggiamo della Bovianum liviana, la immaginiamo come una fortezza importante e la collochiamo sul territorio seguendo le regole degli insediamenti fortificati sanniti (che non vennero mai costruiti in zone di pianura perché sarebbero stati indifendibili). Risulta plausibile quindi che la Bovianum capitale dei Pentri fosse ubicata in altura come gran parte degli insediamenti sannitici durante le guerre contro Roma. La sua distruzione deve essere stata drastica e definitiva, una eradicazione totale dell'apparato murario difensivo e degli edifici che componevano l’abitato della principale città dei temuti Pentri. Deve essere stata un’azione così decisiva e conclusiva da non farne rimanere alcuna traccia sul territorio per evitare una sua ricostruzione da parte dei Sanniti.
Quest’ipotesi propone un assetto urbanistico che vedeva la “Civita” originaria dominare la pianura sottostante, dove persistevano propaggini edificatorie. In seguito alla romanizzazione dell'area, queste si tramutarono in un centro abitato accresciuto dallo stanziamento di nuove genti. Secoli dopo, l'arrivo dei reduci dell’XI Legione Claudia (Undecimanorum) nella metà degli anni '70 d.C. (proprio nel periodo in cui scriveva Plinio il Vecchio) fece assumere al paese una denominazione differente.
Anche l'idea di ubicare "Bovianum Vetus" nelle vicinanze dell'attuale abitato di Bojano come ad esempio a "Monte Vairano" (espressa da Gianfranco De Benedittis e da Adriano La Regina), trova nei racconti liviani una "consecutio temporum" tra fatti descritti e luoghi. Ma i dubbi persistono sempre, e quando anche la fonte primaria dove attingere notizie sulle vicende accadute, l’opera di Tito Livio “ab Urbe Condita”, non riesce a fornire un adeguato supporto, le perplessità aumentano.


Bojano

Emergenze archeologiche a Bojano.

 

E’ da ricordare che le descrizioni liviane sugli avvenimenti succeduti tra Sanniti e Romani non sono proprio da seguire alla lettera a causa di "fonti di approvvigionamento non proprio limpide". Questo si è sempre saputo anche perché fu lo stesso annalista a dichiarare che "… non è facile scegliere tra le varie versioni e i diversi autori. Ho l'impressione che i fatti siano stati alterati dagli elogi funebri o da false iscrizioni collocate sotto i busti, dato che ogni famiglia cerca di attribuirsi il merito di gesta gloriose con menzogne che traggono in inganno. Da quella pratica discendono sicuramente sia le confusioni nelle gesta dei singoli individui, sia quelle relative alle documentazioni pubbliche; per quegli anni non disponiamo di autori contemporanei agli eventi, sui quali ci si possa quindi basare con certezza…" (Livio VIII, 40).

 

 

L’ipotesi di Theodor Mommsen.

Mommsen credeva che in Pietrabbondante si potesse ravvisare l'antica Bovianum Vetus. Il paese si trova nell'Alto Molise a più di 1000 metri di altitudine e ad una trentina di chilometri distante da Bojano. Il suo territorio è disseminato di ruderi di antiche vestigia sannite ma anche romane ed altomedievali. E’ un luogo talmente impregnato di storia da sbalordire chiunque si rechi a visitarlo.
L’area archeologica è distante poche centinaia di metri dall’attuale abitato e tra i ruderi degli edifici rinvenuti vi è una struttura “Teatro-Tempio” che è forse l'esempio più bello di architettura italica nel Sannio pervenutoci in condizioni soddisfacenti. Che nella zona del "Calcatello" esistessero antiche vestigia comunemente definite "romane" si sapeva fin dal 1840, quando lo storico locale Francesco Saverio Cremonese (4) pubblicò una relazione sulle “cose antiche affioranti e ritrovate” in quell'agro. Dopo diversi anni, sotto il regno di Ferdinando II, iniziarono i lavori a cura della Direzione degli Scavi Reali e vennero riportati alla luce molti ruderi di edifici e lastricati stradali. Nell'area archeologica ma anche nel paese di Pietrabbondante, furono ritrovate diverse epigrafi ed una in particolare tra queste destò l’attenzione di Mommsen quando si recò a far visita agli scavi. L’epigrafe, chiamata “di Vesiullaeo” a causa del personaggio citato, riporta questo testo scolpito in lingua osca:


"NV. VESULLIAIS TR. M. T. EKIK SAKARAKLUM BUVAIANUD AIKDAFED"
che venne così interpretato:
"NOVIUS VESULLIAEUS TR. F. MEDDIX TUTICUS HOC SACELLUM BOVIANI AEDIFICAVIT"
(Novio Vesiullaeo, figlio di Trebio, Meddix Tuticus, costruì in Boviano questo tempietto).

Mommsen, partendo proprio da questo testo, ipotizzò per le antiche vestigia che si stavano scavando un nome importante, al pari di ciò che era stato riportato alla luce: l'insediamento di "Bovianum Vetus". Lo studioso arrivò a questa conclusione dopo aver meditato a lungo sull’Epigrafe di Vesiullaeo, ritendo che il testo scolpito esprimesse un riferimento ad una seconda Bovianum; il che, tra l'altro, coincideva proprio con quello che Plinio il Vecchio aveva scritto.
Un ulteriore contributo a quest’ipotesi può essere recato dall'analisi degli avvenimenti che coinvolsero quel territorio nel periodo medioevale.
L'estensione territoriale dei municipi elencati da Plinio il Vecchio nella IV Regione augustea rimase grosso modo invariata fino al nuovo assetto politico sorto con l’avvento delle contee longobarde tra il X e l'XI secolo.
Alfedena, Isernia, Trivento e Boiano ebbero un'estensione territoriale molto simile a quella che anticamente era amministrata dall'ordinamento municipale romano e così dovette essere anche per Pietrabbondante, ultima contea ad essere costituita intorno all'XI secolo. Ma i territori di quale antico municipio incluse?
Cosa spinse i conti Borrello, originari delle vallate del Sangro, ad insediarsi proprio a Pietrabbondante, o meglio, perché scelsero proprio quel sito specifico come sede della loro Casata?
  Epigrafe di Vesiullaeo
Epigrafe di Vesiullaeo
Al di là delle caratteristiche di controllo che il luogo offriva, considerando il fatto che vi erano altri siti con requisiti analoghi, l'unica ipotesi che emerge è l'esistenza di una permanenza storica “in loco” che coinvolgeva, tra gli altri, anche discorsi a carattere architettonico-edilizio, essendo l’area disseminata di materie prime già lavorate che comportavano una enorme economia, specialmente di tempo, nella costruzione di nuove fortificazioni.
Quindi, considerando questa permanenza storica ed architettonica tipica di un grosso insediamento abitativo e valutando l'estensione dei singoli municipi romani, oppure quei territori che sappiamo con certezza dovevano far parte dei municipi romani, diventa plausibile l'ipotesi che anticamente Pietrabbondante potesse aver occupato un ruolo preminente anche nella politica romana nel contesto di quel determinato territorio. Potrebbe essere giusta l'ipotesi che, se doveva ricoprire una ex sede municipale, altro non poteva essere che la Bovianum Vetus citata da Plinio.

 

 

L’ipotesi di Raffaele Garrucci.

Pochi anni dopo le visite di Mommsen a Pietrabbondante, un altro eminente studioso di Res Antiqua, padre Raffaele Garrucci, arrivò agli scavi per esaminare i reperti ritrovati. A quel tempo tra i due non correva buon sangue a causa di alcune divergenze culturali per interpretazioni diverse rilevate su elementi archeologici di comune studio, soprattutto elementi epigrafici (5).
Garrucci, al contrario di Mommsen, affermò che quella che si stava scavando altro non era che l'antica Aquilonia, poiché era impensabile che un'epigrafe portasse scolpito il nome della località dove venisse posta. A prova di questa tesi elenca una serie di toponimi ancora in uso nella zona, tra cui una fontana nei pressi del paese chiamata "Acudandra". Infatti, per il gesuita archeologo, l'etimologia del nome della fontana era da ricercare in quello di “Akudunniad”; inoltre egli affermava che l'opera di fortificazione ubicata sull’altura alle spalle dell’area archeologica, monte Saraceno (erroneamente ridenominato ultimamente "Caraceno") e l'ubicazione stessa della rocca di Pietrabbondante, cioè il suo ambito fortificato naturale, ben si confacevano ad una roccaforte sannita quale doveva essere stata Aquilonia.


  Agnone e Pietrabbondante
Panorama da settentrione con vista di Agnone (a sinistra) e Pietrabbondante (a destra con freccia).
 

 

In effetti, basti vedere dove è ubicata Pietrabbondante per capire quale impressione può suscitare questo luogo in un archeologo che cerca un'antica fortificazione. L'importanza di questo sito archeologico è tale da far ipotizzare un "locus" ben definito nella organizzazione sociale dei Sanniti.
Ad avvalorare l’ipotesi di Garrucci vi sono davvero diversi toponimi nella zona che sembrano convalidarla. Oltre alla denominazione dialettale della fontana “Akudandra” vi sono le località denominate “Lago di Anatre”, in dialetto "lacu d'andre", sia vicino Agnone che a Pietrabbondante (in verità di anatre ne hanno viste poche), la località “Le Macére” nei pressi del paese e, a conferma dell'importanza del luogo, il tratturo Celano-Foggia che attraversa il territorio proprio nelle adiacenze dell'area archeologica. Il fatto poi che nel luogo sia state ritrovate alcune monete con la scritta "Akurunniar" avvalora sempre più l’ipotesi di Garrucci che, ancora, interpretava diversamente la traduzione dell’Epigrafe di Vesiullaeo come “Novio Vesiullaeo, figlio di Trebio, Meddix Tuticus, decretò in Boviano la costruzione di questo tempietto” affermando che fu incisa su pietra la “decisione” di costruire l’edificio e non l’ubicazione dello stesso.
Questa divergenza interpretativa nasce dal fatto che non si conosceva bene (tuttora è ancora lacunosa) la grammatica osca per cui il termine “AIKDAFED” forse non può essere tradotto con il latino “AEDIFICAVIT”.
Quindi, secondo Garrucci, l’area archeologica di Pietrabbondante non poteva essere confusa con la “Bovianum Vetus” di pliniana memoria.




Pietrabbondante. L'area archeologica con la domus publica (sulla sinistra), il tempio B e il teatro sottostante
(foto di L. Scaroina tratta da La Regina 2010).

 

 

Franco Valente tra Bovianum Vetus e Aquilonia.

Di seguito è riportato il testo tratto dal sito internet “Il Molise che sogno”, dove Valente descrive la sua ipotesi riguardo Aquilonia e Bovianum Vetus nel contesto di un saggio, in parte pubblicato anche su SANNITI (si veda “Un viaggio nel tempo tra gli edifici teatrali antichi. Da Creata a Pietrabbondante.”), sull’architettura teatrale antica:

Tra le opere più note del Sannio, il cosiddetto Teatro di Pietrabbondante rappresenta certamente uno dei monumenti di maggiore fascino, non solo per la straordinaria posizione a dominio della valle del Trigno, ma anche e soprattutto per le sue caratteristiche architettoniche, assolutamente anomale rispetto agli altri edifici greci e romani costruiti (qualunque sia la loro funzione) per accogliere un pubblico.
Molto si è scritto su Pietrabbondante, ma gran parte di quel molto è ancora da verificare, non ultima la collocazione precisa del teatro nella storia dei caratteri stilistici e la sua reale funzione nell’ambito della cultura sannitica. Certamente non siamo in grado, stante la scarsezza di documentazione archeologica, di giungere a conclusioni definitive come coloro che con molta sicumera e senza alcuna analisi filologica hanno finora fatto, ma certamente il tentativo di compiere un viaggio nel tempo attraverso tutte le architetture che comunque nascono dalla necessità di accogliere un pubblico che da fermo deve osservare una scena in movimento, potrà essere utile almeno per provocare successive e più puntuali analisi.
In questa sede non è il caso di rinnovare l’annosa polemica sul nome sannitico da attribuire a Pietrabbondante che, pur essendo di estremo interesse scientifico, non può ancora essere definitivamente risolta.
Per quel che riguarda questo nostro viaggio daremo per scontata l’ipotesi (che in altro luogo cerchiamo di dimostrare) che in Pietrabbondante debbano essere collocati, contemporaneamente, i due centri di Bovianum Vetus (corrispondente all’abitato che era racchiuso nel perimetro definito dalla muratura ciclopica che partendo dalla cima di monte Saraceno raggiunge le tre morge) e di Aquilonia (corrispondente all’area sacra dei Templi e del Teatro).
Sinteticamente le motivazioni che portano a riconoscere nell’area del Calcatello di Pietrabbondante la città sannita di Aquilonia sono, oltre quella delle dimensioni del recinto del teatro, le seguenti:
  • In lingua osca al termine latino di Aquilonia corrisponde AKUDUNNIAD e le uniche monete con tale termine sono state ritrovate nel territorio di Pietrabbondante.

  • Nel secolo scorso l’area dello scavo del teatro veniva chiamata “la città di Catunzia”, come pure ancora oggi gli abitanti di Pietrabbondante vengono chiamati in tutto il circondario, con il termine di “Catunzi”. Sia Catunzia, sia Catunzi hanno la medesima origine nel termine osco “Akudunniad”.

  • La grande quantità di ex-voto militari fanno ritenere che in quel luogo sia avvenuto qualcosa di grande rilevanza dal punto di vista militare. In Aquilonia si celebrò il più grande sacrificio umano del popolo sannita e di conseguenza anche le generazioni successive a quella del giuramento della gioventù linteata ritennero di dover continuare a celebrare l’eroismo sannita nel luogo più significativo per la loro storia.

  • La vicinanza alla rocca di Monte Saraceno, la cui cinta muraria si integrava con le tre morge del centro di Pietrabbondante che è identificabile con “Bovianus Vetus”.

Di conseguenza parto dalla ipotesi che in Pietrabbondante esistevano due centri di riferimento: il primo, Bovianum, di interesse politico-amministrativo più limitato e relativo alle tribù sannitiche che occupavano il territorio immediatamente circostante; il secondo, Aquilonia, di interesse più vasto, con funzione di vera e propria capitale religiosa oltre che politica per tutte le popolazioni confederate nel Sannio. Abbiamo iniziato questa premessa mettendo in dubbio che il Teatro di Pietrabbondante sia veramente nato come edificio per spettacoli teatrali.
Probabilmente ha ragione chi con molta efficacia si limita a definirlo una cavea teatroide (G.A. MANSUELLI, Roma e il Mondo Romano, vol.I, Torino 1981) forse per non avventurarsi in una definizione più impegnativa.


Pietrabbondante

Pietrabbondante. Il Teatro e i Templi A e B

 

Può essere accaduto, comunque, che il complesso sia nato con altre finalità e poi, nel tempo, mutate le condizioni politiche, si sia data ad esso una diversa funzione. Alcune anomalie ed il riferimento ad altri edifici consimili lasciano supporre che l’attuale impianto si sovrapponga ad un altro preesistente, più antico, con una cavea ad andamento non circolare.
Prendiamo come punto di partenza una data molto precisa: quella relativa al giuramento che i giovani Sanniti prestarono alla vigilia della disfatta di Aquilonia. Riferendosi al 293 a.C., Livio nel capitolo 38 del libro X descrive con dovizia di particolare una scena che, per quel che ci riguarda, può essere di interesse soprattutto per i dettagli che in essa sono riportati.
Egli racconta che quell’anno si era fatta per tutto il Sannio una chiamata alle armi con una nuova legge che stabiliva pene severe per chi non si fosse presentato. In particolare chi non fosse accorso all’appello dei comandanti, o si fosse allontanato senza ordine, sarebbe stato consacrato alla vendetta di Giove. Dopodiché l’esercito ricevette l’ordine di concentrarsi in Aquilonia, dove si raccolse una forza di circa sessantamila uomini. Qui, quasi al centro dell’accampamento, un’area era racchiusa da palizzate e plutei e coperta da un telo, misurando circa duecento piedi da ogni parte (Ibi mediis fere castris locus est consaeptus cratibus pluteisque et linteis contectus, patens ducentos maxime pedes in omnes pariter partes).
In quel luogo si offrì un sacrificio seguendo una cerimonia descritta in un vecchio libro di tela e secondo una prassi che il sacerdote Ovvio Paccio affermava essere di antica tradizione sannita. Livio continua la descrizione della cerimonia e puntualizza che quella legione sannitica fu chiamata “linteata” dalla copertura del recinto in cui era stata consacrata la nobiltà militare. Se si tiene conto che il piede osco corrisponde a circa 0,275 metri, risulta che la misura massima dell’area in cui avvenne il giuramento doveva corrispondere a 55 metri lineari. Già La Regina (A. LA REGINA, I Sanniti: il sogno di un impero in “Molise, Roma 1980) notava che le dimensioni del recinto corrispondono esattamente a quelle del muro di contenimento all’interno del quale si trova il teatro di Pietrabbondante. Afferma, però, essere questa una circostanza che dimostra che nella tradizione Sannitica vi fosse la consuetudine o addirittura la prescrizione consolidata di assegnare la misura di duecento piedi ad aree destinate a pratiche religiose, dovendosi riconoscere in Montevairano l’antica Aquilonia e non in Pietrabbondante.
In realtà non pare che in Montevairano o in altra parte del Sannio si sia ritrovato un altro recinto di eguali dimensioni.


Pietrabbondante. Il recinto.

Pietrabbondante. Il Teatro e il Tempio B (da Franco Valente).

 

Il fatto che Livio abbia voluto riportare con precisione le dimensioni dell’area devono farci ritenere, invece, che egli si riferisse ad un edificio e più propriamente al complesso di Pietrabbondante. Conseguentemente nell’agglomerato sacro che lo circonda deve essere individuato il nucleo di Aquilonia. Vi sono poi altre due considerazioni da fare sulla descrizione del recinto. La prima riguarda la copertura che se ne fece mediante l’uso di una tela. Se immaginiamo di dover compiere tale operazione su un terreno pianeggiante e non limitato da una struttura muraria, dobbiamo ipotizzare una complessa impalcatura in legno per tenere sollevata la tela nella parte centrale che, come si è detto, aveva un luce di ben 55 metri. Molto più facile stendere un telo avendo a disposizione l’anàlemma di una cavea sulla cui sommità peraltro in epoca romana non era inconsueto predisporre dei pali per tenere in tensione dei velari che nei giorni estivi riparavano dal sole.
La seconda considerazione va rivolta proprio ai termini che lo storico romano utilizza quando afferma che il luogo era racchiuso da palizzate e plutei (cratibus pluteisque). Infatti, mentre il cratis è l’elemento di una palizzata in legno, il pluteus, come si ricava dalla definizione che viene fornita da Vitruvio, è precisamente l’elemento architettonico che delimita le varie zone di una cavea, cioè una transenna non traforata, generalmente realizzata in pietra o in marmo. L’attuale forma architettonica del teatro però pone seri problemi di datazione in quanto sembrerebbe logico attribuire il complesso alla fine del II secolo a.C., quando fu data definitiva sistemazione a tutta l’area. Si deve pertanto ritenere che, come per gran parte dei teatri ellenistici, anche per il teatro di Pietrabbondante si debbano riconoscere origini più antiche e trasformazioni sostanziali in epoche successive.

 

 

Estratti dal resoconto degli scavi archeologici condotti da Adriano La Regina a Pietrabbondante (1959 - 2012).

1 - Molti problemi di ordine storico sono stati gradualmente risolti dal progredire delle ricerche archeologiche nell’area sacra. Altre questioni restano ancora aperte. Di alcune si possono forse intravedere possibili sviluppi. Una di queste riguarda l’antico nome di Pietrabbondante. Le esplorazioni archeologiche avviate nel 1959 e proseguite negli anni successivi dimostrarono subito come non fosse ulteriormente sostenibile l’identificazione di Pietrabbondante con Bovianum Vetus, formulata da Theodor Mommsen ancor prima che venissero eseguiti gli scavi ottocenteschi e risultata infondata.
Si riproponeva quindi la necessità di verificare se Pietrabbondante potesse essere riconosciuta in una delle località sannitiche ricordate da Livio e dagli altri autori antichi. Il carattere evidente di santuario e non di insediamento urbano consentiva di formulare l’ipotesi che alcune località ricordate dalle fonti potessero essere state intese come insediamenti fortificati (oppida), e che quindi luoghi come ad esempio Herculaneum e Cominium fossero rispettivamente un santuario per il culto di Ercole e un luogo sacro per concilia su scala etnica (comitium). Solamente in simili situazioni si potrebbe ricercare il nome antico di Pietrabbondante tra i luoghi noti dalle fonti. Altre ipotesi di identificazione, vecchie e recenti, non sono per ora comprovate da elementi certi, né hanno trovato sostegno nei nuovi dati di scavo (6).

2 - A cinquant’anni dalla ripresa degli scavi archeologici di Pietrabbondante è doveroso tentare di trarre un bilancio sui risultati relativi alla conoscenza di questo complesso monumentale.
Come è noto, l’interesse nei confronti delle antichità di Pietrabbondante si è affermato nel mondo degli studi già nell’Ottocento: intorno alla metà di quel secolo furono eseguiti scavi che condussero alla scoperta del teatro e di un tempio, quello minore (poi detto Tempio A). Oggetti di particolare pregio e interesse scientifico rinvenuti allora e poi esposti nel Museo di Napoli, come le armature e le iscrizioni in lingua osca, attrassero l’attenzione degli studiosi più dei monumenti stessi, che restarono non compresi, mal studiati e senza cura. Importanti materiali scultorei rinvenuti durante quelle ricerche furono poi murati in edifici di Pietrabbondante, ove tuttora si trovano.
Se si escludono alcuni modesti interventi archeologici, successivi alle ricerche di età borbonica, l’archeologia del Regno d’Italia poco si occupò di Pietrabbondante e, più generalmente, del mondo sannitico: aveva svolto infatti un ruolo sfavorevole nei loro confronti, nel momento in cui si costruiva l’unità d’Italia, l’immagine che dei Sanniti si traeva dalla tradizione antica, la quale li aveva rappresentati come tenaci oppositori del predominio di Roma sulle restanti popolazioni dell’Italia tutta.
I maggiori progressi nel campo degli studi si dovettero in quell’epoca alle ricerche sulle lingue italiche, soprattutto negli ambienti accademici germanici, ove più forte era stato l’interesse per la linguistica generale e per gli idiomi dell’Italia preromana. Questi studi, tuttavia, dissociati dalla conoscenza dei monumenti trovarono forti limiti e lasciarono campo ad interpretazioni del tutto incoerenti con i contesti archeologici che avevano fornito i documenti della lingua.
Le interpretazioni di ordine storico che riguardo a Pietrabbondante si erano consolidate nel corso dell’Ottocento, rimaste poi immutate per tutta la prima metà del Novecento, possono essere qui in breve così riassunte.
Il teatro era considerato un edificio romano; nel principale manuale di tecnica edilizia romana (Lugli 1957) il monumento viene ancora datato in età augustea. Si era infatti affermata l’opinione sostenuta da Mommsen che Pietrabbondante fosse stata una città italica e poi romana, nella quale egli riconosceva la colonia di Bovianum Vetus menzionata da Plinio. Per giustificare la diversa e distante collocazione rispetto a Bovianum (Boiano), Mommsen congetturò che Pietrabbondante potesse essere stata la capitale dei Sanniti Caraceni e Boiano quella dei Sanniti Pentri.
Conseguentemente, le informazioni degli autori antichi relative a Bovianum erano state in parte collegate a Pietrabbondante e in parte a Boiano. Questa posizione, condizionata dalla allora limitata conoscenza dei monumenti antichi e da esplorazioni archeologiche ancora molto parziali, ha pregiudicato per circa un secolo la corretta interpretazione di aspetti istituzionali, topografici, e religiosi del Sannio prima di Roma.
Le indagini avviate a Pietrabbondante nel 1959 condussero a una diversa interpretazione del complesso monumentale, portando alla luce un grande tempio retrostante il teatro e rivelando l'appartenenza di questo a un santuario costruito sullo scorcio del II secolo e agli inizi del I a.C. per diretto intervento dello stato sannitico e dei suoi magistrati i quali avevano sede a Bovianum (Boiano), la capitale dei Sanniti Pentri. Fu allora evidente che gli edifici di carattere religioso non erano stati più usati in epoca romana e che il loro decadimento era già iniziato in epoca augustea. Gli scavi dimostrarono inoltre che l’area di Pietrabbondante non era stata occupata da una città romana, e in particolare che non vi era mai stato un insediamento con costituzione municipale o con rango di colonia. La presenza romana nell’area si era risolta nella creazione di un grande fundus privato, appartenuto alla gens Socellia, con attività produttive agricole e artigianali nella zona del santuario. Lo stato romano aveva evidentemente decretato la cessazione del culto pubblico, legato all’identità nazionale sannitica, ed aveva alienato i beni immobili confiscati al santuario.
Ricerche di carattere storico-topografico avevano nel frattempo riconosciuto che il territorio di Pietrabbondante era appartenuto ai Samnites Pentri, e che il gruppo etnico dei Carricini, definiti Caraceni sulla base di una erronea tradizione antica, in realtà aveva occupato i territori a nord del Sangro con i municipi di Cluviae (Casoli) e Iuvanum (Torricella Peligna e Montenerodomo). Si era così chiarito che il santuario di Pietrabbondante era stato tra il IV e il I sec. a.C. il principale centro della religiosità pubblica per la nazione dei Samnites Pentri.
Il complesso tempio-teatro, con cui il santuario aveva raggiunto la massima fioritura, si colloca nell’ultima fase dell’autonomia del Sannio, negli anni che precedono la guerra sociale e che vedono dilagare le rivendicazioni italiche per il conseguimento della cittadinanza romana.
Esso costituisce il nucleo centrale dell’area monumentale, sorto nella posizione del santuario più antico, che aveva occupato l’area ove successivamente fu costruito il teatro. Di questo nucleo originario, distrutto durante la guerra annibalica, restano elementi architettonici smembrati, oggetti votivi e frammenti di armi tolte a eserciti nemici e poste a ornamento di edifici sacri secondo la consuetudine antica. Dopo la fine della seconda guerra punica, nel corso del II sec. a. C., venne costruito il Tempio A, con cui si avviò la ripresa delle attività edilizie di architettura sacra a Pietrabbondante, che sarebbero culminate verso la fine del II con la costruzione del tempio-teatro.
Questa ricostruzione delle fasi edilizie del santuario è stata confermata e grandemente ampliata dalle nuove ricerche iniziate a Pietrabbondante nel 2002 e tuttora in corso (7).

 

 

Pubblicato, nella versione originale, nel Marzo 2000.
Revisione e aggiunte Ottobre 2012.

 

 

NOTE

(1) Le denominazioni originali delle regioni augustee erano numerali, e solo in seguito le fonti accademiche usarono attribuire al numero romano un nome che ne designava il territorio. Infatti per la Regio IV si usa Samnium, o Sabina et Samnium. Comunque questa denominazione non è esatta, avendo il Sannio storico confini diversi. Infatti si estendeva a sud ben oltre la Regio IV, nell'Hirpinia della Regio II ed in parte della Regio I “Latium et Campania”.

(2) La Bovianum ivi menzionata è senza dubbio da identificare con la Bovianum detta Undecimanorum (Plin., Nat. Hist., III, 107), odiema Bojano in provincia di Campobasso. Municipium in età cesariana (CIL, I, 620), la città divenne in seguito colonia (Plin., l.c.; CIL, IX, 2564 [75 d.C.]). forse all'epoca di Vespasiano, sotto il cui regno ci è testimoniato uno stanziamento di veterani della XI Legio Claudia (CIL, IX, 2564; cfr anche Hyg., de gen contr., 131 , 16 ss. L.= 95, l ss. Th.): così Mommsen, (Die italischen Burghercolonien von Sulla bis Vespasian, «Hermes» 18 (1883), 193 s.= G.S., V, 234s). A seguito di questo stanziamento assunse il cognomentum Undecimanorum.

(3) L'immagine è tratta da Google Earth e rielaborata da Davide Monaco.

(4) Francesco Saverio Cremonese, nativo di Agnone, si laureò in medicina nel 1827 presso l'Università di Napoli. Fu Sindaco della sua città e Consigliere Provinciale. Dedicò molto del suo tempo, oltre che alla sua professione, anche agli studi archeologici che divennero la sua passione. Proprio ai suoi studi ed alle sue ricerche si deve il ritrovamento della Tavola di Agnone e per il suo interessamento furono eseguiti gli scavi di Pietrabbondante. Ebbe l'onorificenza gratuita d'Ispettore degli Scavi e dell'Antichità e venne acclamato Socio Onorario Straniero nell'Istituto Archeologico di Berlino. Morì in Agnone il 9 Febbraio 1892.

(5) Sui rapporti intercorsi tra il Mommsen ed il Garrucci risultano esaurienti le descrizioni effettuate da A. VITI in "RES PUBLICA AESERNINORUM" ed. Marinelli, Isernia 1982

(6) LA REGINA A. - Pietrabbondante. Ricerche archeologiche 2006 - Roma. Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte.

(7) LA REGINA A. - Pietrabbondante. Ricerche archeologiche 2009 - Roma. Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte.

 

 

Aquilonia, l'ultima roccaforte Studi e Ricerche Duronia

Storia dei Sanniti e del Sannio - Bovianum Vetus et Undecumanorum

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