Storia dei Sanniti - Il governo e lo stato federale.
SANNITI

 
La parola meddix compare nelle iscrizioni osche nella forma meddiss.
L'antico titolo italico di Meddix era usato da tutte le genti sabelle, dai Sanniti ai Marrucini, dai Peligni ai Volsci fino ai Lucani nonché dal popolo affine dei Campani, e si ritiene fosse vicino al termine latino Iudex.
Secondo Festo, Meddix era un termine dallo stesso significato del latino Magistratus
e veniva reso specifico dall'aggiunta di un aggettivo che lo qualificava.
Il Meddix supremo, il capo dello stato sannita, veniva chiamato Meddix Tuticus (meddiss tovtiks), in cui l'aggettivo deriva palesemente da "touto" (comunità in osco) e godeva di un'autorità completa ed illimitata.
Diversamente dagli altri magistrati che erano evidentemente a lui subordinati nel prendere le decisioni, egli non dipendeva necessariamente dall'approvazione del Consiglio, anche se sicuramente, almeno per la forma, erano subordinate ad esse.
Oltre a sovrintendere all'amministrazione della legge, era il capo militare dello stato ed aveva un ruolo, in origine certamente quello principale, nella religione ufficiale.
  Comandante sannita
Modello della Pegaso di Siena (2).
Convocava e presiedeva le riunioni del Consiglio e dell'Assemblea, e controllava l'amministrazione delle finanze della "touta". Come magistrato eponimo, la sua carica era annuale, ma sembra che potesse venire rieletto per più volte consecutive.
Nell'esercizio del potere supremo il Meddix Tuticus era evidentemente l'equivalente del Console romano. A differenza di quest'ultimo, però, non sembra avesse un collega con pari autorità (a Roma i Consoli eletti erano due). La carica di Meddix Tuticus era originariamente unica e nell'area dell'antico Sannio, per quanto ne sappiamo, rimase tale. Una delle testimonianze più antiche ci viene da una incisione su di un elmo proveniente dalla Lucania, dove la parola "Meddix" viene riferita ad un magistrato singolo. È possibile che ciascuno dei "pagi" che costituivano una "touto" avesse il suo Meddix Minor, che avrebbe avuto una posizione subordinata rispetto al Meddix Tuticus.
Affresco dalla tomba del Meddix sannita.
Affresco dalla tomba del Meddix sannita.
Capua - fine IV secolo a.C. (1)
 
Vi sono anche documenti che provano l'esistenza di altre categorie di meddices: i Meddices Decentarii (Meddiss Degetasios) e i Meddices Atici (Medix Aticus).
Il Meddix Decentarius era l'esatto equivalente del Quaestor romano e poteva agire solo se appoggiato dall'autorità del consiglio: diversamente dal Meddix Tuticus non aveva potere discrezionale. Inoltre il Quaestor, al pari del Meddix Decentarius, non era uno solo: con i suoi colleghi formava probabilmente un collegio.
I Meddices Decentarii svolgevano un ruolo connesso con le finanze: la loro carica venne istituita quando l'amministrazione si estese e divenne più complessa, in modo da alleggerire i doveri del Meddix Tuticus. Il ruolo del Meddix Aticus è simile a quello del Meddix Decentarius. Il titolo di "decentarius" potrebbe significare che il suo compito principale fosse occuparsi dei fondi provenienti dalla riscossione delle decime, ed egli certamente controllava quello che sembra essere l'equivalente della pecunia multaticia romana, che era amministrata dal Quaestor. Il titolo di Meddix Aticus riguardava la sovrintendenza all'amministrazione di tutte le entrate fiscali.
Per alcune cariche la documentazione epigrafica risale soltanto al I secolo a.C. e proviene dalla lucana Bantia, che era tutt'altro che una tipica comunità sabella. Comunque, è possibile che alcuni dei titoli "romani" siano stati adottati da tutti i Sabelli, ed è quindi utile riportare qui di seguito tutti quelli menzionati in iscrizioni osche:
 
  • Aidilis (aidil in osco) - Compare ad Alfedena e a Pompei (dove era certamente inferiore al Meddix).
  • Censor (kenzstur in osco) - A Pietrabbondante, Histonium, Bantia ed Antinum.
  • Legatus (ligat in osco) - A Nola e Abella.
  • Praefectus (praefucus in osco) - A Bantia.
  • Praetor (praetur in osco) - A Bantia (dove chiaramente è il magistrato chiamato in precedenza Meddix Tuticus ).
  • Promagistratus (prumeddix in osco) - A Bantia.
  • Quaestor (kvaisstur in osco) - Ad Abella, Bantia, Potentia e Vicus Supinus.
  • Quattuorvir (IIII-nerum in osco) - A Pompei e forse ad Alfedena.
  • Tribunus plebis (tribunus plebis in osco) - A Bantia.
  • Triumvir (trium nerum in osco) - A Bantia.

È possibile che questi titoli, palesemente romani, designassero almeno in qualche caso cariche originarie puramente sabelle: il kvaisstur e il ligat, ad esempio, sembra svolgessero funzioni estranee agli effetti dell'influenza di Roma. D'altro lato, alcune cariche, al pari dei titoli, sembrano direttamente imitate: il Tribunus Plebis osco, ad esempio, non pare avere molte caratteristiche sabelle.
Il più controverso di tutti è il kenzstur. Si sostiene che sia il titolo sia la carica fossero indigeni, e che questa volta gli imitatori sarebbero stati i Romani. La presenza della -t- è considerata l'elemento decisivo, in quanto è impensabile che sia stata inserita in un secondo tempo nella parola censor e ciò proverebbe che il termine originale sia kenzstur.
  Testa bronzea di un alto funzionario sannita da San Giovanni Lipioni
Testa bronzea da
San Giovanni Lipioni (3).
Anche i Sanniti, come i Romani e gli Etruschi, avevano una gerarchia ufficiale composta da vari gradini come in un ben definito "cursus honorum". Le cariche andavano da quelle di Meddix Decentarius a quelle di Meddix Tuticus e di Kenzstur. Due anni dovevano trascorrere prima che si potesse passare alla carica successiva e cinque anni prima di poter ricoprire la stessa una seconda volta.




Bassorilievo raffigurante il viso di un guerriero sannita con elmo e paragnatidi rinvenuto
in uno scavo edile in località "Mastrati" tra Venafro (IS) e Presenzano (CE). Sicuramente, per
la curvatura del blocco lapideo, faceva parte della camiciatura in pietra lavorata di un mausoleo
del tipo a tamburo cilindrico ubicato sull'antico tragitto che dall'Ager Capuano portava al Sannio
settentrionale. Su di un'altro blocco lapideo sono rappresentati i simboli del potere magistratuale,
la sella curulis. Databili al I secolo a.C., entrambi vengono conservati in loco.




 

 


NOTE

(1) La lastra, frammentaria, proviene da una tomba a cassa in lastre di tufo rinvenuta a Santa Maria Capua Vetere nel 1854, nota come "Tomba del magistrato sannita". Il dipinto ritrae, infatti, un personaggio che una serie di segni qualificano come un importante uomo politico, sicuramente un Meddix.
L'uomo, con la barba ed il volto sereno, è seduto in atteggiamento autorevole su di un seggio ed indossa una tunica orlata di rosso ed un ampio manto panneggiato che copre anche la spalla ed il braccio sinistro. Sul capo ha una benda e una corona di alloro, con la destra stringe un bastone nodoso, mentre alla sinistra porta un anello: evidenti attributi della carica pubblica che ricopriva.

(2) L'immagine del modello è tratta dalla collezione della Pegaso Model.

(3) La testa in bronzo a grandezza naturale, forse raffigurante Gavio Ponzio, l'eroe delle Forche Caudine, si trova oggi nel Cabinet des Médailles della Bibliothèque Nationale a Parigi.
Proveniente dalla zona di San Giovanni Lipioni, vicino Trivento, è tra i bronzi sanniti più tardi (circa III secolo a.C.). Alta 28 cm., presenta caratteristiche italiche nel tipo pesante in bronzo, nel modo in cui sono modellati i capelli e nei rozzi piani intorno alla fronte ed alla bocca dalle labbra serrate. Pure italica è l'impostazione genericamente squadrata della testa, ma l'esecuzione risente molto delle tecniche ellenistiche, nei particolari altamente studiati e talvolta eccessivamente curati ed in una qualità generale vicina a quella dei ritratti ellenistici.
Per ulteriori approfondimenti: M.J. Strazzulla - La testa in bronzo di personaggio virile da San Giovanni Lipioni - in "I luoghi degli Dei - Sacro e natura nell'abruzzo italico" a cura della Soprintendenza archeologica d'Abruzzo - Provincia di Chieti - 1997 CARSA Edizioni Pescara.

 



 

 


 

PER LA SEMANTICA DI OSCO "MEDDÍSS"

Enrico Campanile

 

Nell'ambito delle cosiddette lingue residuali (restsprachen) assai di rado è possibile ricostruire la storia semantica di un lessema, dal momento che la povertà e l'isolatezza delle attestazioni per lo più non permettono, anche nei casi meno controversi, di andare oltre il significato richiesto da uno specifico testo, ossia oltre il significato proprio di un singolo luogo e di una data epoca. Il che, se tutto va bene, è buona filologia, ma non è ancora storia linguistica.
Una felice eccezione a questo stato di cose è data dall'osco meddíss, che per la quantità e la varietà delle attestazioni, scalate su un ampio arco di secoli e provenienti da una pluralità di aree dell'Italia centrale e meridionale, ci permette d'individuare il variare degli usi e dei significati a partire dalla sua costituzione fino al disparire stesso della lingua osca.
Scriveva nel 1931 G. Devoto: "Il meddix è presso gli Italici il capo della città-stato" (1), definizione che oggi non potremmo più accettare. Essa, infatti, risulta valida solo per quella sezione del mondo osco che si protende sul versante tirrenico, ove esistevano, appunto, città-stato; non, però, per il mondo osco appenninico o adriatico, ove l'unità politica s'identificava con quella etnica (2) e l'eventuale esistenza di una capitale politica o di un centro religioso non comportava comunque la presenza di un meddix urbano (3), si che giustamente Livio, per esempio, parla da un lato di praetor Campanus (23,7,8) il meddix della città-stato di Capua, dall'altro di praetor Marrucinorum (per. 73), il meddix del popolo dei Marrucini, e non già di un praetor Teatinus, quantunque Chieti fosse il maggior centro di quel territorio.
Ora, se consideriamo che le città-stato osche traggono origine dall'espansione sannitica che inizia nella seconda metà del V secolo a.C., è d'immediata evidenza che il "meddix dell'ethnos" è ben più antico del "meddix della città" e che sia la città-stato che il suo magistrato nascono dalla ricezione dei locali modelli greci ai danni del vecchio modello indigeno, che poté sopravvivere solo nelle aree isolate e meno esposte agli effetti innovatori dell'esperienza greca. Una ulteriore conferma della maggiore arcaicità del "meddix dell'ethnos" è data, inoltre, dal fatto che in tutto il mondo osco - anche, dunque, in quello delle città-stato - il titolo magistratuale era costituito non dal semplice meddíss, bensì dal meddíss tiúvtíks, cioè, appunto, "meddix dell'ethnos".
Ma intenderei parlare qui non di fatti istituzionali, ma solo di fatti linguistici. Cominciamo, quindi, dall'etimo del termine.
E' pacifico che esso risale a *medo.dik-s e che, quindi, propriamente valeva "qui ius dicit, iudex"; ma che ciò provi "il carattere meno militare dello stato italico", come proponeva il Devoto nel passo sopra citato, è pura illusione.
 
Paestum, Tomba del magistrato sannita.
(IV secolo a.C.)(*)
Si noti il cinturone portato sopra la tunica,
tipico delle usanze sannitiche.







Cinturone sannitico da Pietrabbondante
IV secolo a.C.
La spiegazione, a mio parere, va cercata invece in un fatto di fondamentale rilievo ma di ben altra natura, cioè nel passaggio dall'ordinamento giuridico consuetudinario e di tradizione orale, senza alcun intervento dello stato, ad un ordinamento totalmente nuovo, in cui lo stato fa e impone la legge.
Il fatto che il meddix, come unica e massima magistratura, venisse ad emettere leggi e ad eseguire le proprie sentenze, dovette apparire cosa sì nuova e rivoluzionaria che da essa allora il magistrato trasse nome. Lo stesso, del resto, come ho mostrato in altra sede (4), avvenne a Roma (ove il console un tempo era detto iudex), in Grecia, in Gallia (vergobretus) e in Umbria, ove in un'iscrizione da Assisi (Po. 7) si ha la datazione mestiça vipies e... "sotto il meddicato di Vibio E." (5). Siamo qui nell'ambito della cosiddetta koiné mediterranea.
Il fatto, tuttavia, che meddíss fosse divenuto titolo magistratuale, non ne oscurò il primitivo valore di "giudice", come prova l'esistenza del verbo denominale meddíkaúm "giudicare", di cui si ha un'unica attestazione: pru medicatud (Ve. 2), calcata sul latino pro iudicatod (CIL 12, 401). E come in latino da iudicare si ha il sostantivo iudicatio, così in osco da meddíkaúm si ha (Ve. 2 + Po. 185) il sostantivo medicatinom "iudicationem, giudizio, sentenza" (acc. s.), si che esiste perfetta simmetria fra la serie osca meddíss, meddíkaúm, medicatinom e quella latina iudex, iudicare, iudicationem.
Per comprendere, tuttavia, i successivi sviluppi semantici di meddíss, è opportuno sottolineare che il termine sopravvisse, col generico valore di "magistrato", quando, entrate nel mondo italico le strutture magistraturali romane - pretore, questore, edile, censore etc. -, l'antichissima figura del meddíss perse poco a poco di rilievo e venne, infine, a scomparire.
Questo nuovo valore di meddíss è ben chiaro nella Tavola Bantina, cioè nella carta costituzionale di una città osca che aveva ormai rinunciato al tradizionale meddix e si era data magistrature tutte e soltanto di tipo romano. Qui appare più volte - sia nella sezione nota "ab antiquo" (Ve. 2) che nel frammento Adamesteanu (Po. 185) - il termine meddis(s) che genericamente designa un magistrato. Se, al contrario, prendiamo in considerazione la Ve. 156 (bn. betitis bn. meddíss prúffed), proveniente dal Sannio, cioè da una zona ove l'originaria struttura magistratuale si conservò inalterata fino all'epoca della Guerra Sociale, allora il termine è certamente da intendersi come "sommo magistrato, meddix tuticus".
Lo stesso vale per l'astratto meddicim.
In un'iscrizione proveniente da Muro Lucano e collocabile fra il IV e il III secolo a.C. (6) la datazione esige riferimento a uno specifico meddicato eponimo, non già a una generica e indeterminata magistratura qualsiasi; dunque: "Maio Arrio nel(l'anno del) suo meddicato". Se, però, torniamo alla Tavola Bantina, vedremo subito che qui medicim, attestato più volte, ha tutt'altro significato che a Muro Lucano, e che ha sicuramente torto il Vetter ad interpretarlo come "Amt des meddix", non solo perchè la carica di meddix
  Epigrafe da Muro Lucano
Iscrizione osca da Muro Lucano
a Bantia non esisteva, ma anche perché il nesso [p]ocapid medicim prova, al di là di ogni incertezza, che l'unica interpretazione possibile è "qualsiasi magistratura" (giacché "qualsiasi meddicato", a parte ciò che sappiamo sulla storia costituzionale di Bantia, non avrebbe senso).
Accanto all'astratto in * -yo- (*meddikiom) ne esisteva anche uno in -ya- (*meddikia) e da una delle attestazioni di quest'ultimo possiamo enucleare un nuovo valore di meddíss. Si tratta dell'iscrizione su un elmo del Museo Poldi Pezzoli (Po. 151, secolo IV), che il La Regina (7) ha riportato a miglior lezione e rettamente interpretato. Sul testo è inciso: "(elmo di proprietà) della vereia (= compagnia di ventura) (8) Campsana, operante a Metaponto, sotto il supremo comando di...".
Se, dunque, si designa il comando supremo (di una compagnia di ventura), ciò necessariamente implica che il termine primano - cioè, meddíss - significasse "comandante supremo (di una compagnia di ventura)". Come si originò questo nuovo significato?
Ritengo che la spiegazione vada ricercata nel fatto che le compagnie di ventura osche si configuravano come entità assolutamente autonome, non sottoposte in alcun modo all'ethnos da cui provenivano. Prova ne sia il fatto che quando compivano conquiste territoriali e s'impadronivano di città come Metaponto o Messina o Reggio o Entella o Nikone, i nuovi padroni ne erano i membri stessi della compagnia di ventura, non certamente il lontanissimo popolo da cui essi provenivano.
In sostanza, dunque, meddiss viene a designare il comandante proprio perché la compagnia è un nuovo e libero ethnos. La distinzione fra "magistrato supremo (di un certo popolo)" e "comandante supremo (di una certa compagnia di ventura)" appartiene più alla nostra cultura che a quella osca. Vi è, però, un punto cronologico a partire dal quale la biforcazione diviene obiettivamente di tutta evidenza.
Le compagnie di ventura poterono esistere e operare solo finché il mondo osco conservò la sua indipendenza nei confronti di Roma. Ma quando entrò nella sua orbita, ogni forma di autonomia militare andò necessariamente perduta: gli Oschi ormai potevano combattere solo agli ordini e secondo la volontà dello stato romano e non è nemmeno pensabile che compagnie di ventura potessero girare per l'Italia, ponendosi a disposizione del migliore offerente.
Queste "vereie" subirono, quindi, una profondissima trasformazione di cui, fortunatamente, permane documentazione sufficientemente chiara.
L'iscrizione Po.132 (da Cuma, secolo III) celebra l'offerta di una statua a Giove Flagio, fatta pr. vereiiad "pro vereia" da parte di "m.v.ínim.m.x".
E' senz'altro probabile che la serie di abbreviazioni vada sciolta in meddíss vereiias inim meddíks x "il comandante della compagnia di ventura e i 10 comandanti". Abbiamo, in questo modo, il quadro gerarchico di una compagnia di ventura: un comandante e 10 generali; sempre da Cuma proviene un'analoga iscrizione (Po. 133, secolo III) in cui "m.v.ínim.m.x" ricordano di aver fatto il pavimento di un tempio. Ma dobbiamo aggiungere, a questo punto, che la compagnia di ventura ha ormai mutato totalmente di natura.
Nell'ultima delle citate iscrizione ci è conservato il nome del "m.v.": si tratta di Minio Heio, cioè di un esponente di una delle maggiori famiglie di Cuma. Ancora: l'iscrizione Po. 134, anch'essa da Cuma (secolo III), ricorda l'acquisto (e, implicitamente, la donazione alla collettività) di un labrum da parte del "m. v." Maio Heio, parente del Minio sopra citato, e dei soliti "m.x.".
A questo punto balzano subito all'occhio alcuni fatti:
    a) La vereia delle tre iscrizioni Po. 132-134 è certamente cumana, giacché alla sua guida si succedono esponenti di una grande famiglia cumana; ma essa risiede a Cuma. Ciò significa, dunque, che è andata perduta la più evidente caratteristica di qualsiasi compagnia di ventura: quella di operare all'estero.

    b) Questa vereia non ha alcuna connotazione militare, ma si caratterizza per opere di beneficenza bene inquadrabili nel mecenatismo tipico della cultura ellenistica: si opera, cioè, all'abbellimento della città, col dono di statue, fontane etc.

    c) L'iscrizione Ve.11 (fine secolo II) testimonia che la vereia di Pompei ebbe in eredità da tal Vibio Atrano una bella sommetta di denaro, sufficiente alla costruzione di un edificio. Anche qui, cioè, ci troviamo innanzi a fatti non compatibili con un'autentica compagnia di ventura, che non ha certamente bisogno di una stabile sede nella sua terra di origine.

Il fatto è, come dicevamo, che la mutata situazione politica del mondo osco aveva comportato anche una completa trasformazione delle vecchie compagnie di ventura, divenute ormai una sorta di Ordine di Malta (o, se si preferisce, di Rotary Club) che opera nel campo dell'evergetismo ed è costantemente presieduto dall'élite locale.
Resta, però, in questa totale trasformazione, il vecchio titolo di meddíss, e ciò risulta tanto più facile, in quanto il termine era venuto a designare anche il dirigente di associazioni private, risultando, quindi, equivalente al latino "magister".
Questo nuovo e più modesto significato trova conferma evidente in un'iscrizione tornata di recente alla luce (9), ove si ricorda la costruzione di una scalinata che dall'approdo di Punta della Campanella portava al sovrastante tempio di Atena. Essa fu fatta costruire da tre medd[i]ks menereviiús, che io intendo come "magistri Minervales", ossia come i dirigenti di una confraternita devota ad Atena/Minerva. Un magister Minervalis, del resto, ci era già noto grazie a CIL V, 7565.
Un altro esempio sicuro di meddíss col valore di "magister, capo di una confraternita" si ha, a mio parere, nella defixio recentemente edita dal Pugliese Carratelli (10). Qui tra le vittime della maledizione incontriamo tre uomini (Numerio Opsio, Maraio Afillio, Stazio Opsio) e una donna (Vibia Spedia).
Il benemerito editore, convinto che quel titolo designi sempre e soltanto il massimo magistrato locale, si trova qui innanzi a due grosse difficoltà: i meddices sono tre, laddove tutte le città osche ne presentano uno o due, mai tre o più, e, peggio ancora, appare anche una meddichessa. Per superare queste difficoltà il Pugliese Carratelli deve ricorrere a due ipotesi certamente non sostenibili (11).
La prima è che i meddices qui siano tre perché il titolo permaneva anche dopo la decadenza dalla carica, sì che, oltre ai veri "presidenti" in funzione, poteva esserci un indeterminato numero di ex presidenti cui, per ragioni di cortesia, veniva conservato l'antico titolo. Tale affermazione, in realtà, non poggia su alcun parallelo, è intrinsecamente incredibile perché i meddices erano magistrati eponimi ed è contraddetta dalla prassi romana che ben distingueva tra consuli e vir consularis.
La seconda, diretta a giustificare la presenza di una meddichessa, suppone che alla moglie del meddix venisse attribuito il titolo del marito, sì che Vibia Spedia sarebbe stata la moglie di un meddix (o, eventualmente, di un ex-meddix). Anche qui, però, l'ipotesi non poggia su materiale probatorio e non trova riscontro nella prassi romana (12).
Ogni difficoltà scompare, al contrario, se ammettiamo che questi meddici e meddichesse erano semplicemente i dirigenti di una pia confraternita. Che, almeno in alcune di queste confraternite, potessero coesistere, anche a livello dirigenziale, sia uomini che donne, lo prova il divieto del Senatoconsulto sui Baccanali: "magister neque vir neque mulier quisquam eset".

 

 


"Per la semantica di osco meddíss" di Enrico Campanile è tratto da:
"LA TAVOLA DI AGNONE NEL CONTESTO ITALICO. Lingua, storia, archeologia dei Sanniti."
Convegno di studio - Agnone 13-15 Aprile 1994 - Cosmo Iannone editore - Isernia 1996.


 


NOTE

(*) La sepoltura a cassa in lastre di tufo proviene da Paestum ed è conosciuta come "Tomba del magistrato", al pari di quella ritrovata a Capua. Si noti la maggiore raffinatezza del tratto pittorico che sottolinea la pacata espressione del viso ed il disegno della tunica bianca ricamata indossata dall'anziano personaggio che, con un vistoso anello alla mano sinistra, il cinturone ed una corona di alloro sulla testa, doveva ricoprire una potente carica pubblica.

1) G. DEVOTO, Gli antichi Italici, Firenze, 1931, p. 265.

2) Abbiamo, cioè, lo stato dei Pentri, degli Equi, dei Marrucini, dei Marsi, dei Vestini, dei Peligni, e così via, laddove sul versante tirrenico si hanno città-stato quali Pompei, Capua, Abella.

3) Cfr. A. LA REGINA, I Sanniti, in AA.VV., Italia omnium terrarum parens, Milano,1989, p. 304 ss. I Sanniti Pentri, per esempio, ebbero come capitali Boviano e, per un certo tempo, Aquiloma, ma mai un meddix specificamente connesso ad esse.

4) E. CAMPANILE, L'uso storico della linguistica italica: l'osco nel quadro della koiné mediterranea e della koiné italiana, in "Oskisch-Umbrisch. Texte und Grammatik", a cura di H. Rix, Wiesbaden, 1993, p. 26 ss.

5) E' da escludersi che il termine umbro sia prestito dall'osco, giacché esso presuppone un originario "medos-dik-s" formalmente più arcaico dell'osco "medo-dik-s"

6) L. DEL TUTTO PALMA, "L'iscrizione di Muro Lucano", in Italici in Magna Grecia, a cura di M. Tagliente, Venosa, 1990, pp. 106-109.

7) A. LA REGINA, "Appunti su entità etniche e strutture istituzionali nel Sannio antico" in "AION" III, 1981, p. 129 ss.

8) Cfr. E. CAMPANILE, "Note sulle compagnie di ventura osche", " Athenaeum " LXXXI, 1993, p. 601 ss.

9) M. RUSSO, "Punta della Campanella. Epigrafe rupestre osca e reperti vari dall'Athenaion", "MAL" 1990, p. 181 ss.

10) G. Pugliese CARRATELLI, "Gli oggetti in metallo. La defixio", in Laos II. La tomba a camera di Marcellina, a cura di E. Greco e P. G. Guzzo, Taranto, 1992, p. 17 ss.

11) Per l'interpretazione di questo testo si veda E. CAMPANILE, Note sulla defixio di Marcellina, in "SE" LVIII, 1992 (1993), pp. 369-377.

12) Altro, naturalmente, è il caso delle mogli di determinati sacerdoti romani, le quali hanno il titolo del marito non in quanto mogli, ma in quanto anch'esse gravate da obblighi e da funzioni religiose.

 

 

 

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