Storia dei Sanniti - Il popolo e le comunità tribali.
SANNITI

 
Il territorio abitato dai Sanniti, nella parte centro-meridionale della penisola italiana, era chiamato dai suoi abitanti Safinim (1) i quali designavano se stessi come Safineis. In latino Safinim divenne per assimilazione Samnium, da cui i Romani derivarono il termine Samnites per designare gli abitanti.
I Greci li chiamavano Saunitai e la loro terra Saunitis (2).
Le odierne teorie, basate sia sullo studio degli antichi testi e sia sui risultati delle moderne ricerche archeologiche, fondano il popolamento arcaico del Sannio nello stanziamento di genti provenienti dalle terre dei Sabini, di cui sarebbero stati i discendenti. Strabone nei suoi scritti aveva precisato che all'emigrazione sabina "... si sono forse aggiunti coloni Laconici e che per questo sarebbero di stirpe ellenica. Inoltre anche i Pitanati (gli abitanti di uno dei distretti di Sparta, ma anche di Taranto, colonia Laconica nell'Italia meridionale) si sarebbero aggiunti ad essi".
Infatti nel corso dell’VIII secolo a.C. le coste dell’Italia meridionale furono interessate da un ampio fenomeno migratorio che ebbe origine dalle regioni della Grecia continentale e dalle isole del Mar Egeo. La fondazione di Taranto, unica esperienza coloniale spartana in occidente, si inserisce in tale quadro. Continua Strabone "... Sembra che questa spiegazione sia stata concepita dai Tarentini che volevano così lusingare i loro vicini a quel tempo assai potenti ed insieme guadagnare la loro amicizia, dal momento che i Sanniti potevano mettere allora facilmente insieme 80.000 soldati di fanteria e 8.000 cavalieri ..." (Geo. VI,12).
  Il territorio dei Sanniti
Quindi dalle popolazioni osco-umbre stanziate nei territori centrali della penisola italiana si originò il ramo dei Sanniti che, nel tempo, ricevette nuova linfa in seguito alle mescolanze coloniali elleniche insediatesi nell'Italia meridionale a partire dall'VIII secolo a.C. Dal punto di vista etimologico, i nomi Sabini, Sabelli e Sanniti hanno una comune radice linguistica derivante dall'indoeuropeo "sabh-". Nella lingua latina, dove la pronuncia è labiale, tale radice ha dato origine a nomi come Sabini e Sabelli mentre, nella lingua osco-umbra, dove la pronuncia è dentale, ha dato origine a nomi come Safinim e Safineis. La differenza tra questi nomi era nella diversa identificazione: la prima identificava nei Sabini il popolo che più diffusamente abitava i territori centrali della penisola italiana; la seconda, Sabelli, era più restrittiva ed identificava quelle popolazioni che dai Sabini si erano allontanate creando nuove comunità. Il nome Samnites o "Safineis" identificava una precisa comunità di queste ultime.
Nel VII secolo a.C. esistevano ormai popolazioni distinte dall'originaria comunità Sabina sparse lungo tutta la catena appenninica e tra il VI ed il V secolo a.C. il popolo storicamente noto come Sanniti deve essere stato chiaramente identificabile ed aver avuto il controllo incontrastato del suo territorio.


Chatelaine da Caslciprano
Chatelaine da Casalciprano - VI secolo a.C.
Museo Sannitico di Campobasso.


IL VER SACRUM

Le ampie aree pianeggianti dai contorni limitati e modellati dalle pendici delle impervie montagne del Sannio favorirono quindi l'insediamento di queste popolazioni stanziatesi probabilmente a causa di un Ver Sacrum o Primavera Sacra, una manifestazione divinatoria attuata dalle popolazioni antiche e basata su emigrazioni forzate (3). Che vi sia stata all'inizio un'impostazione sacrale di tali riti sarà forse vero ma in seguito questa prassi si rivelò anche un ottimo metodo per diminuire la pressione demografica in talune zone della penisola favorendo la colonizzazione delle aree limitrofe.
Analizzando le procedure dei riti sacri dedicati alle divinità dell'Olimpo italico è possibile intuire come venissero a formarsi le singole comunità sabelle.
  Statuina bronzea di toro sannitico
Statuina bronzea di toro.
Museo Civico di Castel di Sangro.
 
Ciò grazie anche alla tradizione tramandataci dagli scrittori antichi che descrissero come questo rituale religioso, il Ver Sacrum appunto, spingesse i popoli di lingua osca ad inoltrarsi sempre più lungo gli Appennini, discendendo periodicamente verso terre sconosciute dove fondare nuove comunità. Secondo le tradizioni, il rito arcaico prendeva forma nel momento in cui avversità di carattere fisico, come malattie e pestilenze, oppure psicologico, come il succedersi di avvenimenti negativi, spingessero una determinata comunità a sacrificare i primogeniti nati nel periodo primaverile al dio Mamerte (Marte) affinchè venisse loro in aiuto.
In verità il sacrificio consisteva nel rendere sacrati coloro che dovevano essere sacrificati, ovvero offrire agli dèi qualcosa in più del mero sacrificio, adottando una forma che rispettasse sia il concetto del gesto estremo dell'offerta della vita umana e sia le esigenze, non meno importanti, di crescita della comunità stessa. In questo modo i "sacrati" vivevano nella propria famiglia fino all'età adulta come elementi distinti consapevoli di avere un destino già segnato. L'obbligo era di lasciare il proprio gruppo di appartenenza per cercare nuove terre dove insediarsi, allontanandosi dai luoghi natii seguendo il peregrinare di un animale sacro alla divinità, assumendolo come intermediario dei voleri divini. Questa "guida sacra" poteva essere impersonata da un toro, un lupo oppure da un cervo o un uccello, ed il gruppo migrante lo seguiva nel suo errare per poi stabilirsi nel luogo in cui, interpretando i segni che la divinità manifestava attraverso l'animale, pensavano avesse indicato.
A compiere questo genere di migrazioni furono in modo particolare quei guerrieri-pastori tipici di tante etnie mediterranee. Anche l'animale guida ha i suoi equivalenti: la sua esistenza è nota presso altre comunità indoeuropee.
L'origine remota di tale pratica si può forse ricercare anche in qualche cerimonia connessa con la migrazione stagionale delle greggi. E' molto probabile che con il passare del tempo non si facesse più ricorso ad un animale reale ma i Sacrati marciassero sotto un vessillo su cui l'animale era raffigurato.
Nelle tradizioni dei popoli osco-umbri, l'inizio dei "viaggi sacri" cioè il punto geografico da
  Guerriero-pastore sannita
Un guerriero-pastore, figura antica
tipica di tante etnie mediterranee (4).
cui partivano i Sacrati per colonizzare altri territori, era da identificarsi in un luogo della Sabinia in cui dimorava un oracolo nei pressi di una zona ricca di acque solfuree, probabilmente l'attuale Paterno tra Città Ducale e Antrodoco. In quelle terre una volta vi era stato un grande lago determinato dall'allargarsi del letto del fiume Velino, in mezzo al quale esisteva una verde isola galleggiante che era stata indicata anticamente da quell'oracolo ai profughi provenienti da Dodona, in Grecia, come il luogo dove fondare la nuova città di Cutilia.
Il "laghetto sacro di Cutilia", nell'odierno territorio di Rieti, venerato per la sua isoletta natante e ritenuto dagli antichi come l'ombelico d'Italia (5), fu quindi il luogo da cui, secondo Festo, partirono 7000 Sabini con a capo Comio (o Comino) Castronio, guidati da un bove, l'animale sacro che avrebbe indicato la strada da percorrere.
Interpretando i segni divini che il bove, influenzato dal dio Mamerte (Marte per i Latini, Mamerte per gli Oschi ed Ares per i Greci) avrebbe manifestato, i Sacrati, dopo un lungo cammino, si fermarono nella terra degli Opici, presso un colle chiamato "Samnium" da quella gente, in un'area pianeggiante molto fertile e ricca d'acqua. Sempre secondo Festo, i Sanniti avrebbero tratto il proprio nome da quel colle.
La figura di Comio Castronio che guidò i primi Sanniti nel loro futuro territorio acquisì con il passare del tempo l'aureola della miticità, tanto che l'immagine iconografica del condottiero-sacerdote che veglia il bove a riposo venne raffigurata nel I secolo a.C. come simbolo etnico sulle monete della Guerra Sociale.

Hogan outlet online
hogan sito ufficiale :Hogan Rebel,Hogan Interactive,Spaccio Hogan,Scopri le hogan online,Spedizione gratuita su tutte le Scarpe Hogan,scarpe hogan scontate fino all 70%.


LE COMUNITA'

Il popolo sannita propriamente detto era formato dall'unione di quattro comunità, come spesso elencano gli scrittori antichi: i Pentri, i Carricini, i Caudini e gli Irpini. In seguito, forse con la nascita della Lega Sannitica come organismo di coordinamento militare già dal V secolo a.C., altre comunità stanzianti nell'Italia centrale si unirono ad esse. Tra queste i Frentani.
La comunità che costituiva il cuore del popolo sannita era quella dei Pentri, che popolava il centro del Sannio nel territorio compreso tra la catena montuosa delle Mainarde a nord ed il massiccio del Matese e le sue propaggini a sud. La stessa radice del nome racchiude l’idea di “gente delle alture”. Forti e temibili, erano la spina dorsale della nazione. Nell'ultimo periodo delle guerre contro Roma ressero quasi da soli l'urto degli eserciti consolari che si infrangevano contro le difese occidentali del Sannio. Tra gli insediamenti pentri più popolosi troviamo Aesernia, Allifae, Aquilonia, Aufidena, Bovianum, Fagifulae, Saepinum, Terventum e Venafrum.
I Carricini erano la comunità situata più a nord, stanziata nei territori meridionali dei monti della Maiella ai confini con i Peligni ed i Marrucini. Il nome sembra derivare da una radice linguistica indoeuropea che stava ad indicare un territorio roccioso e boscoso. Era la "touto" (nome osco
  Museo di Montesarchio

Cales, località Il Migliario.
Olla con coperchio ed anse
(VI secolo a.C.)(6)
per definire la comunità) più settentrionale e meno numerosa. Insediamenti carricini erano Cluviae e Juvanum.
I Caudini erano i più occidentali e quindi i più esposti all'influsso degli usi e tradizioni della civiltà greca stanziatasi nelle terre della Campania. Dalla gran quantità di reperti di buona fattura trovati durante gli scavi archeologici, si evince la notevole raffinatezza di vita e costumi in un periodo in cui altre popolazioni limitrofe, tra cui i Romani, erano lungi dall’avvicinarsi allo stesso tenore di vita. Vivevano nel territorio compreso tra le montagne che delimitano la Pianura Campana, il Monte Taburno e i Monti Trebulani, nella valle del fiume Isclero e lungo il tratto centrale del Volturno. Tra gli insediamenti caudini ricordiamo Caudium, Caiatia, Cubulteria, Saticula, Telesia e Trebula.

 
L'italia centrale ed i popoli Italici

L’Italia centro-meridionale e le antiche popolazioni che l’abitavano.
 

Gli Irpini abitavano la parte meridionale del Sannio, nel territorio delimitato dalle vallate dell'Ofanto, del Calore e del Sabbato. Come i Caudini anch'essi usufruirono dell'influenza della vicinora civiltà della Magna Grecia.
Gli Irpini erano chiamati uomini-lupo ed il loro nome deriva da hirpus che in osco significa "lupo". Tra i loro insediamenti principali ricordiamo Abellinum, Aeclanum, Compsa, Malies o Maloenton (chiamata Malventum dai Romani per le numerose sconfitte subite a causa dei Sanniti e, in seguito alla guerra contro Pirro e ad una memorabile quanto inaspettata vittoria dell'Urbe contro le schiere epirote nel 275 a.C. venne rinominata Beneventum) e Trevicum.
I Frentani abitavano le terre di pianura che dalle falde appenniniche del Sannio arrivavano fino al mar Adriatico, tra i territori dei Marrucini a nord ed i Dauni a sud. Erano i territori più orientali sotto il controllo sannita e si estendevano per una fascia di circa 20 chilometri dalla costa verso l'interno. La maggior parte dei Frentani era per lo più dedita alla pastorizia ed all'agricoltura ed erano in prevalenza stanziati verso l'entroterra.
Fondarono anche centri abitati sulla costa praticando il controllo delle aree marittime limitrofe. Applicavano dazi e tributi ai naviganti-mercanti che frequentavano i loro approdi utilizzandoli come piazze di scambio. Sapevano andar per mare ma non avevano una vera e propria flotta o almeno nulla ci è pervenuto dalle fonti storiche. Secondo il geografo greco Strabone (V.4.2), costruivano le loro case adattando ad abitazione le carcasse delle navi naufragate sulle loro coste. Insediamenti frentani erano Anxanum, Geronium (forse l'arcaica Maronea), Sicalenum, Uscosium e Larinum, quest'ultima,
  Coppa monoansata da Termoli

Coppa monoansata di argilla.
Necropoli di Termoli
Tomba 56 - VI secolo a.C.
in verità, considerata una cittadina di "frontiera" cioè era formata da una cittadinanza mista composta sia da Pentri sia da Frentani. Sulla costa, insediamenti frentani erano Buca, Cliternia, Histonium e Hortona.
Secondo gli autori classici, erano sicuramente di discendenza sabella e originariamente provenienti dallo stesso territorio e quindi di stirpe affine anche i Marrucini, i Lucani, ed i Campani.
I Marrucini, stanziati a nord dei Frentani, avevano come capitale della "Touto" l'insediamento di Teate, l'odierna Chieti. I Lucani si insediarono, forse sempre a causa di un "Ver Sacrum", nei territori compresi tra gli Irpini e le colonie greche dello Ionio come Metaponto e Sibari. Occuparono le terre degli Enotri a sud e si spinsero a nord verso la Campania e le colonie greche di Poseidonia (Paestum) e della foce del fiume Sele. La lingua osca era la stessa ed osche erano anche le credenze e la religione. Uno dei più importanti santuari, quello di Rossano di Vaglio vicino l'odierna Potenza, era dedicato alla Mefite, una deità tutta sannitica.
  Andriuolo 12
Il ritorno del cavaliere sannita.
Paestum - Necropoli di Andriuolo
Tomba 12 - IV secolo a.C.
 
Ma con i cugini del nord non vi era molta unità d'intenti. Le vicende storiche tra i Lucani e le comunità dei "Sanniti settentrionali" furono sempre segnate da alterni periodi di amicizia e di grandi divergenze createsi per problemi territoriali ed economici.
I nascosti interessi romani verso gli sbocchi commerciali dell'Adriatico e dello Ionio, supportati da interventi militari celati sotto sembianze pacificatorie, divelsero totalmente qualsiasi rapporto tra le comunità sannite riuscendo ad aizzare l'uno contro l'altro i diversi gruppi territoriali, distruggendo così le antiche fratellanze. Questo inserirsi tra dispute "familiari" allo scopo di trarne vantaggio, portato avanti abitualmente e senza scrupolo dai Romani, riuscì persino con il popolo dei Campani,
una popolazione osca con la quale i Sanniti avevano condiviso terre e tradizioni fin da tempi remoti. Infatti quando nel V secolo a.C. la naturale espansione territoriale delle popolazioni sannite portò gradualmente ad utilizzare quei territori che dalle falde dei monti appenninici si aprivano fin verso le coste tirreniche controllate dalle colonie degli Etruschi e dei Greci, riuscirono a trasformare le sparse popolazioni indigene di quelle terre in una unità tribale.
Elevarono la cittadina etrusca di Capua, da fortezza-granaio difesa da un popolo colonizzatore, alla capitale dei Campani, cacciando l'etnia etrusca a vantaggio delle popolazioni autoctone. I rapporti commerciali e di amicizia tra le "comunità" stanziate e confinanti in quell'area vennero ad incrinarsi solo quando iniziarono a farsi pressanti gli interventi romani per la tutela dei propri interessi economico-espansionistici verso il sud dell'Italia, con la nota tattica del "divide et impera".

 
Italici
Affresco della tomba a cassa n. 114 del IV secolo a.C. rinvenuta nella necropoli di
Andriuolo nei pressi di Paestum e raffigurante una scena di battaglia (7).
 


LA SOCIETA'

I Sanniti non hanno lasciato, o almeno non ci sono pervenuti, documenti o codici o semplici scritti che possono oggi aiutarci a descrivere il loro assetto sociale, politico ed economico. Solo le fonti classiche ci permettono, congiuntamente alle attività archeologiche, di ricostruire per grandi linee quella che poteva essere la vita quotidiana di questo antico popolo.
Il Sannio, al pari di altre regioni, ebbe un processo di sviluppo alquanto lento fino al periodo delle guerre contro Roma. Il contatto con i Romani, o meglio lo scontro con i Romani, sviluppò e rafforzò molto la loro concezione politica di Stato e, di conseguenza, si ebbe una repentina rinascita della loro organizzazione sociale, come il contatto con gli Etruschi della Campania migliorò l'attività commerciale e lo sviluppo culturale, e la civiltà greca influenzò le convinzioni religiose.

Teano, gioielli in oro con decorazione
in filigrana (fine IV secolo a.C.)(8)
 
Nella società sannita non esistevano ricchezze concentrate nelle mani di pochi personaggi che calamitavano le attività produttive a discapito del resto della popolazione. Vi erano nuclei familiari particolarmente agiati che emergevano sulla massa contadina e dedita alla pastorizia e che spesso caratterizzavano determinati territori del Sannio, ma la loro agiatezza veniva ripartita con il resto della popolazione, quasi a sottolineare l'importanza che i legami di gruppo avevano nell'educazione sociale sannitica a discapito dei personalismi e delle sopraffazioni.
Infatti non esistevano latifondisti o proprietari di grandi appezzamenti terrieri per il semplice fatto che i territori compresi nei "pagi" erano sfruttabili da tutti coloro che possedevano animali da far pascolare nelle enormi distese verdi degli altopiani appenninici, pagando all'amministratore statale dei luoghi il giusto compenso.
Il declino dello "Stato Federale del Sannio", avvenuto in conseguenza delle guerre contro Roma, favorì l'adozione di un atteggiamento consono alla mentalità dei "nuovi amministratori" che propendevano verso un tipo di economia basata più sull'iniziativa individuale che su quella collettiva. Per Roma era più facile tassare un latifondista che una moltitudine di pastori. Dopo la conquista romana, i Sanniti dovettero adeguarsi al nuovo stato sociale per sopravvivere in un mondo dove le antiche e nobili regole degli avi erano state abrogate.
La schiavitù non dovette essere una pratica molto seguita proprio per il metodo in cui la società sannitica era organizzata. Tutti avevano la massima libertà di affermare le proprie opinioni, tanto da criticare apertamente nelle assemblee i propri magistrati.
Per questa ragione, i Sanniti ebbero una evoluzione sociale basata sulla eguaglianza dei diritti e sul rispetto delle leggi, in relazione ai principi che formavano ed accrescevano l'individuo, tra cui il rispetto della famiglia e degli anziani e, non ultimo, il buon governo del territorio (9). Questi erano i fondamenti dell'ideologia politica sannita, e dalla famiglia con il suo territorio si giungeva all'idea di unità popolare e quindi di Stato. Dal vicus per giungere alla touto.
  Alfedena - Collare con pendagli
Collare in bronzo con pendagli.
Museo Archeologico di Alfedena (AQ)
Sia il clima sia la diffusione della pastorizia imponevano ai Sanniti l'uso di indumenti di lana che veniva lavorata dalle donne con il fuso per poi essere colorata e venduta. Gli ornamenti erano solitamente di bronzo, qualche volta d'argento o d'oro. La donna portava anelli, collane girocollo con pendenti e bracciali, come quelli con terminali riproducenti cerchi e spirali (chatelaine) ritrovati in molte sepolture sannite. L'uomo indossava bracciali bronzei con raffigurazioni varie, come animali e forme geometriche ed essendo particolarmente attento
all'aspetto ed alla prestanza fisica, usava indossare candide tuniche strette alla vita con un cinturone metallico o di cuoio duro, agganciato e regolato con fermagli.
Proprio il cinturone era l'emblema dell'uomo sannita, era il segno distintivo della raggiunta maggiore età. Aveva valenza sia civile che militare ed era formato da una lunga striscia metallica, cesellata e borchiata, chiusa con fermagli raffiguranti soggetti vari, anche mitologici. L'interno era foderato ed imbottito con cuoio o tessuto, fermato al metallo con ribattini e graffe. Numerosi sono i cinturoni ritovati nei corredi delle sepolture in tutto il Sannio.
Erano ottimi guerrieri e usavano dimostrare la propria prestanza fisica con giochi di combattimento che avvenivano durante feste e banchetti ma anche in occasioni di manifestazioni funebri per la commemorazione di importanti personaggi. Di solito la lotta finiva con la messa a terra dell'avversario.
  Il corridore del Monte Cila
Il corridore del
Monte Cila
V sec. a.C. (10)
Spesso il premio finale era un cinturone, allora come oggi. Infatti non è raro vedere negli odierni combattimenti come la boxe o la lotta, giovani atleti sfidarsi per la conquista del simbolico premio del cinturone di categoria. All'epoca questi giochi venivano organizzati anche per scegliere i giovani migliori da maritare con fanciulle di particolare bellezza, in modo da evitare contese sfocianti in modi molto più tragici.


 
Cinturone da Castel Baronia (AV)
Cinturone in bronzo da Castel Baronia (AV) - seconda metà del V secolo a.C.
 

 


I GLADIATORI

Il contatto con i Romani trasformò i combattimenti e le rappresentazioni di forza, svolte in rare importanti occasioni, in tutt'altra cosa. Entusiasti di queste competizioni, i Romani le importarono nella loro società trasformandole in avvenimenti agonistici di particolare violenza. Dopo l'annessione del Sannio a Roma, la lotta tra guerrieri in un'arena divenne lo sport nazionale.
 


Affresco di combattimenti ludici in onore
del defunto. Paestum - V secolo a.C.
Erano nati i Gladiatori.
Tra le più antiche testimonianze di un combattimento gladiatorio svolto a Roma si ricorda quello avvenuto nel Foro Boario nel 264 a.C. organizzato dai nobili fratelli Marco e Decimo Giunio Bruto per commemorare la morte del padre. Da allora i "Giochi Gladiatori", chiamati "munus", ebbero un enorme successo tanto che solo pochi decenni dopo, nel 216 a.C. in occasione dei funerali di un importante uomo politico romano, furono più di 40 i gladiatori che si affrontarono in combattimento e per le esequie di Publio Licinio nel 183 a.C. furono più di cento a scendere nell'arena. Queste competizioni all'inizio erano svolte all'aperto, in recinti lignei dove gli spettatori si accalcavano a ridosso degli sfidanti.
Samnes
Bassorilievo gladiatorio.
Roma. Museo Archeologico Nazionale.
 
In seguito, quando i combattimenti d'arena divennero gare seguitissime dai Romani, furono costruiti veri e propri monumenti dove veniva esaltata tutta la violenza che questi giochi esprimevano, tanto da arrivare a costruire nel I secolo d.C. l'arena più imponente di tutti i tempi, il Colosseo. All'inizio, intorno al III secolo a.C., i combattimenti gladiatori venivano strettamente associati ai Sanniti, quando per "samnes" si indicava una particolare armatura gladiatoria e solo tempo dopo furono introdotti altri tipi di combattenti come i Traci, che furono portati da Silla ed i Galli arrivati a Roma come schiavi dopo la sottomissione dei loro territori da parte di Giulio Cesare.
Fino alla fine del II secolo a.C. i termini "gladiatore" e "sannita" erano sinonimi.
Il Samnes secondo Livio (11) era munito di un elmo provvisto di cresta, un alto scudo ed un solo schiniere sulla gamba sinistra.
Scrive Tagliamonte (12) "... proprio i Sanniti sono l’unica tra le popolazioni italiche ad avere fornito ai munera gladiatoria romani un'armatura di tipo etnico, appunto quella del samnes, il "sannita", attestata da fonti letterarie, epigrafiche e iconografiche. Una circostanza questa certo non casuale, che andrà di sicuro addebitata al ruolo di "nemico storico" dei Romani concordemente attribuito dalla tradizione antica ai Sanniti, al pari di quello poi avuto da Galli e Traci, le altre due popolazioni che forniranno più tardi le sole altre due armaturae di tipo etnico, il gallus e il thraex; e che, per l’appunto, andrà verosimilmente spiegata anche con l’incidenza che l’armamento doveva avere sul piano ideologico ai fini della definizione dell’immagine stessa dei Sanniti nella rappresentazione antica".
Tra i gladiatori sanniti più famosi si ricorda Lucilio di Isernia, detto l'Aesernino, che alla fine della carriera divenne "Doctor" cioè addestratore di gladiatori. Le sue gesta nell'arena risalgono al periodo dopo la "Guerra Sociale" cioè intorno alla metà del I secolo a.C. La sua palestra gladiatoria era a Capua e, per la concomitanza dei tempi e dei luoghi, non si esclude che possa essere stato uno degli addestratori di un grande gladiatore tracio, Spartaco.

 

 

   NOTE

 

(1) Un'epigrafe osca di Pietrabbondante (iscrizione Vetter 149) e una moneta del periodo della guerra sociale riportano la scritta SAFINIM, cioè la denominazione osca corretta del nostro popolo. Negli ultimi decenni si ci è chiesto se la forma italica SAF può essere una derivazione del più antico SABH. Infatti "safinim" "... potrebbe essere una distorsione del nome "sabini", per il fenomeno dell'assimilazione imperfetta di un suono precedente al seguente, in cui le consonanti labiali passano innanzi ad "n" nella nasale e quindi potremmo aver avuto "Sabini - Sabnites - Samnites..." (Di Geronimo - Studi di toponomastica sannita - Napoli 1962).

(2) Il nome dato dai Greci pare abbia origine da un tipo di arma utilizzata dai Sanniti in guerra. Era un tipo particolare di lancia, dal fusto sottile in legno e dalla cuspide formata da una punta metallica a forma di foglia di salice molto allungata che ne influenzava l'assetto durante il lancio. Quest'arma, quasi un lungo coltello unito ad una sottile asta, era efficiente alle brevi distanze, prima di affrontare il nemico con la spada. In combattimento i guerrieri sanniti di solito ne portavano una coppia mantenuta nella mano il cui braccio sorreggeva lo scudo. In questo modo il nemico veniva atterrito con armi simili a dardi, provocandone tali ferite che la spada veniva utilizzata solo per finire l'avversario.
I Greci chiamavano quest'arma "saunia" per cui il nome Sanniti.
(Sull'argomento vedi anche la prima parte della sezione dedicata alle monete sannitiche, la pagina dedicata all'antica città di Sannia e l'articolo di John Patterson).

  Guerriero sannita
Affresco con guerriero sannita
Paestum, IV secolo a.C.
 

(3) Fra tutte le antiche leggende e tradizioni delle genti dell’Abruzzo e del Molise quella relativa alla migrazione per la quale i Sabini divennero Samnites è la più ampia e la più circostanziata. Essa merita di essere riferita in tutti i suoi particolari, così come ci è stata trasmessa dagli antichi, e di essere integrata per quel tanto che l’integrazione può contenere elementi di una realtà storica; infatti l’esodo dei Sabini va inteso come un episodio, rimasto tenace nella memoria degli emigrati, della grande diaspora che disseminò genti sabelliche dal centro della Penisola in gran parte dell’Italia centrale e meridionale.
Tra Sabini e Umbri era scoppiata una contesa. Poiché gli uni e gli altri erano essenzialmente pastori - almeno quei nuclei delle due comunità che, confinando, non potevano non occupare le conche dell'aquilano e del reatino - c'e da supporre che la contesa fosse a causa dei pascoli. Nella rissa i Sabini erano usciti vittoriosi, ma subito dopo la vittoria si erano verificate calamità di ogni genere, sicché era sembrata evidente una avversa volontà divina. I Sabini interrogarono allora un oracolo che esisteva - si è supposto - tra Antrodoco e Cittaducale, presso Paterno, località ricca di acque sulfuree. Nell’antichità vi era esistito un solo lago, ma assai grande, formato dall’impantanarsi del Velino, in mezzo al quale galleggiava un’isoletta mobile. L’isola era stata indicata agli Aborigeni dall’oracolo di Dodona come il luogo presso il quale avrebbero dovuto fondare la loro città, Cutilia.
Successivamente i Sabini, sostituitisi agli Aborigeni, avevano fatto della zona un loro centro religioso, dotato di un veneratissimo oracolo. Fu quell’oracolo, appunto, a rivelare che causa delle calamità sabine era l’ira di Marte, principale divinità degli Umbri. Per placarlo, ogni maschio che avesse visto la luce al ritorno della buona stagione avrebbe dovuto essere a lui consacrato. Ora, consacrare equivaleva a sacrificare, immolare in onore del dio, e poiché l’oracolo non specificava di qual sorta di maschi fosse questione, si può ben immaginare l’animo dei Sabini nell’ascoltare il responso. Tuttavia, interrogato nuovamente, l’oracolo precisò che a Marte, dio della forza vitale (e non ancora dio della guerra), sarebbe bastato il sacrificio di agnelli, capretti e vitelli, ma che i nati dell’uomo in quella primavera fatale, giunti alla piena adolescenza, si sarebbero dovuti staccare dalla comunità e, seguendo segni che il dio avrebbe mandato, avrebbero dovuto cercare una nuova patria in terra straniera. A guidarli sarebbe stato un bue a lui sacro che, sostando, avrebbe segnato la meta. Quale mistico bovaro e, forse, capo religioso della spedizione, la scelta divina cadde su un certo Comio Castronio.
Quale via indicasse il bue agli emigranti non è detto dagli storici che riportano la leggenda. Questa aggiunge solo che l’animale li condusse nella terra degli Opici, il Molise, e infine si arrestò dove era un colle chiamato Sannio. Il colle fu il centro della nuova comunità che da esso avrebbe poi preso nome. In realtà del nome Sannio si davano anche altre spiegazioni: alcuni volevano che esso derivasse da "saunion", un particolare tipo di lancia; altri avevano visto il legame tra il nome dei Sabini e quello dei Samnites (Plin. N.H. in, 106). Una primavera sacra sarebbe anche all’origine dei Marrucini, derivati dalla comunità dei Marsi dai quali avrebbero preso il nome. Ma migliore testimonianza si ha per quella dei Picentes, originariamente anch’essi Sabini, mossi dalle loro sedi primitive sotto la guida di un picchio che si era appollaiato sulle loro insegne.
(Tratto da - V. Cianfarani, L. Franchi dell'Orto, A. La Regina: "Culture Adriatiche Antiche di Abruzzo e Molise" - De Luca Editore Roma 1978)

(4) Il disegno è tratto da: "Enzo Biagi - Storia di Roma a fumetti" - Edizioni Mondadori De Agostini - Novara 1988

(5) G. DE SANCTIS - Storia dei Romani Vol.1 - La Nuova Italia Editrice - Firenze 1907 - 1979

(6) Cales (CE) - Località "Il Migliario". Olla con coperchio ed anse a ponticello derimenti in protomi di animale. Sepoltura femminile a inumazione. Prima metà del VI secolo a.C.

(7) Il rinvenimento di questa tomba a cassa con le pareti affrescate è abbastanza recente. Tra le tante ipotesi fatte su ciò che l’artista abbia voluto raffigurare per esaltare le gesta del defunto proprietario, emerge su tutte quella che indica come ambientazione dell’opera le Forche Caudine e quindi un episodio legato ad esse che vede il defunto come soggetto principale, artefice di una clamorosa azione militare da “ricordare” ai posteri. Per approfondire l'argomento vedere il libro di Cavalluzzo & Fusco "Anno 321 a.C. Le Forche Caudine ed il Trattato della Vergogna" citato in Bibliografia e riportato nella sezione Libri e CD Rom.

(8) I gioielli in oro, di splendida fattura, furono ritrovati nel territorio di Teano, durante gli scavi della necropoli di Gradavola, nella tomba n.79 a cassa di tufo dipinta, con copertura a doppio spiovente, risalente alla fine del IV secolo a.C.

(9) Un episodio delle Guerre Sannitiche evidenzia il profondo rispetto che si aveva del giudizio espresso dagli anziani uomini di grande esperienza, come poteva esserlo Erennio Ponzio. Condottiero sannita durante le prime fasi delle guerre contro Roma, era il padre di Gavio Ponzio, il Meddix che sconfisse i Romani alle Forche Caudine. Durante lo svolgersi dell'azione bellica il Meddix chiese consiglio proprio all'anziano padre sul come condurre l'epilogo della vicenda (a riguardo si veda la pagina dedicata alle Forche Caudine).

(10) Il Corridore del Monte Cila è una statuina in bronzo ritrovata nel 1928 nei pressi del Monte Cila vicino ad Alife (CE). Raffigura un giovane atleta che innalza al cielo, dopo la vittoria, il meritato premio: un cinturone. Unica nella sua bellezza ed armoniosità proporzionali, la statuina risente dell'influsso greco nella fattezza in generale ma anche nella meticolosità dei particolari. Databile intorno al secondo quarto del V secolo a.C., forse venne realizzata a Neapolis.

(11) Tito Livio (a.U.c. 9-40) descrive come i Romani facessero indossare ai gladiatori campani le armi sottratte ai nemici sanniti in battaglia.

(12) G. TAGLIAMONTE - Arma Samnitium in MEFRA 121/2 - 2009 p.381-384

 

 


Pagina successiva - Il Territorio Torna alla Home Page Pagina precedente - Prefazione

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia
ARCHITETTO DAVIDE MONACO