SANNITI

IL TERRITORIO SANNITA DEL
FLUBIO-RIVUS SICCUS
E LO SCONTRO CON ROMA

Mimma De Maio

 

L’insediamento sannita della conca solofrana, per le caratteristiche difensive del territorio, permise a questo popolo di aprirsi sulla pianura tra Salerno e Nocera in una posizione di sicurezza. Le rocche di Castelluccia e di Chiancartola poste a nord-ovest e a sud-ovest della conca infatti la trasformavano, per quelli che provenivano dalle pianure dell’Irno e del Sarno, in un rifugio molto più sicuro di altri bacini vallivi. Nello stesso tempo esso assolveva, con il punto chiave di Castelluccia, facilmente raggiungibile dall’interno, alla importante funzione di controllo e di protezione dei tentativi di penetrazione verso la pianura campana. Da questa parte del territorio sannita lungo tutto il V secolo i Sanniti-Hirpini "scesero nella pianura fino alle rive del Sarno" e procedettero "in direzione di mezzogiorno fino alla valle del Sele" in un’ampia azione di occupazione della pianura fino a che tutta la regione, da Salerno all’Adriatico, "fu da essi unificata più che militarmente, linguisticamente e civilmente".

Le confederazioni sannite della pianura, ampie e poco coese, permisero ai focolai greci ed etruschi della Campania di influenzarne la koinè specialmente nella parte del territorio a suo più diretto contatto. Ciò è riscontrabile proprio nel bacino del flubio-rivus siccus dove sono chiari i segni di questo processo di integrazione. Infatti gli elementi ricavati dall’analisi del materiale tombaceo restituito dai giacimenti di Starza di Solofra aggiunti alle modalità di inumazione e a quelle di altri ritrovamenti più a valle insieme a considerazioni di ordine generale connotano la zona nell’area di influenza greco-etrusca.

Questo territorio fu interessato dallo scontro che, dalla metà del IV secolo a tutto il III secolo, vide i Sanniti contro i Romani, parte delle cui guerre furono combattute in Irpinia coinvolgendo proprio le zone di confine con la Campania e cioè la via del rivus siccus e il punto strategico di Castelluccia, attraverso cui si giungeva nella parte del territorio della tribù sannita degli Hirpini occupata dagli Abellinates, che aveva come centro fortificato l’oppidum Abellinatium e di cui Castelluccia era l’unico presidio difensivo. Sicuramente il bacino del flubio rivus siccus fu una di quelle località, non citate dalle fonti storiche, prive di dati topografici, o anche quelle citate ma tuttora non identificate.

Durante il secondo conflitto (326-304 a.C.) le fortezze su questa parte meridionale del Sannio furono interessate agli scontri specie in occasione della battaglia di Clodio quando il passo di Castelluccia ne fu senza dubbio coinvolto tenendo presente che sulla via di accesso al territorio degli Hirpini, per chi veniva dalla Campania meridionale percorrendo la Capua-Rhegium, si trovava da una parte la filosannita Nola dall’altra Castelluccia e che i consoli T. Vetrurio Calvino e Spurio Postumio Albino penetrarono separatamente dalla Campania meridionale verso Maleventum mentre il condottiero sannita Gavio Ponzio pose i suoi uomini sulle fortezze che dominavano il cammino dei Romani (Livio, IX e X). Non si conosce il percorso fatto dai consoli, si può considerare solo che Roma aveva posto sotto il suo controllo Napoli quindi non aveva da temere da questa parte della pianura campana per concludere che la via del flubio rivus siccus non potette non essere coinvolta nei fatti bellici.

La terza guerra sannitica (298-290 a. C.), combattuta nel Sannio irpino, vide il fronte tirrenico interessato da una vasta opera di rinforzo delle fortificazioni sannite sulle zone montuose. Se queste opere, di cui parla Dionigi di Alicarnaso (XV, 55) e che si resero necessarie sia per rispondere ai trattati di alleanza stipulati da Roma con Neapolis, Capua e Nuceria, sia per sostenere le conquiste sannite, non sono state trovate ciò è dovuto al materiale riutilizzabile e facilmente reperibile. Durante tutto il conflitto comunque questo territorio fu continuamente attraversato dalle armate romane che attaccarono quelle fortezze tra cui la stessa Abellinum.

Ancora questa parte dell’antico Sannio fu colpito dalle distruzioni che seguirono: Livio parla di più di cento villaggi fortificati devastati e di molti luoghi conquistati da Postumio Megello per controllare, tra gli altri, proprio il territorio degli Hirpini. Certo è che gli Abellinates, alleati nella lega sannitica contro Roma, subirono le conseguenze delle sconfitte e furono costretti a cedere parte delle terre che diventarono ager romanus e a subire l’alleanza con Roma (290 a.C.).

Ancora la indomita tribù sannita degli Hirpini ripose le sue speranze di riscossa nella guerra tarantina quando si schierò a fianco di Pirro (280-275 a.C.). Il suo territorio in questa occasione subì i danni maggiori poiché fu teatro di molti scontri. I Romani poi, terminata la guerra, iniziarono una politica di isolamento della tribù rispetto alle altre secondo il loro principio del "divide et impera". Da allora gli Hirpini perdettero l’antico nome di Sanniti; infatti il territorio, ulteriormente limitato dall’ager publicus, fu separato da quello del Sannio e controllato, all’interno dalla colonia militare di Compsa, e, all’esterno, dalle nuove colonie romane di Paestum (273 a.C.) e di Beneventum (268 a.C.). Inoltre al confine sud-occidentale, un tratto del quale è segnato dal territorio del flubio-rivus siccus, fu istallata la colonia dei Picenti (268 a.C.).

In seguito a questa profonda ristrutturazione i territori irpini furono ulteriormente spinti nell’ambito dell’influenza campana, cosa che si evidenzia nella divisione del territorio italiano, ormai sottomesso, fatta da Augusto, quando gli Hirpini furono inclusi nella I Regio, il Latium et Campania, e non nella IV, il Samnium.

Anche le vicende della seconda guerra punica (209 a.C.) interessarono l’Hirpinia e il bacino del flubio-rivus siccus. Dopo Canne infatti gli Hirpini si unirono ad Annibale cedendogli le loro roccaforti per cui gli eserciti romani ebbero precluse, dice Livio, le vie dell’agrum hirpinum. Si deve ritenere che queste fossero state rinforzate dopo le distruzioni delle guerre precedenti, come dimostra il fossato antistante l’oppidum in opus quadratum di Abellinum che l’indagine archeologica ha posto in luce e che è "da far risalire ad età pre-annibalica".

Come si è visto le vie di accesso al territorio irpino sul confine campano erano Nola e Castelluccia. Di queste, poiché la prima fu presa dal console M. Marcello Claudio, che attraverso di essa fece varie puntate contro gli Hirpini, si deve pensare che la seconda, Castelluccia, posta su di una via più protetta e disagevole sia rimasta in mano al generale cartaginese, per poi essere abbandonata quando, come dice Appiano, costui distrusse i centri che non potette difendere.

Conseguentemente il territorio del flubio-rivus siccus fu incluso in quell’agrum hirpinum attraversato e devastato dal console Fulvio come ritorsione romana.

Dopo questa ulteriore prova di spirito di autonomia da parte degli Hirpini, le confische territoriali romane si estesero a quasi tutto il territorio e iniziò la vera colonizzazione. Roma infatti occupò un vasto "ager publicus populi Romani" appartenente soprattutto a quelle popolazioni che si erano date ad Annibale. In questo "ager" ci furono i territori degli Abellinates. Nell’agro picentino fu invece istituita, vicino all’etrusca Hirna, l’importante colonia marittima di Salernum (197 a.C.) che servì per un immediato controllo del territorio degli Hirpini proprio dalla parte del bacino del flubio-rivus siccus, compito dato alla colonia dalla "Lex Atinia de coloniis deducendis".

Vale sottolineare che la floridezza di Salernum, posta allo sbocco della valle dell’Irno e trasformata in un'avanzata sentinella dal carattere economico e militare, dipese dall’essere allo sbocco delle comunicazioni con l’Irpinia lungo la via Popilia che passava alle spalle della città sulla quale c’era il rotarico, la tassa che si pagava a Rota dove terminava la via del rivus siccus (che sarà la romana via antiqua que badit ad Sancta Agatha) e che divenne un’importante stazione di valico tra la valle dell’Irno e quella del Sarno. E vale ancora indicare che la terra irpina fu tributaria di un intenso flusso migratorio verso Salernum, causato dalla trasformazione dell’ager in latifondo in mano ad aristocrazie locali o romane con grandi aziende - villae rustiche - e dalla ripresa della pastorizia transumantica.

A noi piace terminare questo intervento citando le parole di Livio: "Fummo dapprima […] noi [Irpini] da solo nemici del popolo romano poiché le nostre forze potevano difenderci" (XXIII, 42 2); e ancora: "Ormai non potevano [gli Irpini] reggersi […] ciò nonostante non desistevano dalla lotta: con tanta tenacia difendevano la libertà […] e preferivano essere vinti piuttosto che rinunziare a tentare la vittoria" (X, 31, 14) perché risalta in esse, pur attraverso il filtro liviano, una caratteristica di questa popolazione, austera ed orgogliosa che fa leva sulle proprie forze né si annulla nell’azione degli altri, e perché si può dare un’altra interpretazione a quanti parlano della disposizione del popolo irpino alla ribellione, infatti la caratteristica degli Irpini qui appare essere invece un forte senso della propria individualità che è la cifra con la quale si può definire il "carattere irpino".

           Mimma De Maio

 

 

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