Sanniti Irpini - Aequum Tuticum e la sannita Touxion.
SANNITI

ALLA RICERCA DELLA LEGGENDARIA TOUXION
ORIGINI E ROVINA DI
AEQUUM TUTICUM

Domenico Petroccia
Introduzione di Domenico Cambria.

 

"Non è troppo frequente nella storia che una città scompaia del tutto, senza lasciare alcuna testimonianza letteraria o archeologica di sé, se non il ricordo del nome... così inizia il Petroccia, parlando di Aequum Tuticum, una delle città più importanti del Sannio, viva e attiva sino al tempo di Onorio (395-423 d.C.), poi distrutta, come fu distrutto tutto l’Impero romano.
Molti furono gli scrittori, gli storici e gli archeologi che cercarono inutilmente di localizzarla. Tra i tanti, il Fedele nel 1928, che scriveva "La città di Ariano Irpino nella storia e nella leggenda; poi il Sogliano, sempre nello stesso periodo, con Aequum Tuticum. Solamente nel 1744, dai computi miliari risultanti dagli Itinerari romani e dalla tavola Peuntigeriana, il geologo francese D’Anville sostenne che Aequum Tuticum si trovasse nelle vicinanze di Castelfranco in Miscano (BN). In base a ciò, cinquant’anni dopo, lo storico locale Vitale condusse appropriate ricerche in merito alla contrada denominata Sant'Eleuterio di Ariano Irpino, a confine con Castelfranco in Miscano, evidenziando che il luogo era stato abitato almeno in epoca romana.
Posta all’incrocio tra la Traiana, che da Benevento giungeva a Brindisi, da una diramazione della Valeria, proveniente da Corfinio e diretta a Brindisi, dalla via Herculia diretta a Potenza, da un braccio dell’Appia che la collegava con Fioccaglie (Grottaminarda), con il tratturo "Pescasseroli-Candela" che tagliava in via trasversale l’intero Sannio, ed ancora con la Traiana e la Popillia che conduceva a Reggio Calabria, per il Vitale, essendo del posto, identificare Aequum Tuticm, si fa per dire, non fu difficile! Da questo i primi scavi, i primi reperti, tutti gelosamente custoditi presso la Soprintendenza di Napoli, ad arricchire gli umidi sotterranei! Ma furono gli studi dello storico beneventano Domenico Petroccia, a fare emergere quello che per molti è ancora un mistero: la scoperta della leggendaria Touxion!
Il primo tra gli antichi che cita Aequum Tuticum è Cicerone, per una sua corrispondenza avuta con Pomponio Attico, che scriveva appunto da Aequum Tuticum così dicendo: "sosta obbligata verso l’Apulia e città di elevata condizione sociale in quanto fornita di ogni comodità". Durante il periodo di Traiano (II secolo d.C.) Aequum Tuticum è conosciuta un po’ da tutti: evidentemente la Traiana le aveva dato grande impulso. Dopo il Vitale, il Nissen non ebbe dubbi a riguardo, mentre il Preller avanzò addirittura l’ipotesi che l’Afrodite Nicefora di Aequum Tuticum, avesse qualche rapporto con la statua della Venere Victrix esistente in Campidoglio. In questo modo il Preller sostenne chiaramente che presso Aequum Tuticum esistesse una statua di Venere Victrix. Ma, ed è qui che il Petroccia comincia a capire di avere scoperto qualcosa di eccezionale, lo storico scopre che lo Pseudo-Plutarco (dell’età di Traiano), faceva in più testi menzione di Aequum Tuticom appellandola Touxion, la metropoli dei Sanniti, riconoscendole un ruolo addirittura di preminenza su tante rinomate città del Sannio, aggiungendo tra l’altro una notizia a dir poco sconvolgente: Fabio Fabriciano, con suo padre, console e pro-console in Hirpinia durante la III Guerra Sannitica, avrebbe asportato da Touxion e portata a Roma una statua di Afrodite Nicefora, venerata dai suoi abitanti come "dea apportatrice di vittoria".
Tutto questo è sconvolgente e ci chiediamo come sia stato possibile che un lavoro del genere sia rimasto sepolto negli scaffali della Biblioteca Nazionale di Napoli, senza che nessuno si fosse accorto di quello che conteneva.
Ma, a parte ciò, l’Afrodite Nicefora di Aequum Tuticum potrebbe anche identificarsi con la dea del santuario della Valle d’Ansanto presso Rocca San Felice (AV). Infatti il nome greco non può creare equivoci con l’Afrodite classica, ma indica solamente la Venere italica, quella appunto chiamata "Mefis fisia", con il suo carattere antichissimo di divinità primogenia: era la Dea Madre, riconsacrata poi da Lucrezio, fonte delle forze generatrici della natura e preposta alla fertilità stagionale presso molti popoli del Mediterraneo.
L’ultima notizia storica su Aequum Tuticum, risalente al dopo Cristo, ce la fornisce Servio, che, al tempo dell’imperatore Onorio (395-435) ricorda le origini leggendarie di Aequum Tuticum, ricollegandola a Diomede che, dopo la distruzione di Troia, sbarcò sulle coste del Gargano fondando successivamente le città di Troia (in Puglia) e di Malventum (Benevento). Ma è già il Solino, del III secolo, a riconoscere Aequum Tuticum nella leggenda di Diomede. Lo stesso dicasi da parte di Virgilio, Orazio e Ovidio. Ma la tradizione diomedea risale addirittura al IV secolo a.C., riferita dagli storici Timeo e Licofrone.
La prima volta che lessi queste notizie, restai di sasso; come di certo lo saranno coloro che leggeranno queste righe. Con questo non vogliamo assolutamente sostenere di avere rintracciato, tramite il lavoro del Petroccia, la leggendaria Touxion, la città che gli archeologi stanno ancora cercando di ubicare in qualche parte del Sannio, seguendo gli erronei consigli del Salmon, al quale va certamente il merito di avere ricomposto la storia del Sannio e dei Sanniti, ma con grandi dubbi per quanto riguarda alcuni concetti espressi sull’Irpinia. Infatti, com’è possibile tessere le lodi agli Hirpini, il loro ardore condotto dopo la III Guerra Sannitica con l’alleanza fatta con Pirro, che si trovava a Taranto, con quella di Annibale che si trovava nella vicina Canne, poi ancora con Mario contro Silla, sino all’estremo sacrificio di Porta Collina, poi addirittura cancellati dagli annali storici di Roma?
E dire che per il Salmon sarebbe stato riduttivo andare in Irpinia per il solo fatto che questa regione non aveva montagne che supervano i 1300 metri di altezza (!!!), e fiumi navigabili (???). Ecco, è in questo modo che gli storici e gli archeologi fuorviano o vengono fuorviati da affermazioni che esulano dal carattere scientifico degli studi. Cambia così la storia? Non lo crediamo, ma forse abbiamo solo posto dei tasselli al posto giusto, intorno ai quali occorre aprire un necessario dibattito.




Il territorio interessato dallo studio del Petroccia.

 

 

ORIGINI E ROVINA DI AEQUUM TUTICUM


Testimonianze archeologiche e storiche.

Non è troppo frequente nella storia che una città scompaia del tutto, senza lasciare alcuna testimonianza letteraria o archeologica, salvo il ricordo del nome; è un singolare destino, che aumenta il fascino delle ricerche, legate all’intuizione ed al coordinamento di rare fonti, ma allontana la possibilità di un’indagine completa e definitiva.
Questa sorte toccò ad Aequum tuticum, una delle più importanti città del Sannio antico. Esisteva ancora verso la fine dell’impero romano, al tempo di Onorio (395 - 423 d.C.), ma nei secoli successivi scomparvero fin le rovine, come se l’intera città fosse stata travolta nella crisi di Roma e sommersa dalle ondate dei barbari. Qualche documento medioevale ne conservò ancora il nome, deformandolo: ed il nome stesso fu poi dimenticato per circa un millennio, finchè gli Umanisti lo riesumarono nella loro appassionata interpretazione delle fonti classiche (1). Gli scrittori successivi - sulla scorta del Cluverio - tentarono di localizzare l’antica città, confondendola tuttavia col vicino centro medioevale di Ariano Irpino; l’equivoco si protrasse fin quasi agli inizi del secolo scorso (XIX n.d.r.) sicchè ancora oggi poco si sa delle vicende di Aequumn tuticum (2).
Il secolare problema fu avviato verso l’indagine critica nel 1744 dal geografo francese D’Anville, il quale - sulla base dei computi miliari risultanti dagli Itinerari romani e dalla Tavola Peutingeriana - fu in grado di dimostrare che la città di Aequum tuticum, ormai completamente distrutta, doveva sorgere nelle vicinanze di Castelfranco in Miscano (3). L’ipotesi ebbe conferma cinquanta anni dopo, quando il Vitale condusse le indagini sul posto e mise in luce alcuni reperti archeologici nella contrada di Sant'Eleuterio, sulla strada che da Castelfranco mena al bivio di Camporeale (4). Si trattava di poche epigrafi e di qualche colonna miliare, emerse in quella zona: segno evidente che il luogo era stato abitato almeno in epoca romana, anche se nessuna struttura edilizia confermava l’esistenza di una vera e propria città.




Parte del segmento V della Tabula Peutingeriana.
Al centro dell'immagine, al di sopra della stilizzata catena appenninica, è segnata Aequotutico, tra Hercul Rani (il santuario sannitico di Ercole Curino a Campochiaro)
e Foro Novo. Nella parte inferiore della carta, dagli Appennini al mare, è raffigurato l'Agro Campano ed in basso a sinistra il golfo di Pozzuoli ed a destra la Penisola Sorrentina.


Il terreno infatti costituiva di per se stesso la sede naturale di un centro abitato, poichè si estendeva alla confluenza delle grandi arterie di Puglia e di Calabria, dove era convogliato il traffico proveniente dall'interno della regione sannita con un sistema di strade secondarie, oggi non tutte identificate o identificabili. L’incrocio era costituito in senso trasversale dalla via Traiana, che da Benevento per Foggia e Canosa portava a Brindisi; ed in senso longitudinale da una diramazione della via Valeria proveniente da Corfinio attraverso l’alto Sannio ed - oltre la città - dalla via Herculia diretta a Potenza. In tal modo si poteva raggiungere la via Appia verso il nord a Benevento e verso il sud al ponte sull'Ofanto, con agevole comunicazione sulle direttrici di Roma e di Taranto, mentre era possibile collegarsi con il tratto superiore della stessa via Traiana a Lucera e con la via Popillia per proseguire fino a Reggio. Il nodo stradale costituiva dunque un mercato di smistamento di prim’ordine tra il Sannio, la Campania, l’Apulia e la Lucania.
La felice posizione geografica ha permesso di stabilire con certezza il luogo dove sorse la città. L’Itinerarium Antonini e l’Itinerarium Hierosolymitanum la inidicano rispettivamente a 21 e 22 miglia da Benevento (5); la Tavola Peutigeriana conferma la distanza e le località indicate nell’Itinerarium Hierosolymitanum (6). Con questi elementi e con i reperti archeologici è facile controllare lo stato dei luoghi, perchè alcuni toponimi sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. La via Traiana, che iniziava a Benevento sotto il famoso arco trionfale, seguiva il corso del Calore fino al ponte Valentino, tuttora esistente, e si inoltrava nella valle del Tammaro nel territorio di Paduli, ove furono rinvenute le pietre miliari del quinto e del sesto miglio (7).
La prima tappa degli Itinerari era prevista a "Forum novum", dopo dieci miglia: questa località, identificata in varie zone limitrofe dagli interpreti ignari dei toponiini locali, corrisponde senza dubbio alla contrada che ancora oggi si chiama Forno nuovo, presso il rione Sant'Arcangelo, oltre Paduli. Prima di giungervi la strada attraversa una località (detta Mercato vecchio, con esatta traduzione della voce forum tanto che si può pensare ad una tappa più breve e più antica, poi sostituita dal "Forum novum".
Di là la strada passava a sud di Buonalbergo e di Casalbore, raggiungendo la distanza del tredicesimo e del sedicesimo miglio come risulta dalle due pietre miliari ricollocate dal Vitale (8), e traversava il ponte in contrada Santo Spirito, che la gente del luogo chiama ponte dei Diavoli. Ne rimangono ancora cospicui ruderi, consistenti in un massiccio pilastro a blocchi calcarei con l’impostazione dell’arco in laterizi, che si regge in bilico come un masso compatto. Risalita la collina, la vista si apre sulla valle del Miscano che corre ad ovest della contrada Sant'Eleuterio. E’ un altopiano assolato e desolato, dove il silenzio incombe sul visitatore, dandogli la sensazione di aggirarsi in un chiostro irreale, che ha per arcate le volute altissime dei falchi da un capo all’altro del cielo. Il terreno, spoglio di alberi, non offre alcuna caratteristica che richiami alla mente l'aspetto di una zona archeologica, sia pure abbandonata. Sembra impossibile che qui sia sorta una grande città: l’unico segno di vita è ora ridotto a un gruppo di case coloniche, ma i muri di queste case sono spesso intarsiati di blocchi marmorei, alcuni con frammenti di epigrafi.
Oltre le case coloniche, dal valloncello asciutto e pietroso degrada un frantumio di marmi e di laterizi, che infestano il terreno arso di magre stoppie. Non altro rimane di Aequum tuticum, che si polverizza da diciassette secoli per alimentare poche spighe di grano. Sembra che dalla sommità del colle un turbine abbia travolto d’un colpo tutti gli edifici: quindi si ha lo sgomento di chi assiste ad una lunga ed impercettibile consunzione, quando "il tempo - per usare l’immagine del Foscolo - con le sue fredde ali spazza fin le rovine".
I reperti archeologici, tutti occasionali, sono conservati sul posto e si riducono a poche epigrafi che sfuggono agli studiosi e col tempo hanno disperse, poichè la zona è completamente abbandonata da ogni punto di vista ed è di difficile accesso (9). Ma gli agricoltori locali sanno bene di trovarsi in una importante zona archeologica, che forse non sarà mai esplorata, hanno amore e venerazione per quelle pietre, di cui sono gli unici custodi e non risparmiano fatiche per esplorare i ruderi che affiorano nei campi e per recuperare iscrizioni e frammenti di sculture.
Richiama subito l’attenzione un poderoso masso di pietra, sistemato presso un uscio, a guisa di mensola: è un blocco monolitico rettangolare, perfettamente squadrato, che reca sulla faccia più ampia una epigrafe a bei caratteri romani. Il primo tentativo di lettura dimostra - non senza sorpresa - che si tratta dell’epigrafe trascritta e pubblicata dal Guattani (10) nel 1787; l’usura degli uomini e l’erosione delle intemperie non sono riuscite a disperdere, in circa due secoli di abbandono, questa singolare testimonianza storica, resa inamovibile dalla sua stessa mole. L’iscrizione è ancora leggibile con sufficiente chiarezza:

I        O        M
C   ENNIVS  C   F   FIRMVS
PERMISSV   DECVRION   C   B
BENEVENTO   AEDILIS
II   VIR   ID   QVAESTOR
CVRATOR   OPERIS   THERMARVUM
DATVS   AB
IMP   CAESARE   HADRIANO   AVG

Il Vitale - nel riprodurre l’epigrafe - vi riscontrò una breve lacuna al quarto verso prima della parola aedilis (11), ma il Mommsen col suo infaticabile acume scoprì chiare tracce di abrasione sotto la stessa parola, con altre - per la verità assai dubbie - all’inizio del verso seguente (12). Certo è che l’abrasione si nota ancora oggi, perchè esistono segni di lettere scalpellate agli estremi o rifatte nel corpo della parola stessa: le prime due lettere cancellate sono poco chiare, ma sotto la prima lettera di aedilis si identifica con certezza una N e forse una I sotto l’ultima lettera, mentre alla fine della parola appare una O piuttosto marcata, nonostante l’abrasione. Ma anche il terzo verso dell’epigrafe - molto decentrato - ebbe qualche modifica, perchè reca la chiara aggiunta della sigla C B dopo l’abbreviazione della parola che precede. Evidentemente l’epigrafista incorse in una grave omissione, cui l’incisore rimediò siglando alcune parole e sostituendone altre in uno spazio obbligato, senza preoccuparsi troppo dei requisiti estetici o delle difficoltà ermeneutiche: di questo fatto esiste qualche altro esempio nell’epigrafla beneventana (13). Dunque l’iscrizione non è monca e può essere completamente interpretata.
Il Vitale rinvenne sul posto e trascrisse altre tre epigrafi, le quali si riferivano tutte ad iscrizioni sepolcrali, di epoca piuttosto tarda, dedicate a gente di diversa condizione (14). Queste non si trovano più a Sant'Eleuterio, nè è stato possibile appurare se sono custodite altrove. E molto probabile che siano andate distrutte, sicchè la lapide di C. Ennio Firmo è l’unica superstite tra i reperti più antichi.
Evidentemente insieme con queste lapidi molto altro materiale archeologico - che poteva fornire interessanti notizie sulla consistenza e sulla vita della città - è stato disperso in circa due secoli, dal tempo del Vitale ad oggi.
Sulla sommità del colle fu scoperto un pavimento a mosaico e notevoli strutture in fabbrica che si sviluppavano per la lunghezza continua di diecine di metri, conte risultò da saggi di scavi poi abbandonati. Nella stessa zona, sul viottolo che mena alla rotabile, si rivenne un’ara votiva, che fu poi sistemata all’ingresso del fondo sulla rotabile, dove ancora si trova, come punto di riferimento per la fermata delle corriere. Ecco l’epigrafe che - secondo informazioni assunte sul posto - non è stata ancora trascritta (15):

VIBIDIA SEX
LIBERT
FORTVNATA
VENERI POSVIT
L D D D

Altri rinvenimenti sono avvenuti in questi ultimi anni, perchè i lavori agricoli - che incidono in profondità con gli attuali mezzi meccanici - rovesciano, insieme col terreno, massi calcarei di notevole peso. E’ stata così recuperata - e si trova ora presso le case coloniche - una stele lapidea senza iscrizioni, con figure stilizzate in altorilievo rappresentanti una palma ed un quadrupede eretto in profilo, che non si può meglio identificare per l’incertezza del disegno e per i guasti. Un’altra lapide, sistemata anch’essa presso le case coloniche, reca questa epigrafe, ora trascritta per la prima volta:

D M CEIO RVFI
LIANO QVI
VIXIT ANNOS
XXXXIII SABENIA PR
OBA CVQ VIXI ANN
XX ME X CBMF

Ad est della contrada presso la rotabile - da cui provengono questi due reperti - si estende una vasta necropoli. L’aratura in profondità ha devastato gli impianti sepolcrali, tanto che il terreno è ridotto ad un conglomerato di ossa umane e di animali, di frammenti fittili e di pasta vitrea. E’ ancora sul posto una stele di arenaria, rovinata dal vomere che l’agganciò, su cui si può leggere la dedica agli Dei Mani ed alcuni nomi incerti, perchè le intemperie rodono il materiale friabile. E’ quindi impossibile ricostruire l’epigrafe, che sembra molto antica, sia per lo stile dei caratteri, sia per la rozzezza del taglio. Ogni lavoro di interpretazione o di integrazione risulta arbitrario: sarà opportuno trascrivere il testo, riproducendo le lettere sicuramente identificabili e segnalando le molte lacune o quelle che sembrano tali:

DIS MAN...
Q VESVEDI SEC/NDI
NICOPOLIS C/NI/BF...
NICOPOLIS SIBI...
...VIS/ROSSIAE//A

Ma le stesse costruzioni ora esistenti in Sant'Eleuterio - eseguite per buona parte con materiale rinvenuto sul posto - presentano blocchi di pietra con epigrafi sepolcrali. E’ chiaro che l'indagine si riferisce alle pareti esterne delle case più antiche ed alle strutture precarie eseguite a secco; sembra tuttavia che alcune epigrafi, visibili da vecchia data, non siano state ancora trascritte, sicchè può essere utile darne notizia. Un frammento, murato in una delle case coloniche a destra dell’ingresso, reca questa epigrafe mutila, con riquadro e caratteri di pregevole fattura:

NOCENTI PE...
TIMPANISTRIAE
MATRIS DEVM
...CON MARCVS
...MF

Poco più a valle esiste un porcile con muratura a secco che ha, come stipite dell'uscio, il frammento di una grossa colonna, cui aderisce una lapide sepolcrale in discrete condizioni. L’epigrafe invece presenta alcune lettore molto guaste che si possono interpretare soltanto con l’aiuto della trascrizione riportata dal Mommsen (16):


/ AVRELIO
STVDIORV/
/IA MAXIMA
CVM QVO VIXI
ANN XIII DIES
XXVI CON BMF

La maggior parte delle epigrafi ha - come si vede - carattere sepolcrale, salvo quelle di Ennio Firmo e di Vibidia. Il fatto non è nuovo, anzi caratterizza i rinvenimenti fin dall’epoca del Vitale, che riportava (1794) altre iscrizioni del genere, già ricordate, una delle quali riprodotta anche dal Garrucci (17). Occorre notare che le iscrizioni a carattere pubblico non sono troppo frequenti neppure a Pompei, dove prevalgono appunto le epigrafi sepolcrali. Se si considera che a Sant'Eleuterio i rinvenimenti avvengono per caso, a fior di terra, in una zona ben limitata, non ci si può sorprendere per la mancanza di altri reperti nel sito chiaramente destinato a necropoli.
Questi reperti, di epoche assai diverse: dovrebbero essere esaminati con metodo scientifico per stabilire il periodo in cui la necropoli fu in uso; ma certo si tratta di un periodo molto lungo, che testimonia il continuo sviluppo della città millenaria. Nella zona della necropoli o al limite di questa dovrebbe esistere - secondo la testinionianza dei coloni - una vasta cisterna, che fu sommariamente esplorata ed è ora ostruita. Sono tutti elementi di notevole importanza, se si ricorda - e lo vedremo in seguito - che la contrada di Sant'Eleuterio confina con la contrada Starza, dove fu rinvenuto il pregevole materiale neolitico ed eneolitico esistente nella sezione preistorica del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (18). E’ dunque probabile che la necropoli orientale di Acquum tuticun abbia qualche rapporto con la necropoli più antica della contrada finitima.
Verso il declivio del colle - dall'altro lato della città - fu scoperto invece un basolato antico, in parte visibile anche oggi. Nei pressi c’era - fino a pochi anni fa - una colonna rovesciata che sporgeva appena dal terreno: vi si notava l’inizio di una iscrizione, che continuava sulla faccia interrata, sicchè la lettura non fu possibile per la difficoltà di rimuovere il grosso rudere. Ora il reperto non si trova più sul posto ed è sperabile che sia custodito altrove, per permettere agli studiosi di decifrare l’iscrizione e stabilire se ha qualche interesse storico. Sulla base del sommario esame eseguito a suo tempo, si può dire che la mole e la presumibile lunghezza della colonna rendono incerta la sua destinazione, se la strada deve considerarsi - come pare - esteriore al pomerio della città. Dovrebbe essere questa la via Traiana, ma è difficile attribuire al monumento la funzione di pietra miliare in base all’epigrafe, sia pure sconosciuta, poichè non vi si riscontrano le caratteristiche abituali. E probabile invece che la colonna faccia parte di un monumento funebre fuori porta, nonostante l’iscrizione insolita, che tuttavia trova riscontro nel sepolcro di Gaio Vestonio Prisco, presso porta del Vesuvio a Pompei.
Con queste poche testimonianze archeologiche, venute alla luce quasi per virtù propria, riesce impossibile farsi un’idea - sia pure approssimativa - della città, non tanto nel suo aspetto topografico, ma anche nella precisa estensione. E sarebbe stato ingenuo sperare di più, mancando ogni iniziativa per la ricerca o almeno per il recupero del materiale archeologico, che con l’andar del tempo va inesorabilmente disperso. D’altra parte la città non poteva offrire altri reperti in superficie, poichè evidentemente le strutture degli edifici ancora affioranti dal suolo furono demolite nel corso dei secoli per recuperare - a buon mercato - ottimo materiale edilizio. Ma i pochi elementi sopra indicati confermano l’identificazione del centro abitato e la notevole consistenza della popolazione, appartenente a ceti diversi, incompatibili con la modesta attività di un borgo senza importanza. Bisogna augurarsi che la zona sia esplorata con qualche saggio di scavi.

Le fonti storiche sono egualmente avare di notizie su Aequum tuticum. Gli autori ed i testi antichi si limitano - per la maggior parte - a nominarla, come punto di riferimento geografico, senza collegarvi alcun fatto che direttamente o indirettamente possa aprire uno spiraglio di luce. Lo scrittore più antico che ne parla è Cicerone (19), il quale comunicava ad Attico di non aver ricevuto una sua lettera spedita appunto da Aequum tuticum. Notizia assai magra - come si vede - la quale in ogni modo dimostra che quel centro costituiva una tappa obbligata nel viaggio verso l’Apulia, dove si soggiornava o si poteva soggiornare con ogni comodità in alloggi adatti ad ospiti di elevata condizione sociale: Pomponio Attico ebbe il tempo ed il modo di scrivere all’amico Cicerone e trovarvi i corrieri per il recapito, in verità non troppo ligi agli impegni assunti. La mansio in città è confermata dalle fonti successive; ma nel periodo aureo della letteratura romana, tra tante opere di vario argomento, non esistono altri testi che ricordino Aequum tuticum.
Le testimonianze storiche sulla città sannitica diventano invece molto più assidue e quasi ininterrotte dall’epoca di Traiano alla fine dell’impero. Evidenteniente Aequum tuticum trasse nuovo impulso dalla ricostruzione della via poi detta Traiana, che determinò maggior frequenza di traffici ed afflusso di viaggiatori; l’antica strada ed in generale tutte le altre della zona erano - come dice Galeno - "humidae et lutuosae" prima che l’imperatore spurgasse i pantani, costruendo argini e ponti nei guadi divenuti difficili. Per questo deplorevole stato dei luoghi la città fu tagliata fuori delle arterie di grande comunicazione: e ciò spiega il silenzio delle fonti, per circa due secoli, dal tempo di Cicerone in poi.
La ripresa dei traffici fece conoscere la città a tutto il territorio dell’impero: l’occasione di parlarne risvegliò il ricordo di alcune vicende storiche e leggendarie, che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute. Lo Pseudo-Plutarco - da ricollegarsi appunto all’età di Traiano (98-117 d. C.) - faceva menzione di Aequumm tuticum, col nome greco di Touxion, definendola metropoli dei Sanniti e riconoscendole per questo stesso una particolare preminenza sulle altre città del Sannio, che pure erano assai note (20). L’autore aggiungeva una notizia di grande interesse, sfuggita a quasi tutti gli studiosi: la città fu espugnata durante le Guerre Sannitiche da Fabio Fabriciano, il quale ne asportò - come preda di guerra - una statua di Afrodite Nicefora, venerata dagli abitanti e la inviò a Roma per celebrare la vittoria. Questo fatto - che non può essere messo in dubbio - giustifica di per sè l’affennazione dell’autore circa l’importanza della città o, diciamo pure, della metropoli: se il duce romano ritenne di acquistar prestigio con la sua preda di guerra, bisogna riconoscere che la statua aveva notevole valore artistico o storico e che il luogo di provenienza non era affatto sconosciuto o sottovalutato.
Il Mommsen sostenne che la citazione dello Pseudo-Plutarco non riguardasse Acquum tuticum (21). Ma l’evidente distorsione del nome tradotto dallo scrittore greco (Touxion) si spiega con le esigenze fonetiche di lingue diverse, osservate anche oggi nell’indicare presso vari popoli le città di fama internazionale. E' certo in ogni modo che si tratta di città sannitica, come dice il testo: e non esiste altro toponimo simile nel territorio del Sannio. Il Nissen - che identificò definitivamente la città a sud di Castelfranco in Miscano - non ebbe dubbi al riguardo (22); ed il Preller avanzò perfino l’ipotesi che l’Afrodite Nicefora di Aequum tuticum avesse qualche rapporto con la statua della Venus Victrix esistente in Roma sul Campidoglio, il che non è del tutto fuori proposito, almeno sul piano della mitologia italica (23).
Nel successivo regno di Adriano (117-138 d.C.) la città ebbe senza dubbio un nuovo sviluppo edilizio, come risulta dalla notizia epigrafica rinvenuta sul posto. Certo è che in quel periodo di tempo Claudio Tolomeo la ricordava nella sua compilazione geografica, come si conveniva ad un centro ormai noto in tutto il territorio dell’impero: anche Tolomeo ne tradusse il nome nella voce greca di Touticon, indubbiamente più felice di quella usata dallo Pseudo-Plutarco (24).
Tuttavia, circa un secolo dopo, il grammatico Pomponio Porfirione identificava per la prima volta Aequum tuticum nell’oppidulo senza acqua e senza risorse, dove Orazio sostò - con grande disappunto - nel suo viaggio verso Brindisi (25). Ciò farebbe pensare che al tempo di Settimio Severo (193-211 d.C.) la metropoli dei Sanniti fosse improvvisamente decaduta al livello di un borgo così inospitale e selvaggio, da suggerire l’identificazione con quello descritto da Orazio. Un salto veramente troppo brusco che denunzia a prima vista un errore di interpretazione, il quale - come tutti gli errori - ebbe molta fortuna e consensi, durando fin quasi ai giorni nostri. Infatti tutti gli antichi commentatori di Orazio, se si esclude il Landino, giurarono sul testo di Porfirione, affermando che l’oppidulo a mezza strada fra Trevico e Canosa fosse Aequum tuticum. Ne nacque una interminabile disquisizione - quelle tanto care ai letterati - per chiarire un elemento assai futile in campo estetico, ma affascinante come esercizio di erudizione. L’argomento ha qualche importanza in sede storica - beninteso nei limiti della nostra specifica indagine - sicchè conviene farne breve cenno.
Narra dunque Orazio che giunse in un villaggetto, situato a ventiquattro miglia da Trevico, di cui tace il nome per l’impossibilità di riportarlo nel verso: "quod versu dicere non est". Il borgo tuttavia è identificabile con molta facilità per un fatto strano: vi si vende l’acqua ed il pane è così saporito che i viaggiatori se ne caricano le spalle quando riprendono il cammino. Purtroppo questa caratteristica del villaggio - così nota ai tempi di Orazio - è per noi misteriosa ai fini dell’identificazione, che non risulta affatto facile. Ci sono tuttavia buone ragioni per escludere Aequum tuticum: ed è questo soltanto che ci interessa.
Orazio, per portarsi direttamente da Benevento a Trevico, non poteva seguire altra strada se non la via Appia fino ad Aeclanum e quindi la via Aurelia Eclanensis fino a Trevico. Di qui la strada più breve per raggiungere Canosa era quella che attraversava il ponte dell’Ofanto (pons Aufidi) e puntava direttamente verso la costa per congiungersi con la via litoranea, poi ricostruita da Traiano. E' chiaro che su questa direttrice - a ventiquattro miglia da Trevico - doveva trovarsi l’oppidulo sconosciuto. Invece, se si identifica l’oppidulo con Aequum tuticum, Orazio - giunto a Trevico - avrebbe dovuto retrocedere verso Aequum tuticum, immettendosi sulla via poi detta Traiana, e di li raggiungere Canosa. Ora era assolutamente impossibile percorrere in una sola tappa il tratto tra Aequum tuticum e Canosa - come fece Orazio, partendo dall’oppidulo - poichè gli Itinerari indicano una distanza di oltre sessanta miglia con le tappe intermedie di Aecas (Foggia) ed Herdonea (Ordona). Certo il poeta - tutto inteso ad alleviare i disagi di quella faticaccia con lunghi riposi e festevoli conviti - si sarebbe spaventato di una distanza molto minore, se è vero che coprì il breve percorso tra Roma e Forum Appi in due giorni, mentre normalmente i viaggiatori raggiungevano questa località in una sola giornata (26). D’altra parte, se Orazio avesse dovuto raggiungere il preteso oppidulo di Aequum tuticum, avrebbe seguito fin da principio la via Traiana da Benevento per Forum Novum con una tappa di appena ventidue miglia, senza sobbarcarsi alla lunga e faticosa disgressione per Trevico, che gli faceva quasi triplicare il percorso, senza alcun motivo.
Queste ovvie considerazioni d’indole topografica non turbarono affatto Porfirione ed i suoi seguaci: ciò dimostra che il grammatico latino ignorava in modo clamoroso la città e non si era neppure preoccupato di controllarne la precisa ubicazione per riferirla all’itinerario percorso da Orazio. Egli dovè limitarsi alla frettolosa ricerca di quel nome inconsueto, che spiegava egregiamente l’impossibilità metrica di cavarne un verso e si ritenne soddisfatto della elegante trovata, come capita ai critici di tutti i tempi in cerca di originalità. Tuttavia non ci basta il coraggio di attribuire a Porfirione il piccolo infortunio professionale, poichè il testo giunto fino a noi è frutto di successive rielaborazioni (27); ma resta inesplicabile la sopravvivenza del secolare equivoco, che solo la critica moderna ha potuto diradare.
Dunque Aequuum tuticum non era la misera borgata descritta da Orazio. Quasi nella stessa epoca di Porfirione, la città è riportata nell’Itinerarium Antonini (28), che risale forse all’impero di Caracalla (211-216 d.C.); e poichè questo itinerario elenca soltanto i centri di maggiore importanza, si ha una nuova conferma che le notizie dello Pseudo-Plutarco siano più attendibili di quelle del grammatico latino. Del resto la città figura anche - come è noto - nella Tabula Peutingeriana al tempo di Alessandro Severo (222-234 d.C.), sia pure senza particolari segni di rilievo topografico (29). Infine l’Itinerarium Hierosolymitanum (333 d.C.) prevede una "mutatio ad Equum Magnum", recando per la prima volta un nome diverso della città (30). Vedremo in seguito come si può interpretare e giustificare questo nuovo toponiino; qui basti ricordare che il testo conferma l’annotazione di Cicerone, il quale appunto faceva supporre la sosta ed il pernottamento nella città.
L’ultima notizia è riferita da Servio, che al tempo dell'imperatore Onorio (395-435 d.C.) ricordava le origini leggendarie di Aequum tuticum, la quale sarebbe stata fondata - con Benevento ed Arpi - dall’eroe omerico Diomede (31). Il grammatico latino, infatuato di glorie epiche, non si curò di annotare l’effettivo stato della città; ma proprio questo silenzio dimostra che Aequumn tuticum - ricordata con altri centri di notevole importanza e tuttora esistenti - aveva ancora una certa dignità urbanistica, tanto da poterla collegare a tradizioni illustri.
Dunque dall’età di Augusto a quella di Onorio, cioè per tutto il periodo dell’impero romano, l’esistenza di Aequum tuticum è ben documentata, anche se rimangono incerte le condizioni della città: conviene collegare queste notizie - sia pure frammentarie e generiche - con i reperti archeologici per farsi un’idea dell’incremento edilizio del centro sannitico. La città di Aequum tuticum - affacciandosi sulla valle del Miscano, nell’ansa che inizia dal ponte Bagnaturo - si estendeva sull’altipiano retrostante entro un perimetro a semicerchio molto esteso, presumibilmente segnato dai tratturi superstiti, ultima traccia delle antiche vie confluenti nella zona urbana. La strada basolata, visibile a mezza costa del colle, poteva costituire il pomerio con l’andamento delle mura meridionali; i quartieri orientali in pianura erano certo limitati dalla necropoli ivi esistente. Anche se dagli altri lati manca ogni riferimeno attendibile, l’impianto urbanistico risultava adatto ad un centro di notevole importanza.
Entro questo perimetro approssimativo dovevano sorgere - verso la sommità del colle - i maggiori edifici pubblici. Sappiamo per la testimoniamiza dello Pseudo-Plutarco che in Aequum tuticum esisteva il tempio di Venere, saccheggiato da Fabio Fabriciano che ne asportò la statua, mandandola a Roma. Il tempio - che corrispondeva alle esigenze di un culto antichissimo - sopravvisse alle alterne vicende della città, come dimostra la stele di Vibidia Sesta, innanzi trascritta. Infatti l’ara votiva fu posta in luogo pubblico concesso con decreto dei decurioni; non è difficile supporre che tale sistemazione, chiesta dall’interessata, avvenisse in prossimità del luogo sacro al nume cui Vibidia la destinava. Se è così, il tempio di Venere doveva sorgere tra la strada rotabile e le case coloniche, dove la stele fu rinvenuta. Questo singolare reperto - ancora ignoto agli studiosi e già votato alla distruzione - conferma in modo suggestivo, ma storicamente ineccepibile, la notizia dello Pseudo-Plutarco, smentita dal Momnmsen con tanta sicurezza e - bisogna dirlo - con inconsueta disinvoltura.
Allo stesso modo l’epigrafe di C. Ennio Firmo dimostra che la città era dotata di Terme, quelle appunto che il curatore edificò o restaurò per ordine di Adriano. L’iscrizione non si può riferire ad altro, come vedremo: a giudicare dall’intervento imperiale, le terme di Aeqmmum tuticum dovevano costituire un complesso di notevole entità, allestito col caratteristico decoro delle terme romane; ma poichè il rudere non si trova più nella propria sede, è impossibile congetturare un dato topografico assai importante, essendo le terme costruite per solito nei quartieri centrali o comunque sulle grandi strade di transito. Del resto non è neppure certo che il blocco calcareo facesse parte dell’edificio termale, perchè la dedica potrebbe giustificare altra provenienza, forse dal tempio di Giove o dagli impianti del Foro.
Si deve anche supporre - per argomento indiretto - l’esistenza di un luogo di culto per la dea Cibele. Il frammento di epigrafe dedicata da Marco si riferisce appunto ed una suonatrice di timpani - con la caratteristica voce greca di timpanistria - probabilniente addetta al culto della Madre degli Dei (Matris Deum). La qualifica, riferita in una lapide sepolcrale, fa pensare ad una particolare attività, svolta in modo non occasionale, o - diciamo pure - ad un ufficio religioso (32). Certo è che il culto della dea Cibele, collegato al rito primaverile di Atys, era molto diffuso nella regione. A Benevento la "Gran Madre" era venerata sotto il nome di Minerva Berecintia o Paracentia, come attestano numerose epigrafi: esisteva anche un collegio di sacerdoti e di sacerdotesse - distinti con rigorosa gerarchia - che offrivano molti e cospicui sacrifici propiziatori (33). Ad Aequum tuticum la devozione verso la Gran Madre doveva essere ancora più sentita, poichè a sedici miglia dal centro esisteva una località detta appunto ad Matrem Magnam, riportata dall’Itinerarium Antoninianum: è molto probabile che vi sorgesse un vero e proprio santuario della dea, così importante da qualificare l’intera contrada.
Il rito di Atti, che muore e rinasce, simboleggiava il risorgere della natura in primavera; era dunque molto consono ad una popolazione quasi esclusivamente agricola, la cui vita dipendeva dal buon andamento stagionale. I sacerdoti - che a Roma erano detti Coribanti - simulavano la ricerca del dio redivivo con rumorosi ed incomposti cortei, al suono di tamburi, cembali ed altri strumenti del genere. L’ignota timpanistria di Aequum tuticum doveva far parte di questa classe sacerdotale, rivestendo forse una dignità di minore importanza: è chiaro che l’ufficio presuppone un tempio o un sacello dedicato alla dea, se proprio non si tratta del luogo consacrato ad Matrem Magnam, a poca distanza da Aequum tuticumn, sulla via Herculea che menava a Venosa.
Nessun indizio abbiamo dei quartieri residenziali, che dovevano estendersi a mezzogiorno, sul declivio del colle: da quel lato infatti entrava in città la via Traiana proveniente dal ponte di Santo Spirito, come dimostrano le tracce di basolato ancora esistenti. Fuori la porta meridionale - quella senza dubbio di maggiore importanza - esistevano, come era consuetudine, i monumenti funebri più rappresentativi. Oltre la cinta orientale delle mura esistevano invece sepolcri di gente modesta, come dimostrano le epigrafi rinvenute in quella zona, dove si estende anche una più antica necropoli.
Gli abitanti di Aequumn tuticum hanno lasciato poche tracce delle loro condizioni. Le epigrafi conservate o trascritte non sono molte; e per buona parte ricordano rapporti familiari. Ha una certa importanza - tra le epigrafi pubblicate dal Vitale - quella di M. Aurelio Muciano, soldato della Corte Pretoria per sedici anni, il quale aveva in Aeqummm tuticum un fratello ed un suo liberto, pur essendo originario della Tracia; e l’altra della schiava Quarta Crescimia (34).
Abbiamo già notato la presenza di una timpanistria, cui fa singolare riscontro un altro nome di origine greca, quello di una Nicopolis, moglie di Q. Vesuedo Secondo. Il nome ha riscontro in Pompei, dove viveva una fanciulla omonima, dedita ad un’attività non edificante, ma molto apprezzata dai suoi amici, che ne tramandarono la memoria: il Della Corte nota in proposito che il nome grecanico denunzia una condizione quasi indubbiamente servile (35). Come si vede, gli abitanti di Aeqummm tuticum avevano provenienze assai diverse, dalla Tracia alla Grecia: è un fatto di notevole interesse, in rapporto all’esiguo numero delle epigrafi, ma dimostra ancora una volta che la città aveva tanta importanza da attirare nelle sue mura - per una ragione o per l’altra - gente di paesi assai diversi e lontani.
Riferendosi all’unico dato cronologico disponibile, possiamo dunque affermare che nel periodo adrianeo Aequum tuticum era in pieno fervore di vita, essendosi ripresa dopo l’ultima repressione sillana, che colpì tanti centri del Sannio. Le città meridionali, per forza di eventi e per necessità economiche, ebbero nuovo sviluppo, quando Roma - dopo una terribile guerra a sfondo sociale - accordò parità di diritti alle popolazioni italiane, unificando finalmente il paese.
Vedremo che Aequum tuticum svolse le sue particolari funzioni nrl quadro di questa ripresa: la lapide di Firmo testimonia ad un tempo l’incremento edilizio e l'evoluzione municipale della città, mentre la stele di Vibidia dimostra l’esistenza di una magistratura autonoma locale, a lungo contestata dagli storici. E richiama alla memoria il monumento più insigne della città, quel tempio di Venere che in epoca remotissima aveva eccitato la gelosia e la cupidigia degli invasori romani.
Aequum tuticum, nodo stradale insostituibile al displuvio dei due mari, conservava dunque l’antica preminenza di metropoli dei Sanniti: ed all’inizio del V secolo d. C. Servio poteva ancora riconoscerle il privilegio delle origini leggendarie. Per una strana coincidenza lo scrittore era l’ultimo in ordine di tempo a ricordarla; poi venne la catastrofe non tramandata dalla storia.

 

NOTE

(1) La storia delle ricerche di Aequum tuticum si ricollega alla identificazione dell’oppìdulum attraversato da Orazio nel viaggio da Roma a Brindisi (Sat. I, V, 83) e perciò ebbe inizio nel periodo umanistico, verso la seconda metà del secolo XV: qui non se ne è fatto cenno per brevità.
La bibliografia di questo periodo ha dunque interesse prevalentemente letterario ed è poco utile nel campo storico-geografico, perché si esaurisce nella secolare confusione tra le due città di Aequum tuticum e di Ariano Irpino, come se questa avesse avuto origine dall’altra. Per un orientamento generale in tal senso basti ricordare: Landino, Disputationum. Parisiis 1511; Flavio Biondo De Italia illustrata opus, Venetiis 1510; MAFFEI, Commentarium Urbanorum, Basileae 1544; Marino Freccia, De Subfeudis baronum et investituris feudorum, Napoli 1554; Mazzella S., Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601; Cluverio, Italia Antiqua Lugduni Batavorum 1624; Olstenio, Annotationes in Italiam antiquam Cluveri, Roma 1666; Ciarlanti V.G. Memorie historiche del Sannio Campobasso 1644; Camillo Pellegrino, Apparato delle antica Capua etc., Napoli 1651; Bellabona S., Ragguagli della città di Avellino. Trani l656; Ferrari F., Novum Lexicon Geographicum. Patavi 1697; Giannine P. Dell’istoria civile del Regno di Napoli. Napoli 1723; Pratilli F. M., Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Napoli 1745; Lupoli M. A., Iter venusinum vetustis monumentis illustratum, Napoli 1793.

(2) Naturalmente manca una trattazione specifica sull’argomento, salvo alcune brevi monografie con un campo d’indagine ben limitato. Le opere più importanti che occorre consultare per uno studio su Aequum tuticum sono le seguenti: Vitale T., Storia della Regia città di Ariano, Roma 1794; Romanelli D., Antica topografia istorica del Regno di Napoli. Napoli 1815; Grasso G., Storia di Aequum tuticum e pretesa antichità dl Ariano in "Studi di storia antica e di topografia storica", Ariano 1893; Fedele L., La città di Ariano nella leggenda e nella storia, Ariano 1928; Sogliano A., Aequum tuticum. Contributo alla toponomostica ed alla topografia antica in "Atti della R. Accademia di Arch. Lett. e Belle Arti di Napoli", Nuova Serie, VoI. XI, 1928; Onorato G.O., La ricerca archeologica in Irpinia, Avellino 1960.
Le opere del Vitale e del Romanelli riguardano quasi esclusivamente l’esatta identificazione della città in contrada Sant'Eleuterio, con le prime fonti archeologiche e documentarie. Lo studio del Grasso non corrisponde all’impegno del titolo, ma è utile come fonte di notizie, da scegliere con cautela tra illazioni piuttosto frettolose o addirittura polemiche: al contrario il saggio del Sogliano è condotto con rigore critico su elementi nuovi e comunque non sfruttati da altri. Il volume di Onorato infine offre un quadro completo - anche se sommario - dei reperti archeologici nella zona ove sorse la città di Aequum tuticum, con particolare riguardo alle recenti scoperte nella vicina valle di Ansanto e nell’area di Aeclanum.

(3) D’Anville, Analyse Geographique de l’Italie, Paris 1744

(4) Vitale T. Storia della Regia città di Ariano e sua diocesi, Roma Salomoni 1791, pag 5. L’ubicazione fu ritenuta esatta dal Mommsen in "Bull. Instit. corrisp. Archeol." 1847 pag. 170 e in C.I.L. IX pag. 122

(5) In Miller, Itineraria Romana, Rotnische Beiservege and der Haud der Peutingeriana. Stuttgart 1916, pagg. LVIII e LXVIII.

(6) Tabula Peutingeriana, Sez. VI. Cfr. Desjardins E. La table de P., Paris, Hachette 1869; Peutingeriana Tabola in "Bibliotheca Palatina Vindebonensis asservata nunc primum arte photografica expressa", Vindebonae 1888.

(7) Corpus Inscriptionum Latinorum - Vol. IX, Calabriae, Apuliae, Samnii, Sabinorum, Piceni. Berolini 1883, n. 6003-6005.

(8) Vitale, loc. cit. pagg. 8 e 10; C. I. L, IX, 6008-6009. La pietra miliare scoperta in contrada S. Eleuterio e riportata dal Mommsen (n. 6013) era priva del numero miliario.

(9) Sono trascritte qui di seguito le epigrafi che ancora si trovino a Sant'Eleuterio o, meglio, che vi si trovavano alla fine di agosto 1961. Quelle contraddistinte con in numeri 2, 3, 4 e 5 sono inedite.

(10) Guattani Giuseppe Antonio, Monumenti antichi inediti ovvero notizie sulle antichità e belle arti di Roma, Roma 1787, pag. 23. L’iscrizione è riportata in tutte le raccolte successive. Cfr. Vitale, loc. cit. p. 6; Garrucci, Ant. iscr. p. 52: C.I.L. IX, n, 1419.

(11) Vitale, loc. cit. p. 6. Veramente l’autore pone una lacuna anche nel nome di Firmo, ma è del tutto ingiustificata.

(12) C.I.L. IX, n. 1419. Il Mommsen ritenne che le parole sostituite dopo l’abrasione fossero le seguenti "AEDILIS II VIR ID", ma il quinto verso dell’epigrafe non reca segni di cancellature, salvo l’erosione naturale della pietra che è più profonda in quella zona. Ritenne anche il Mommsen che in luogo della parola AEDILIS fosse prima scritto BEN/VEN//; in tal caso le tracce del gruppo finale IO ancora visibile - che lo studioso tedesco non notò - potrebbero integrare appunto la parola Benevento. E' strano però che nello stesso verso sia stata ripetuta due volte la stessa parola: ciò si potrebbe spiegare soltanto ammettendo che la prima redazione dell’epigrafe riportasse quasi tutte per esteso le parole poi siglate, senza comprendere tra le cariche di Ennio Firmo quella di edile. L’omissione di questa magistratura - assai importante - determinò senza dubbio la correzione dell’epigrafe, ma la pretesa di ricostruire la parola obliterata corrisponde ad un nobile esercizio di crittografia. Il Lupoli - estendendo la correzione al terzo verso - lesse addirittura: Col BENEVENTANAE AEDILIS (Iter Venusinus, Neap. 1793, pag. 150).

(13) Garrucci Raffaele, Le antiche Iscrizioni di Benevento, Roma 1875, p. 140. Nella iscrizione di C. Safronio Secondo, curatore di Pago Veiano, si trova la sigla AEDDECVR, poichè - spiega l’autore - nella epigrafe si vede il titolo di decurione essere stato posteriormente aggiunto troncando la voce aediliis prima intera.

(14) Vitale, loc. cit. p. 6. Come si vedrà in seguito, le epigrafi del Vitale riguardano un soldato della Tracia, una schiava ed una "mater familias". La prima iscrizione è riportata anche dal Garrucci che la interpreta in modo discutibile (Ant. Iscr. pag. 127). Il Mommsen le riporta tutte (numeri 1424, 1429, 1145), ma ritiene poco leggibile quella dedicata ad Antigone Flaviana: non ci sono tuttavia serie difficoltà d’interpretazione, poichè le figliuole della defunta si qualificarono nella dedica col solo prenome.

(15) Pubblicammo l’epigrafe per la prima volta nel giornale "Il Secolo Nuovo", Benevento, 6 dicembre 1951, n. 24-25. Fin da allora la redazione sollecitò le Autorità competenti per evitare la dispersione del materiale archeologico, senza alcun risultato. Oggi - dopo dieci anni - la stele è abbastanza guasta per le manomissioni e per le intemperie, ma l’epigrafe è ben leggibile.

(16) C.I.L. IX. 1430. Il Mommsen riporta l’epigrafe per intero, come fu trascritta dal Dressel. Ora l’iscrizione è mutila perchè sono completamente perdute le lettere all’inizio del primo verso ed alla fine del secondo. E' impossibile dunque controllare l’esattezza della trascrizione ed il preciso significato.

(17) Vitale, loc. cit. pag. 6; Garrucci, loc. cit. pag. 127.

(18) Il materiale non è stato oggetto di particolari studi. Per le notizie sui rinvenimenti vedi "Bull. paleol. ital." XLV (1925) pag. 153 e XLVIII (1928) pag. 38; "Rivista di scienze preistoriche" V (1950) pag. 98; "Papers of the British school at Rome" XXV (1957) pagg. 1-15.

(19) Cicerone, Ep. ad. Att., VI, 1, 1. Lo scrittore - il più antico che cita il nome della città - la chiama Equum tuticum; la stessa ortografia è osservata negli Itinerari Antoniniano e Gerosolomitano; gli altri autori latini e la Tavola Peutingeriana recano invece Aequum tuticum. Tra le due forme in uso, quest’ultima deve essere la più corretta, perchè accolta nella Tavola Peutingeriana, redatta da geografi evidentemente ben documentati e più attenti ad una trascrizione esatta. Inoltre sul piano linguistico la voce Aequum è senza dubbio più antica, ed è ormai accolta da tutti gli studiosi.

(20) Pseudo - Plutarco, Parall. 37.

(21) C.I.L. IX, pag. 122.

(22) Nissen, Ital. Landesk. vol. II pag. 816.

(23) Preller, Roem. Mythol. pag. 389; cfr. Bernoulli, Aphrodite, pag. 21.

(24) Tolomeo, III, 1, 58.

(25) Porfirione, ad Horat., I, V, 87.

(26) Orazio, Sat. I, V, 5-6.

(27) E' facile supporre che le note degli scoliasti, nel lungo esercizio didattico, abbiano sensibilmente mutato ed eccresciuto il testo dei primi commentatori dei poeti classici. Per il caso nostro. cfr. Pareti, Storia di Roma, V, pag. 620.

(28) In Miller, loc. cit. pag. LXVIII.

(29) Tabula Peutingeriana, loc. cit. Sez. VI.

(30) In Miller, loc. cit. pag. LXVIII.

(31) Servio, ad Aen. VIII, 9. La tradizione diomedea era molto diffusa nel Sannio e nell’Apulia. Cfr. anche Solino, II, 10; Astotele, de mir. ausc. 110; Strabone, VI, 284.

(32) La qualifica di timpanistria trova riscontro in un’epigrafe riportata dal Muratori (174, 1), dove è detto: "tympanistria Matris Deum magnae Idaeae".

(33) Garrucci, loc. cit. pagg. 69-75. Si tratta di cinque epigrafi rinvenute in Benevento, le quali ricordano un sacrificio di tori (taurobolium), offerto per lo più da sacerdotesse del Collegio dei quindecemvirales. L’autore giustamente osserva che al culto di Atti e di Cibele erano deputati quindici sacerdoti e quindici sacerdotesse, distinti tra loro per diversa dignità. Risulta infatti che un certo L. Sontius Iustianus officiò con la sacerdotessa Cosinia Celsina (n. 59), mentre l’augure Settimio Primitivo officiò con le sacerdotesse Servilia Varia e Terenzia Flaviana (n. 60): queste due sacerdotesse avevano rispettivamente il grado di "sacerdos prima" e di "sacerdos secundo loco" (n. 62). Gli officianti erano inoltre assistiti da un sacerdote che aveva il compito di "praeire verba", di profferire cioè la formula sacrificale.

(34) Vitale, loc. cit. pag. 6; Garrucci, loc. cit. pag. 127; C.I.L. IX, 1424.

(35) Della Corte Matteo, Case ed abitanti da Pompei, Roma 1954, pagg. 276-77.

 

 

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