SANNITI

 
Gli scavi del santuario sannitico di Vastogirardi
Resoconto delle tre campagne di scavi archeologici
degli anni 1971, 1973 e 1974


Jean Paul Morel

 

Per la descrizione del sito archeologico si consulti:
Il tempio sannitico di Vastogirardi di A. La Regina.

 

Vastogirardi è situata nel cuore del Sannio pentro, vicino alle sorgenti del fiume Trigno, a una decina di chilometri a volo d’uccello da Pietrabbondante. Le rovine del santuario si trovano (s.l.m. 1150) ai piedi delle prime propaggini del monte Capraro (mt. 1730), ai margini di una delle poche conche relativamente fertili della zona e a pochi metri da una fonte abbondante, ancora molto apprezzata ai giorni nostri, che in gran parte è stata captata anni fa per alimentare l’acquedotto del Molise.
Nel medioevo, il podio del tempio fece da basamento ad una chiesa - oggi quasi del tutto rovinata - per la quale furono riadoperati molti elementi antichi e specialmente i grossi blocchi angolari della cella, che funsero da pilastri.
Almeno due fasi successive si possono individuare nei ruderi della chiesa. Della più antica, che potrebbe risalire all’alto medioevo, si vede sotto l’abside semicircolare della seconda fase un filare di blocchetti pertinente ad un muro di fondo rettilineo e recante una linea orizzontale tracciata con ocra, riferibile forse al livello previsto per il primo pavimento. La chiesa fu affiancata in un’epoca non precisabile da un ossario edificato con dei blocchi rozzi ricavati almeno in parte dal riempimento del podio, e che abbiamo trovato colmo di ossa in quantità tale da far pensare ad una moria per epidemia. Intorno alla chiesa, specialmente lungo il lato sinistro del podio, furono sistemate delle tombe la cui cronologia è data da monete dei secoli XIII-XV.
Nel 1934 il tempio fu oggetto di uno "scavo" fatto dal proprietario del terreno che portò, nella ricerca affannosa di un ipotetico tesoro, allo svuotamento quasi totale dell’interno del podio, come sembra, anche mediante l’impiego di mine. Ulteriori danni furono arrecati nel 1955, quando fu creato l’acquedotto del Molise, che passa a pochissimi metri dal podio (in questa occasione fu tra l’altro rotto a colpi di mazza il grosso blocco con fregio dorico di cui scriverò più avanti). Nel 1964 le rovine del tempio, allora quasi completamente seppellite e nascoste tra i cespugli, furono segnalate dal dott. Giancarlo Ambrosetti, che ne individuò con notevole esattezza le diverse fasi costruttive (1).
Infine, su iniziativa della Soprintendenza ai Monumenti, alle Antichità e alle Belle Arti del Molise, svolgemmo a Vastogirardi, negli anni 1971, 1973 e 1974, tre campagne di scavo delle quali esporremo brevemente i risultati (2).


L’elemento più notevole delle rovine di Vastogirardi è senz’altro il podio del tempio, purtroppo fortemente manomesso, come abbiamo detto, in varie occasioni. Prima degli scavi alcuni blocchi affioravano appena, ma il primo saggio rivelò subito questa parte dell’edificio in tutta la sua altezza e, direi, la sua bellezza. Infatti l’aspetto esterno del podio è integralmente conservato su gran parte del lato settentrionale (cioè la parte posteriore) e di quello orientale (dove tuttavia la cornice di coronamento è spostata di alcuni centimetri in avanti rispetto alla posizione originaria).
Il podio si erge per un’altezza totale di mt. 1,83, compreso il plinto. Ha una cornice di base con kyma rovescio e una cornice di coronamento con profilo a quarto di cerchio ("etruscan round"): disposizione del tutto eccezionale, come ebbi a sottolineare in altra sede (3). In realtà la combinazione di questi due tipi di sagomature si ritrova soltanto nel Tempio A di Pietrabbondante, però con una disposizione invertita rispetto a quella di Vastogirardi, ossia con una cornice inferiore a quarto di cerchio e una cornice superiore a kyma rovescio. In ambedue i casi si può notare la natura mista dei modelli - italici ed ellenistici - messi in opera (4).
Il materiale utilizzato per il podio di Vastogirardi è un calcare fino e resistente tagliato a grossi blocchi. La suddivisione verticale in filari ricalca all’incirca l’articolazione dei vari elementi del podio: plinto, cornice di base, parete, cornice di coronamento. Tuttavia i blocchi della cornice inferiore si prolungano per alcuni centimetri verso l’alto nella parete. La lavorazione dei blocchi è molto accurata. Numerose fasce di anathyrosis si possono osservare sulle facce originariamente non in vista, mentre una fitta serie di fori di leva consente di studiare le varie fasi della messa in opera dei blocchi.
Sorto su un terreno acquitrinoso, dove l’acqua tende a riempire rapidamente ogni saggio di scavo, il tempio non è provvisto, nonostante l’importanza del podio, di vere e proprie fondamenta. Poggia piuttosto su uno zoccolo poco sporgente fatto da un solo filare di blocchi, squadrati limitatamente alle parti in vista e meno accuratamente rifiniti sul lato posteriore del tempio. Questo zoccolo riposa a sua volta, ma solo in alcuni punti, su un altro filare di blocchi grezzi, e si prolunga, davanti al tempio, con un lastricato a basoli irregolari reso necessario, appunto, dalle particolarità del terreno. Insomma, più che essere fondato, si potrebbe quasi dire che il tempio galleggia su questo suolo acquitrinoso, un poco infido.
L’interno del podio rivela pure un adattamento alle stesse condizioni. Non è complesso, articolato come quello del Tempio B di Pietrabbondante con il suo sistema di muri interni, bensi interamente riempito. I grossi blocchi non squadrati che rinforzano internamente le pareti del podio sono particolarmente numerosi e bene aggiustati tra loro ai quattro angoli.
I saggi che abbiamo fatto nei pochi lembi di strati archeologici rimasti intatti fin dall’antichità nonostante le manomissioni medievali e moderne hanno messo in luce, a mezza altezza del podio, un vespaio di pietre ricoperto da uno spesso strato di malta pressochè orizzontale, mirante probabilmente ad ostacolare ogni risalita dell’umidità del sottosuolo. Questo dispositivo è prezioso per noi in quanto sigillava dei livelli del riempimento, il cui materiale può indicare un terminus ante quem non per la costruzione del tempio.


Il podio, misurato nella parte bassa della cornice di base, è lungo mt. 17,92, largo mt. 10,81 (che corrispondono forse, con qualche approssimazione, a 65 piedi oschi per 40). Nell’interno rimanevano, oltre ai blocchi di rinforzo precedentemente segnalati, alcuni blocchi isolati o allineamenti di pietre. Si tratta delle fondamenta delle colonne, delle spalle della scala, ecc., che hanno consentito a Benito Di Marco, dopo un accurato studio, di restituire la pianta dell’edificio antico. Quest’ultimo era un tempio prostilo tetrastilo, con una cella unica molto larga, probabilmente provvista di ante, e con una scala relativamente stretta inserita nella parte anteriore del podio. I muri erano in opera incerta con una intelaiatura di grossi blocchi verticali agli angoli (questi blocchi, appunto, che poi sarebbero stati riadoperati come pilastri nella chiesa).
Abbiamo raccolto sia nell’interno dell’edificio che nelle immediate vicinanze un cospicuo numero di elementi architettonici a partire dai quali il Di Marco ha proposto una restituzione dell’alzato del tempio. Disponiamo purtroppo di pochissime informazioni per le colonne: qualche blocco si riferisce probabilmente alle ante; un altro ci indica la pendenza del rampante del frontone. Abbiamo pure buona parte della cornice sagomata della porta monumentale della cella, con l’architrave e gli stipiti. Uno dei pilastri della chiesa - riadoperati, come abbiamo visto - poggiava su un blocco orizzontale che si è poi rivelato essere un blocco pressoché intatto di parte della trabeazione del tempio: e cioè la cornice, dalla modanatura abbastanza complessa (5). Inoltre si sono ritrovati numerosi frammenti di lastre di piombo (da riferire a una foderatura del tetto?), nonché numerosissimi chiodi di ferro di grandi dimensioni, che fanno pensare ad una travatura molto robusta.


Il tempio è circondato su due lati (orientale e settentrionale) da un corridoio che separa il podio dalla base della collina retrostante: dispositivo analogo a quello del Tempio B di Pietrabbondante, anche se quello di Vastogirardi è naturalmente di dimensioni più modeste, ha due braccia invece di tre, non è lastricato, e ha il braccio posteriore più stretto di quello laterale e non più largo, come nel grande santuario vicino (a Vastogirardi, larghezza del braccio laterale: m. 2,70 ca.; del braccio posteriore: m. 1,50 ca.).
Questo corridoio è delimitato, oltre che dal podio, da due muri in opera poligonale fatti di grossi blocchi accuratamente picchiettati, che nell’angolo nord-est sono incastrati a vicenda onde rafforzarne il collegamento. Il muro nord, che minacciava di crollare sotto la spinta della terra retrostante, ha dovuto essere smontato dopo una numerazione completa dei blocchi, per poi essere restaurato a cura della Soprintendenza.


Nel riempimento del podio, e specialmente sotto lo strato di malta suaccennato, abbiamo trovato numerosi frammenti di cocciopesto e di intonaco dipinto del "masonry style". Questi ultimi, dai colori semplici (bianco, rosa e diverse tinte di rosso), presentano qualche sagomatura che fa pensare ad una imitazione di pilastri e di filari di blocchi (6). Naturalmente dobbiamo pensare che questi elementi, dato le loro condizioni di ritrovamento, si riferiscono ad un edificio anteriore al tempio che conosciamo attualmente. Anzi, sembra che erano in alcuni punti di questo riempimento così densi da sostituire lo strato di malta e da fungere da vespaio isolante contro eventuali risalite dell’umidità.


Allo stato delle cose, allorché non è ancora studiato in modo particolareggiato il materiale raccolto, risulta abbastanza difficile datare il tempio con precisione. Ci basiamo sulla ceramica, specialmente a vernice nera, che abbiamo raccolto sia nel riempimento del podio che nei saggi che abbiamo fatto al livello del basamento del tempio, all’esterno di questo. Si tratta purtroppo di produzioni locali, la cui datazione è ancora insicura, o di produzioni avvicinabili alla campana B, e cioè a una ceramica che si evolve poco tra il II e il I secolo a.C.. Direi che il tempio si può datare con verosimiglianza tra il 125 e il 100 a.C.. Più esattamente, se da una parte si deve scendere fino all’ultimo quarto del II secolo a.C., non vi sono d’altra parte nel materiale raccolto, piuttosto abbondante, elementi che potrebbero costringerci ad abbassare questa cronologia fino al I secolo a.C.


Davanti al tempio, ad una distanza di mt. 55, stava un altro edificio o monumento - non so come chiamarlo - grosso modo contemporaneo al tempio, la cui natura è rimasta sino ad ora poco chiara. Questo "monumento B" è un rettangolo di mt. 17 per 9, costruito in grossi blocchi di calcare tra il poligonale ed il quasi quadrato, che attualmente è appena affiorante sopra il piano di campagna. E' suddiviso longitudinalmente in due parti leggermente disuguali da una "spina dorsale" di grossi blocchi pressoché grezzi, alla quale altre strutture si sono poi sovrapposte nel medioevo (7).
Si tratta del basamento di un portico doppio o di una grande costruzione, magari di legno (contrariamente a quanto si osserva per il tempio, non si sono trovati intorno al "monumento B" blocchi di architettura in pietra)? Di un grande altare internamente riempito di terra, più o meno paragonabile per struttura e dimensioni, per esempio, a quello di Rossano di Vaglio (8)? Di una scena per spettacoli all’aperto (9)? Ma queste varie ipotesi spiegano male l’aspetto sproporzionatamente robusto delle strutture rimaste "in situ".


Abbiamo naturalmente cercato di individuare altre tracce di un’occupazione antica intorno al tempio, con risultati modesti ma non del tutto negativi. Abbiamo in particolare scavato una trincea lunga una cinquantina di metri, verso est, tra il corridoio orientale del santuario e un leggerissimo rialzo del terreno che si scorgeva nel prato a mt. 40 ca. ad est del tempio (pressoché parallelamente alla faccia orientale del podio), prolungandola anche per una decina di metri oltre questo rialzo. Quest’ultimo è quanto resta di un muro o muretto che fiancheggiava il tempio su questo lato, delimitando forse una specie di temenos. Lungo le pareti di questa trincea, ma limitatamente alla parte interna rispetto alla maceries, è apparso uno strato di frequentazione antico consistente in un battuto di sassi e datato, dai cocci numerosi ma estremamente frammentari trovati nella zona, alla fine dell’epoca repubblicana.
Un altro saggio, purtroppo molto ristretto, fatto a poche decine di metri a nord-est del tempio, nella parte bassa della collina retrostante al santuario, ha messo in luce, alla profondità di mt. 2 ca., le tracce di un edificio della stessa epoca: si tratta di un ambiente dai muri in pietre irregolari e dal suolo in cocciopesto ricoperto da uno spesso strato di bruciato dovuto probabilmente ad un incendio (10). Questa scoperta lascia sperare che un’estensione dello scavo in questa direzione potrebbe far ritrovare elementi più ampi di un abitato o quanto meno di tabernae.


Tra i ritrovamenti vari conviene menzionare innanzi tutto un grosso blocco decorato di calcare (mt. 1,725 x 1,685 x 0,47), che giaceva nell’interno della cella, o, se vogliamo, della chiesa, insieme ad un altro blocco dalle dimensioni pressappoco uguali, ma non decorato, proveniente probabilmente dallo stesso monumento: tomba? altare antico? monumento votivo? Lo ignoriamo. Comunque questi blocchi furono probabilmente riadoperati come altare nella chiesa.
Il blocco decorato reca su ogni lato un fregio dorico con sette metope. Queste metope raffigurano, su due facce contigue, teste bovine che si alternano a rosette; su una terza faccia, teste bovine che si alternano a patere ombelicate e ad una maschera tragica; sulla quarta faccia infine, teste bovine ancora, in alternanza con maschere comiche: naturalmente questi motivi ricordano, anche se con interessanti varianti, numerosi monumenti con fregio dorico dell’Italia centrale (11). Sopra il fregio dorico corre una cornice a dentelli ed ovoli, sicché ritroviamo pure a Vastogirardi l’accostamento tra stili diversi che contraddistingue questo filone dell’arte minore italica verso la fine della repubblica (12).
Non abbiamo raccolto nello scavo il minimo frammento di terracotta architettonica. Tra i vari ritrovamenti va segnalata una serie abbastanza cospicua di monete che vanno dalla Repubblica (con delle emissioni romane alla prora distribuite dalla serie librale alla serie unciale) fino all’Impero (dal regno di Caligola a quello di Claudio il Gotico) e, come abbiamo visto, al medioevo. Scarsissimi sono gli ex-voto, tra cui una rozzissima statuetta di bue (trovata nel riempimento del podio), qualche melagrana e una placchetta raffigurante un naso e due occhi, tutte di terracotta. Quest’ultimo oggetto ci ricorda le proprietà curative attribuite ancora ai giorni nostri all’acqua della sorgente vicina, chiamata "l’acqua degli angeli".
Pure in rapporto con delle acque considerate come salutari possono essere i numerosi unguentari di terracotta e di vetro, di epoca repubblicana e imperiale, che abbiamo raccolto intorno al tempio e specialmente nel corridoio posteriore in un punto, precisamente, dove il podio reca, immediatamente sotto la cornice di coronamento, un’apertura che si potrebbe interpretare, seppure molto ipoteticamente, come un dispositivo dal quale sarebbe stillata dell’acqua.


L’unico ritrovamento epigrafico di rilievo è una tavoletta di bronzo frammentana, scoperta nel riempimento del podio e di cui si conserva circa la metà. È provvista di fori che consentivano di affiggerla, e reca la fine di tre righe incise in osco.
La prima riga ([...] Staìiiùs) menziona la gens degli Staii, ben conosciuta per la sua attività edilizia a Pietrabbondante e per la sua attività commerciale a Delo (13). Mentre la parte conservata della terza riga fa pensare ad una normale formula di ringraziamento ([...b]rateìs), la seconda riga ([...]ìnnianùì) potrebbe alludere all’etnico di Vastogirardi: Michel Lejeune, che ha pubblicato questo documento, propone infatti di restituire
"Trì] ìnnianùì"
Vastogirardi sarebbe stata secondo questa ipotesi la città del Trigno, "Trinia-", con un etnico "Triniano-" (qui al maschile) che avrebbe fatto da epiclesi al dio del santuario (14).


A quale divinità, infatti, era dedicato il tempio?
Due indizi potrebbero far pensare a Diana. Innanzitutto il nome della chiesa edificata sul podio, Sant'Angelo, che ci ricorda la successione tra Diana e l’arcangelo Michele, ben conosciuta ad esempio a Sant'Angelo in Formis, con identica sovrapposizione di una chiesa ad un podio antico. Conosciamo d’altra parte un documento dell’800 che attribuisce alla chiesa il nome di Sant'Angelo Indiano (15), dove Adriano La Regina ha acutamente ipotizzato una possibile deformazione del nome della dea. Tuttavia non si possono scartare altre ipotesi, tra le quali quella di una dedica a Ercole sarebbe la più verosimile (16).


Quello che sappiamo della storia del santuario di Vastogirardi corrisponde abbastanza fedelmente a quanto ci è dato osservare nei santuari sannitici vicini e specialmente a Pietrabbondante: occupazione dal IV secolo a.C. in poi (anche a Vastogirardi abbiamo raccolto indizi chiari di una frequentazione che inizia nella seconda metà del IV secolo), fioritura accentuata nel II secolo a.C., frequentazione fortemente ridotta in epoca imperiale (anche se la decadenza postrepubblicana appare nettamente meno marcata a Vastogirardi che nel grande santuario vicino (17)).
E' chiaro che il santuario di Vastogirardi ripropone per molti versi, per la cronologia, per l’architettura, per il tipo di insediamento piuttosto isolato - gli schemi ed i problemi che cominciamo a conoscere abbastanza bene - anche se molte domande non hanno ancora ricevuto una risposta soddisfacente attraverso l’archeologia del mondo sannitico.



Il testo è tratto da "Sannio, Pentri e Frentani dal VI al I secolo a.C."
Atti del convegno - 10 e 11 Novembre 1980 - Edizioni Enne 1984

 

NOTE

(1) Ho potuto consultare a riguardo un breve rapporto di G. Ambrosetti conservato nell'archivio della Soprintendenza Archeologica di Chieti.

(2) Ringrazio per il loro aiuto i soprintendenti saccedutisi nella Soprintendenza Archeologica del Molise, dott.ssa L. Mortari, proff. Adriano La Regina e Bruno D’Agostino, che hanno favorito in tutti i modi lo svolgimento dello scavo e dei lavori di restauro; al prof. A. La Regina in particolare esprimo la mia più viva riconoscenza per il suo costante interessamento e il sno cordiale e stimolante aiuto. Esprimo altresi la mia gratitudine al prof. Georges Vallet, direttore della Scuola Francese di Roma, per il suo efficace appoggio; all’amico Michel Hano, che ha attivamente partecipato a tutte e tre le campagne di scavo, alle quali hanno preso parte più saltuariamente Gabriella Maetzke (per le tombe medievali), Roger Hanoune e Dominique Briquel; al geometra Benito Di Marco, autore dei rilievi del monumento e delle proposte di restituzione; alla proprietaria del terreno, sig.ra Medora Capo Marracino, e all’affittuario, sig. Emidio Patere, che hanno agevolato i lavori con estrema generosità. Al dott. E. Mattiocco e al prof. Mario Torelli devo utili suggerimenti. Le monete sono state identificate dal prof. Jean-Baptiste Giard, del "Cabinet des Médailles" di Parigi.

(3) Cfr. J.- P. Morel, "Le sanctuaire de Vastogirardi (Molise) et les influences hellénistiques en Italie centrale", in Hellenissnus in Mittelitalien, "Kolloquium in Gòttingen, vom 5. bis 9. Juni 1974", Gottingen 1976, 1, p. 259.

(4) L. T. Shoe, "Etruscan and Republican Roman Mouldings", in MAAR, 28, 1965, p. 94, rileva, a proposito dell'"unique podium" del Tempio A di Pietrabbondante, "the connections of interests of the people who built it".

(5) Cfr. J.- P. Morel, "Le sanctuaire de Vastogirardi", cit., p. 259, fig. 3

(6) Questi frammenti sono stati esaminati dalla dott.ssa Alix Barbet, la quale osserva che sono anteriori agli inizi del I secolo a.C. e che possono essere in realtà molto più antichi.

(7) Cfr. la pianta pubblicata in J.-P. Morel, "Le sanctuaire de Vastogirardi", cit., p. 257.

(8) Cfr. D. Adamesteanu e M. Lejeune, "Il santuario lucano di Macchia di Rossano di Vaglio", in MemLinc, s. VIII. voI. XVI, fasc. 2, Roma 1971, pp. 41-42 (l’"eschara" di Rossano di Vaglio misura m. 27,25 per 4,50).

(9) Si pensi allo "herbosum theatrum" di Giovenale, Sat. III, 173, che però si adatta meglio alla "summa cavea" del teatro di Pietrabbondante, probabilmente occupata da sedili lignei o lasciata a prato (M.J. Strazzulla, "Il santuario sannitico di Pietrabbondante", DAIR, I, Roma 1973, II ed., p. 19, n. 50) che non al terreno pianeggiante e parzialmente paludoso che circonda il "monumento B".

(10) La datazione, effettuata nel 1974 secondo il metodo del "C 14" presso il Centre des faibles radioactivites" del C.N.R.S. a Gif-sur-Yvette (sig.ra G. Delibrias), di un pezzo di legno carbonizzato prelevato in questo strato, indica un'età di 2050 (con uno scarto di circa 90 anni), ossia una data intorno al 76 a.C.

(11) Cfr. soprattutto M. Torelli, "Monumenti funerari romani con fregio dorico", in Diari II, 1968, 1, pp. 32-54.

(12) Cfr. J.- P. Morel, "Le sanctuaire de Vaslogirardi", cit., p. 260.

(13) A. La Regina, "Le iscrizioni osche di Pietrabbondante e la questione di Bovianum Vetus", in RhM, 109, 1966, pp. 276-278; Id., "Il Sannio", in "Hellenismus in Mittelitalien", cit., I, p. 233.

(14) M. Lejeune, "Ex-voto osque de Vastogirardi", in RendLinc, s. VIII, voI. XXIX, fasc. 7-12, luglio-dic. 1974, pp. 579-586. Vedasi pure J.-P. Morel, "Le sanctuaire de Vaslogirardi", cit., p. 261 (con una riproduzione della tavolelta). P. Poccetti, "Nuovi documenti italici", Pisa, 1979, pp. 47-48; A. La Regina, in "Sannio. Pentri e Frentani dal VI al I secolo a.C.", Roma 1980, p. 282; e ultimamente il catalogo della mostra dall’identico nome (Napoli 1981-1982), Napoli 1981, pp. 85-86, con fotografia capovolta.

(15) Si tratta di un semplice accenno in un documenlo redatto nel secolo scorso da un sacerdote di Vastogirardi.

(16) Questa ipotesi diventerebbe ancora più probabile ove si acceltasse pienamente l’ipotesi di M. Lejeune, che vede nella lavolelta di bronzo un’epiclesi maschile. Sugli indizi di un culto di Ercole nella zona di Vastogirardi, o in ambienti paragonabili al santuario di Vastogirardi (presenza di una fonte, o di una cappella dedicata a San Michele Arcangelo), cfr. E. Van Wonterghem, "Le culle d’Hercule chez les Paeligni. Documents anciens el nouveaux", in AntCl, XLII, 1973, 1, pp. 44-45 e 47; J.-P. Morel, "Le sanctuaire de Vastogirardi", cit., p. 261, n. 18.

(17) Dove la frequentazione di epoca imperiale è "insignificante" secondo A. La Regina, s.v. "Pietrabbondante", in EAA, V (Roma, 1965), p. 161. Lo stesso autore parla addirittura altrove di "totale abbandono negli anni immediatamente successivi alla guerra sociale", dopo l’eccezionale vitalità edilizia nella seconda metà del II secolo a.C. ("I territori sabellici e sannitici", in Incontro di Studi su "Roma e l’italia fra i Gracchi e Silla", in Dia/Ar IV-V, 2-3, 1970-1971, p. 456).

 

 

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Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
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