Vastogirardi, Tempio, Mefite, Isernia, Molise, Ercole, Acqua, Saggio, Scavo.
SANNITI

MARIO PAGANO - ANDREA CECCARELLI - ASCANIO D’ANDREA
DAVIDE MONACO - MARCELLO MOGETTA - MICHELE RADDI
ADRIANO CARMOSINO - DANIELE SEPIO - DAVID WICKS

 

Campagna di scavi 2004
LA RIPRESA DELLE ESPLORAZIONI E DEGLI SCAVI
NEL SANTUARIO SANNITICO DI VASTOGIRARDI

Provincia di Isernia

 



 


 

Grazie a un progetto PIT presentato dal Comune di Vastogirardi (1) è stato possibile, dopo più di 30 anni di interruzione e di silenzio negli studi, procedere alla ripresa, sia pur limitata, delle esplorazioni di uno dei più interessanti santuari italici del Sannio Pentro, quello di Vastogirardi.
Oggetto di scavi da parte di J. P. Morel nel periodo 1971-1974 (2), le esplorazioni dell’epoca avevano condotto alla scoperta di un tempio, orientato Nord-Sud, prostilo in antis (m. 10,81 x 17,92), con podio (alt. m. 1,83), elegantemente modanato (dal basso zoccolo liscio, cornice di base con profilo a cyma reversa, una parete liscia e una cornice di coronamento di tipo tuscanico), rivestito di blocchi di calcare, e retrostante muro di contenimento in opera poligonale, sul quale si era successivamente impostata una chiesetta medioevale, dedicata a Sant'Angelo Indiano (a quest’ultima epoca risalgono molte tombe allora scavate a ridosso di essa) e, a breve distanza di esso a Sud (55 m.), di un edificio di non chiara destinazione e funzione, a due navate. Poco a Nord-Est (circa 40 m.) del tempio già il Morel individuò un muro in senso Nord-Sud, probabilmente il recinto dell’area sacra, meglio messo in evidenza dalle indagini georadar. Tra questo e il tempio le nuove indagini sistematiche condotte con carotaggi hanno confermato l’addensarsi dello strato archeologico di età ellenistica, mentre oltre esso, ad oriente, quasi tutti i carotaggi sono risultati sterili dal punto di vista archeologico. Gli stessi carotaggi hanno permesso di ipotizzare la presenza di un laghetto, in età antica, fra il tempio e l’altro edificio individuato dal Morel.
Il tempio, posto lungo la strada che conduce ad un antico insediamento sannitico, posto in località Terravecchia, a cavallo del confine fra i comuni di Vastogirardi e Capracotta, si trova a m. 1166 s.l.m., alle pendici del monte Capraro, a breve distanza da una copiosa sorgente le cui acque, dopo un breve percorso a cielo aperto, vengono inghiottite in una cavità carsica, per riemergere più oltre. Esso ha precisamente un Azimut, non consueto, di 158,0, ed è situato ad una latitudine di 41°47,133’, ed a una longitudine di 14°15,726’ (h. zen. 4; EPE 5).




L'area di Sant'Angelo di Vastogirardi.
A - Ruderi del Tempio Sannitico; B - Ruderi del c.d. Edificio B; C - Inghiottitoio.



Si è deciso di procedere in maniera sistematica con indagini preliminari, dando la priorità alla prospezione Georadar (3), effettuata nella stagione opportuna a causa della presenza, sulla terrazza inferiore dove sono gli edifici finora scavati, della falda acquifera, e ad una serie di carotaggi, al fine anche di ricostruire la geomorfologia e il paleoambiente antichi dell’area e di verificare estensione, natura e cronologia dei resti archeologici ancora sepolti. Si sono, inoltre, riordinati i blocchi che giacevano dal tempo degli scavi del Morel presso il tempio, ciò che ha consentito una osservazione importante, e finora non considerata. Molti di essi, infatti, e in particolare alcuni rocchi di colonne e capitelli, sono appena e semplicemente sbozzati, segno che la monumentalizzazione del tempio, iniziata alla fine del II secolo a.C. rimase incompiuta e, almeno il pronao (giacché si può supporre che la cella, salvo forse le cornici di coronamento, non rinvenute, fosse invece utilizzabile), non realizzato.
Che tale interruzione dei lavori sia da porre in rapporto con le tormentate vicende della guerra sociale nel Sannio appare l’ipotesi più attendibile, viste le rovinose conseguenze della stessa sulla regione. Altri santuari, come quello di Pietrabbondante, Campochiaro, San Giovanni in Galdo (CB), e anche fuori dal Sannio, come quello di Privati presso Castellammare di Stabia, conoscono una crisi quasi mortale in tale periodo. È significativo che solo poche monete (delle quali un asse molto consunto, probabilmente di Nerone (4) è stato rinvenuto nel corso delle nostre indagini sull’acciottolato intorno al tempio) e pochi e minuti frammenti ceramici risalgano all’età imperiale romana, con continuità fino al tardo impero, segno di una certa frequentazione e di una sopravvivenza del culto in epoca successiva alla guerra sociale.




Ruderi sistemati e catalogati.

Una ripresa dell’insediamento è invece documentata per il Medioevo, quando sulla terrazza superiore retrostante al tempio, come attesta un limitato saggio e materiale edilizio affiorante, e la densa necropoli individuata durante i lavori di canalizzazione a Sud del tempio, indizia la formazione e la presenza di un vero e proprio insediamento stabile, non sappiamo in che rapporti con il vicino nucleo medioevale di Vastogirardi (5), che ne potrebbe costituire l’incastellamento. I pochi frammenti ceramici rinvenuti, attestano una frequentazione dell’area in epoca angioina, ma si può ipotizzare che la trasformazione in chiesa sia avvenuta almeno in epoca altomedioevale.
Sul tempio si impiantò, infatti, una chiesa dedicata a Sant'Angelo, che un documento attesta col toponimo Indiano. Sulla base di tale toponimo si è pensato ad un culto di Diana, mentre non sussistono elementi per poter pensare ad un culto Ercole, in quanto i bronzetti provenienti da Vastogirardi risultano rinvenuti in località Staffoli (proprietà Selvaggi), lungo l’importante tratturo Celano-Foggia, dunque assai lontano dal luogo del tempio (6). In alternativa, si potrebbe pensare ad un culto di Mefite, sempre legata alla acque, divinità tipicamente italica, date le caratteristiche idrogeologiche carsiche dell’area. Riteniamo che in questo modo sia ben possibile spiegare anche il curioso appellativo di Indiano, come corruzione popolare dell’appellativo Utiana (con normale trasformazione, in epoca tarda, di "t" in "d"), con il quale la dea è comunemente nota in più luoghi (7) (Rossano di Vaglio, Potentia, Capua). Nessun elemento nuovo è emerso ad illuminare questi aspetti nel corso di questo intervento preliminare, che si spera verrà presto seguito da nuove, auspicabili, indagini di scavo dirette anche a localizzare le stipi votive del santuario e a precisare limiti e cronologia della rioccupazione di età medioevale.

 

Indagini geoarcheologiche in località
Piana Sant'Angelo di Vastogirardi.
Relazione scientifica (Novembre 2004).
Introduzione.


Le indagini geoarcheologiche condotte in località Piana di Sant'Angelo, promosse dal Comune di Vastogirardi d’intesa con la Soprintendenza Archeologica del Molise, rientrano in un più ampio piano di intervento, finalizzato alla sistemazione ed alla valorizzazione del sito archeologico del cosiddetto Tempio Sannitico di Vastogirardi.
La campagna di sondaggi geoarcheologici, effettuata nei mesi di Settembre e Ottobre 2004, ha interessato un’area piuttosto estesa (circa 3,2 ha), delimitata a N dalla strada comunale Sant'Angelo e dalla macera interpoderale che si congiunge alla strada comunale della Pescara, a E dal suddetto tracciato stradale, a S dal corso del canale che si origina dalla fontana dell’Acquedotto dell’Alto Molise, ad O, infine, dall’area occupata dal Tempio Sannitico e dal cosiddetto Edificio B (Comune di Vastogirardi, F9, part. 26, 29, 144 e 147).
Le indagini hanno avuto lo scopo di verificare se all’interno dell’area prescelta esistessero testimonianze archeologiche - nell’ottica, però, di una più generale comprensione e ricostruzione del paesaggio antico del sito del Tempio Sannitico - e di valutarne la consistenza, in modo tale da programmare eventuali futuri interventi di scavo archeologico.
Di seguito verranno descritti in primo luogo metodi e strategie adottati nel corso delle indagini, quindi le sequenze stratigrafiche individuate mediante i carotaggi; infine verrà proposta una loro lettura interpretativa.

 

Metodi e strategie di intervento.

La procedura seguita per poter identificare gli ambienti di sedimentazione naturali, i tipi di depositi archeologici e la loro estensione nell’area in esame è consistita nelle seguenti azioni:
- esame delle fonti edite relative ai ritrovamenti archeologici effettuati nell’area di indagine (in particolare nel corso degli scavi Morel 1971-1974);
- ricognizione archeologica di superficie e rilievo diretto delle presenze archeologiche rinvenute, in particolare nell’area immediatamente ad E del Tempio Sannitico e dell’Edificio B e presso il cosiddetto inghiottitoio (una cavità carsica situata al limite SE dell’area di indagine);
- analisi geomorfologica basata sul microrilievo dell’area di indagine e sulla successiva elaborazione di un modello tridimensionale del terreno;
- identificazione delle irregolarità del rilievo stesso ed analisi delle sue cause geomorfologiche, archeologiche e storiche;
- analisi delle sezioni esposte in seguito all’esecuzione dei canali di drenaggio nell’ambito dei lavori di sistemazione del sito archeologico del Tempio Sannitico oltre i limiti S ed E dell’area di indagine.
- perforazioni verticali del terreno a carotaggio non continuo, mediante trivella manuale (Eijkelkamp Hand auger equipment), con carotatore di cm 10 di diametro e 15 di altezza. Sono state ottenute in tal modo carote sufficientemente indisturbate per uno studio stratigrafico. Nel caso in cui la natura del terreno rendeva particolarmente difficoltosa la perforazione del terreno, sono stati eseguiti sondaggi stratigrafici a mano delle dimensioni medie di cm 50 x 50, la cui profondità variava in funzione del raggiungimento di livelli in cui era possibile riprendere la trivellazione. Il numero dei carotaggi, la loro distribuzione a intervalli regolari (griglia di m 20 di lato a copertura totale dell’area di indagine) e la loro profondità (m 2 dal piano di campagna) sono stati stabiliti con il preciso scopo di costruire sezioni ipotetiche della stratificazione sottostante alle coltri loessiche e colluviali;
- studio geoarcheologico delle carote; dopo ogni estrazione, le carote sono state pulite e collocate su supporti appositamente allestiti, fotografate, descritte e documentate al fine di individuare le caratteristiche stratigrafiche, sedimentologiche e pedologiche. Eventuali reperti ceramici rinvenuti sono stati raccolti e conservati in contenitori con indicazione del carotaggio, dello strato e della profondità di rinvenimento.




Modello tridimensionale del terreno (DTM).

Ad ogni carotaggio corrisponde una scheda in cui compaiono i seguenti gruppi di voci:
(a) Descrizione anagrafica: sigla del carotaggio; data di esecuzione del carotaggio, condizioni meteorologiche e grado di difficoltà della perforazione; quota assoluta del piano di campagna; nome e cognome del responsabile della descrizione;
(b) Descrizione degli strati individuati e delle relative caratteristiche: spessore; composizione e granulometria del sedimento (argilla; limo; sabbia; ghiaia); colore (sia quello dominante che quello di eventuali screziature), definito sulla base del raffronto visivo con le tavole cromatiche Munsell; tipo di aggregazione e consistenza del sedimento (incoerente; friabile; compatto; duro; plastico); tipo (organico; geologico; antropico) e frequenza (raro; medio; frequente) degli inclusi;
(c) Osservazioni: presenza o meno di acqua di falda; profondità raggiunta dal carotaggio (qualora inferiore ai m 2) e motivi dell’interruzione della perforazione; eventuali relazioni con elementi notati in superficie; etc.

I dati in tal modo raccolti hanno permesso di stabilire correlazioni stratigrafiche tra i diversi carotaggi. Sulla base di tali correlazioni sono state infine realizzate sezioni ipotetiche del sottosuolo ed una mappa di affioramento dei sedimenti geologici, sulla quale è stata tracciata l’area interessata dalla presenza di stratigrafia archeologica.

 

Descrizione delle sequenze stratigrafiche.
Geomorfologia


Per comprendere l’articolazione stratigrafica del sottosuolo è apparso necessario conoscerne la forma superficiale, attraverso un rilievo di dettaglio che consentisse una lettura geomorfologica evidenziando forme antropiche e naturali. La carta utilizzata si compone di curve di livello con equidistanza di cm 20: è stata ottenuta mediante interpolazione automatica delle quote assolute di ciascun carotaggio integrate da una apposita celerimensura che ha coperto l’intera area d’indagine seguendo una griglia sistematica di metri 4x4. L’utilizzo di software GIS per l’elaborazione dei dati ha permesso di produrre un modello digitale del terreno georeferenziato sulla base del quale è stata possibile una prima analisi morfologica dell’area.
Il microrilievo evidenzia una serie di anomalie che costituiscono segni fisiografici ancora leggibili in superficie. Al centro dell’area indagata si può innanzitutto notare una depressione determinata con molta probabilità da un antico corso d’acqua che, con andamento N-S si immetteva lungo il torrente principale che ancora oggi, regolarizzato entro gli argini di un canale, scorre in senso O-E nel fondovalle. Un canale di drenaggio realizzato in tempi recenti a scopi agricoli segue, non a caso, lo stesso percorso del paleoalveo. Ad O e ad E di questa depressione si osservano due aree relativamente rilevate, ai margini delle quali si riscontrano due ulteriori piccoli bacini. Ad O la depressione, in parte interessata in epoca recente da episodi di accumulo artificiale di detriti, si sviluppa verso SO, nell’area compresa tra il Tempio Sannitico e l’Edificio B. Essa arriva probabilmente a comprendere l’ampia area paludosa situata a S del punto in cui capta l’Acquedotto dell’Alto Molise. L’altro bacino, ad E, si sviluppa in senso NO-SE e sembra potersi ricollegare alla presenza del piccolo specchio d’acqua oggi esistente presso il cosiddetto inghiottitoio, del quale potrebbe indicare la antica estensione. Un’ulteriore anomalia, di probabile origine antropica, è stata rinvenuta circa 40 m ad E del Tempio Sannitico. Si tratta di un leggero rialzo del terreno di forma rettangolare allungata in senso NO-SE, della lunghezza di circa 30 m. Vi si può ragionevolmente riconoscere una struttura muraria, un tratto della quale sappiamo essere stato rinvenuto nel corso degli scavi condotti da J. P. Morel negli anni 1971-1974, interpretata dallo studioso come temenos dell’area sacra di pertinenza del Tempio Sannitico.





Localizzazione dei carotaggi (griglia mt. 20 x 20).



I carotaggi.

Preliminarmente all’esecuzione dei carotaggi si è reso necessario il tracciamento di una griglia regolare che coprisse interamente l’area di indagine. La griglia risulta definita dall’intersezione di assi perpendicolari tra loro, orientati rispettivamente in senso N/NE-S/SO (numerati con numeri arabi consecutivi, procedendo da O verso E) e O/NO-E/SE (denominati con lettere consecutive dell’alfabeto latino, procedendo da N verso S) e posti ad una distanza di m 20. Fanno eccezione i carotaggi realizzati nell’area alle spalle del Tempio Sannitico, posti lungo un asse orientato in senso N/NE-S/SO (asse K). Ciascun carotaggio è definito in sostanza da una coppia di coordinate (p. es. B1, C8 etc.) ed è posto ad una distanza fissa di 20 m dal carotaggio precedente e da quello succesivo. Fanno eccezione il carotaggio E10/11, posto a 10 m dal carotaggio E10, ed il carotaggio FG12, posto lungo un asse N/NE-S/SO intermedio tra l’asse F e l’asse G, ma in corrispondenza dell’asse O/NO-E/SE 12.
Nel complesso sono stati piazzati sul terreno 80 punti, in corrispondenza dei quali sono stati eseguiti i carotaggi, per un numero totale di 60. Sulla base di quanto emerso dall’analisi del microrilievo si è infatti deciso di procedere alla copertura completa di 6 linee di sezione (3 in senso N/NE-S/SO: asse B, asse E, asse K; 3 in senso O/NO-E/SE: asse 2, asse 8 ed asse 11), eseguendo ulteriori carotaggi esclusivamente in quei punti che avrebbero potuto fornire dati utili ad una migliore comprensione della stratigrafia documentata dai carotaggi già effettuati.
Va comunque ricordato che l’area compresa tra il supposto muro di limite del santuario ad E ed il Tempio Sannitico e l’Edificio B ad O è stata coperta integralmente.
Di seguito verranno esposte, dall’alto verso il basso, le sequenze stratigrafiche documentate lungo le linee di sezione, integrate laddove necessari dai dati emersi dagli altri carotaggi.

Sezione B1-B8

I carotaggi B1-B3, situati all’interno dell’area delimitata dal supposto muro di "temenos", hanno restituito sequenze del tutto analoghe. Al di sotto dell’humus, il cui spessore medio non supera i 10 cm, sono documentati strati di limo argilloso marrone scuro (Munsell 7.5YR 3/2) piuttosto friabile, ricchi di inclusi organici (principalmente radici), ed in cui sono stati rinvenuti frammenti ceramici in quantità crescente verso il basso, spesso di piccole dimensioni e dagli spigoli arrotondati, in seguito forse a fenomeni di colluvione (B1a, B2a, B3a), passanti a limo argilloso nero o grigio scuro con numerosi inclusi antropici, essenzialmente ceramica e

Comparazione Munsell
 
carboni (B3b). Tali livelli, il cui spessore è compreso tra 30 e 40 cm, coprono sistemazioni pavimentali costituite da ciottoli calcarei e frammenti di laterizi allettati su una matrice argillosa (B1b, B3b interfaccia inferiore), al di sopra di livelli di preparazione di circa 20 cm. Nel complesso i depositi antropici nell’area ad O del muro di limite del santuario hanno uno spessore medio di 50 cm (B1, B2; C1, C2, D1), raggiungendo al massimo i 70 cm (B3).
Il carotaggio B4, situato invece ad E del muro suddetto, dunque all’esterno della supposta area sacra, ha restituito un deposito archeologico molto più complesso. Si possono infatti riconoscere almeno due livelli distinti. Il livello superiore è del tutto analogo alle sequenze riscontrate all’interno dei carotaggi B1-B3.
Al di sotto di uno strato colluviale (B4a), è stato individuato uno strato di limo argilloso grigio scuro (10YR 3/1) con inclusi numerosi frammenti ceramici e laterizi (B4b) che copre una concentrazione di ghiaia e ciottoli, probabile sistemazione pavimentale (B4c, interfaccia superiore). Questo deposito, il cui spessore è di circa 50 cm, si imposta al di sopra di una colmata dello spessore di 45 cm (B4c), che oblitera a sua volta una sequenza, dello spessore di 50 cm, di strati argillosi lamellari con lenti di cenere, carboni e concotti (B4d-e).
Il successivo carotaggio B5, che pure ha restituito rari materiali ceramici fluitati dallo strato superiore B5a (20 cm di spessore), di probabile origine colluviale, sembra tuttavia indicare che l’area interessata da stratigrafia archeologica si estende poco oltre il carotaggio B4.
I depositi antropici dei carotaggi B1-B4 si impostano al di sopra di strati di argilla sterile (B1c, B2b, B3df, B4f) piuttosto pura, con percentuali minime di limo decrescenti verso il basso, di colore prevalentemente marrone intenso (7.5YR 5/4) e consistenza plastica, il cui spessore supera i 2 m (B4f continua oltre i 3,30 m dal piano di campagna). Il carotaggio B5, al di sotto dello strato colluviale, mostra una sequenza analoga (B5b-c).
 
Carotaggio B4
L’interfaccia superiore degli strati di argilla è costituita da sottili livelli compatti di ghiaie argillose di colore rosso che hanno evidentemente subito processi di ossidazione (B3c). Tali livelli costituiscono la traccia di un probabile paleosuolo sepolto.
Ad E del carotaggio B5, in corrispondenza della depressione già notata sul microrilievo, gli strati di argilla alla base delle sequenze risultano profondamente incisi da una superficie erosiva. Nel carotaggi B6-B8, infatti, la testa degli strati di argilla, individuata nel carotaggio B6 ad una profondità di m 1,90 dal piano di campagna (B6d), risulta coperta da uno spesso deposito di diversa natura.
Esso è costituito, al di sotto dell’humus, da limi argillosi grigi passanti ad argille limose grigio-azzurrine (B6a-b; B7a-c; B8a) - colore che implica processi di idromorfismoche coprono strati di ghiaie massive e/o fangosostenute (B6c, B7d, B8b).
In alcuni degli strati limo-argillosi sono stati rinvenuti frammenti ceramici di piccole e piccolissime dimensioni (B6a, B7c). Al centro della depressione gli strati di limo e argilla raggiungono uno spessore massimo di m 1,30; verso il margine O della depressione, lo strato di ghiaia ha uno spessore di 60 cm (B6c), che tende però ad aumentare procedendo verso E (nel carotaggio B7 la testa delle argille non è stata infatti raggiunta).

Sezione B2-F2

Il carotaggio C2 presenta una sequenza analoga a quella appena descritta in riferimento ai carotaggi B1-B3. Al di sotto dell’humus, il cui spessore medio non supera anche in questo caso i 10 cm, è documentato uno strati di limo argilloso marrone scuro (Munsell 7.5YR 3/2), fortemente biodisturbato, in cui sono stati rinvenuti frequenti frammenti ceramici di piccole dimensioni e dagli spigoli arrotondati, in seguito forse a fenomeni di colluvione (C2a), passanti a limo argilloso nero o grigio scuro con numerosi inclusi antropici, essenzialmente ceramica e carboni (C2b). Tale deposito, dello spessore complessivo di 45 cm, copre una sistemazione compatta di ciottoli calcarei (C2b, interfaccia inferiore), disposti su una preparazione spessa 15 cm (C2c, interfaccia superiore), che si imposta a sua volta su una sequenza di strati argillosi plastici (C2c-e).
Nei carotaggi D2-F2 il deposito di natura antropica si presenta meno consistente, essendo costituito da strati di limo argilloso marrone scuro con inclusi pochi frammenti ceramici, per la maggior parte fluitati, aventi uno spessore compreso tra un minimo di 12 cm (E2a) ed un massimo di 30 cm (F2a). Al contrario di quanto documentato nel carotaggio C2, tali depositi non coprono una sistemazione in ciottoli calcarei, ma un livello di ghiaie compatte con poca matrice argillosa (D2b, E2b, F2b). In superficie tale livello presenta blocchi di selce di dimensioni selezionate (cubetti di cm 4-5 di lato). Lo spessore massimo è di 40 cm (D2b), decrescente procedendo verso S (E2b: 20 cm; F2b: 7 cm). Tale livello, per il quale non è da escludere un’origine antropica, si imposta su strati di colore marrone intenso (7.5YR 4/6) tendente all’ocra (7.5YR 5/8), costituiti da percentuali più o meno equivalenti di argilla, limo e sabbia (D2d, E2c-d, F2c), dello spessore massimo di m 1,10 (D2). La superficie di questi depositi, che presenta chiare tracce di ossidazione (D2c), potrebbe rappresentare un paleosuolo sepolto. Al di sotto dei depositi sabbiosi è stata individuata la sequenza di argille esposta in riferimento alla sezione B1-B8 (D2e; E2f, coperto da uno strato di ghiaia argillosa E2e).

Sezione E1-E10/11

La sequenza di depositi di natura antropica, così come esposta nei carotaggi B1-B4 e B2-F2, è stata riscontrata con caratteri del tutto analoghi, oltre che nel carotaggio E2, solamente nel carotaggio E1. Gli strati di limo argilloso marrone friabile individuati immediatamente al di sotto dell’humus non hanno infatti restituito reperti ceramici (E3a, E4a, E5a, E6a, E7a, E8a, E9a, E10/11a). Nel carotaggio E3, tuttavia, un potente livello (spesso 97 cm) di ghiaie gradate con poca matrice sabbiosa e blocchi di selce di dimensioni selezionate in superficie (E3b) può essere correlato con gli allestimenti rinvenuti al di sotto dei depositi antropici nei carotaggi E1 ed E2 (E1b, E2b), rispetto ai quali verrebbe tuttavia a rappresentare un intervento molto più consistente. Ciò potrebbe spiegare il fatto che i depositi di limi e argille sabbiose rinvenuti al di sotto degli allestimenti di ghiaia nei carotaggi E2, D2 ed F2 ed al di sotto dello strato superficiale di limo argilloso nel carotaggio E4 (E2c-d, E4b) non siano stati rinvenuti nel carotaggio E3.
I carotaggi E5-E10/11 sezionano i depositi compresi all’interno della depressione descritta in riferimento ai carotaggi B6-B8. Gli strati superficiali di limo argilloso marrone e grigio-marrone, cui si è sopra accennato, risultano ricchi di clasti di materiale organico decomposto. In corrispondenza del centro della depressione si riconosce un ulteriore livello di limi dal colore grigio o grigio scuro (10YR 3/1), la cui consistenza si fa sempre più plastica, ed in cui sono attestati inclusi di tipo antropico, quali frammenti di ceramica fluitati di piccole dimensioni e carboni (E6b). Nel complesso i depositi limosi hanno uno spessore compreso tra un minimo di 30-35 cm ai margini della depressione (E5b, E9b) ed un massimo di 97 cm al centro (E6b).
Gli orizzonti dei carotaggi E1-E9 sopra descritti coprono potenti strati di ghiaie massive e/o fangosostenute, che ai margini della depressione raggiungono m 1,40 di spessore (E5b-c, E9b-c). I clasti di selce e calcare risultano spesso coperti da incrostazioni minerali di colore nero. Tale fenomeno può essere legato a oscillazioni dell’acqua di falda, che come noto comporta la formazione di idrossidi di ferro e manganese. Lo stesso deposito è documentato verso O nei carotaggi E1-E4 (E1c, E2e, E3c, E4c), ma presenta uno spessore decisamente inferiore, che raggiunge al massimo i 36-43 cm (E1c, E4c). Al contrario, esso non risulta essere presente nel carotaggio E10/11.
Al di sotto dei livelli di ghiaie, infine, sono stati individuati strati di argille poco limose di colore marrone intenso (7.5YR 4/6 e 5/4) e dalla consistenza plastica (E1d, E2f, E3d, E4d, E5d, E6d-e, E8c, E9d). Nel carotaggio E10/11 gli strati argillosi sono coperti direttamente dai limi argillosi (E10/11b-d). Nel carotaggio E7 tale livello non è stato raggiunto, trovandosi evidentemente oltre i 2 m di profondità.

Sezione A8-H8

I carotaggi A8-F8 sono posti lungo un allineamento che seziona i depositi situati in corrispondenza (A8, B8) ed ai margini (C8-F8) della depressione di cui si è già parlato, mentre il carotaggio H8 è situato ad un altimetria molto più bassa, in prossimità del corso d’acqua che costituisce il limite S dell’area di indagine. Il carotaggio G8 non è stato effettuato.
La sequenza individuata appare analoga a quella appena descritta in riferimento ai carotaggi E5-E9, fatta eccezione per il carotaggio H8, che mostra un’articolazione più complessa.
Al di sotto dell’humus, il cui spessore non supera i 10 cm, sono documentati strati di argilla limosa grigio scuro (A8a), limo argilloso grigio marrone (B8a, C8a, D8a) o marrone scuro (E8a, F8a, H8a), biodisturbati in superficie e con frequenti inclusi di tipo organico. Lo spessore di tali depositi è maggiore nei carotaggi effettuati verso il centro della depressione, fino a m 1,50 (A8, B8); in particolare nel carotaggio A8 è documentato un livello inferiore di argille di colore grigio bluastro (7.5YR 3/0), che presenta inclusi numerosi clasti di materiale organico in decomposizione, anche di grandi dimensioni (A8b). Tale strato si è formato, evidentemente, in condizioni di idromorfismo (analogamente a quanto documentato nel carotaggio B7 e nel carotaggio E6). Tali depositi coprono un livello di ghiaie molto compatte (A8c, B8b, C8b, D8b, E8b, F8b), difficili da perforare, il cui spessore massimo documentato è di circa 70 cm (D8b).
Nel carotaggio H8, invece, tra i limi argillosi (H8a) e le ghiaie (H8d) è documentata una sequenza dello spessore di circa 60 cm costituita da uno strato (H8b) di ghiaia fangosostenuta (probabilmente ridepositata per scivolamento dalla sommità del rilievo ad E della depressione), che copre uno strato di limo sabbioso di colore marrone ocra (7.5YR 6/8). Una sequenza del tutto analoga è stata riscontrata anche nel carotaggio G5, in cui è inoltre documentato un livello di torbe.
Al di sotto dell’orizzonte di ghiaie compatte, sono infine documentati, ma limitatamente ai carotaggi E8 ed H8 (E8c; H8e), strati di argilla poco limosa plastica di colore marrone.

Sezione E10/11-L11

I carotaggi condotti lungo tale allineamento hanno evidenziato sequenze stratigrafiche complessivamente molto simili tra di loro, fatta eccezione per il carotaggio I11, che presenta una situazione più articolata. Al di sotto dell’humus, il cui spessore è di circa 10 cm, sono stati rinvenuti strati di limo argilloso piuttosto compatto, di colore prevalentemente grigio-marrone (10YR 4/3), con inclusi di tipo organico, tranne che nel carotaggio F11 (E10/11a, G11a, H11a, I11a, L11a). Lo spessore dello strato è di 62 cm nel carotaggio E10/11, mentre tra i carotaggi G11 ed L11 aumenta progressivamente da 35 cm (G11a) ad 1 m (L11).
Tale deposito copre direttamente i livelli argillosi plastici che sono stati documentati alla base delle sequenze delle precedenti linee di sezione. Si tratta di una serie di strati di argilla marrone (E10/11b-d, F11a-e, G11b-c, I11d-e, L11b) con inclusi clasti di limo alternati a lenti e lamine di argilla pura più o meno frequenti, in cui sono riconoscibili livelli con concentrazioni di frammenti di calcare in decomposizione (E10/11c, F11c interfaccia inferiore, G11d) o di limo incoerente rosa (H11e, L11c).
Nel carotaggio I11, tra lo strato superiore di limo argilloso (I11a) e il livello inferiore di argilla (I11d-e), è documentata una sequenza dello spessore di 55 cm, costituita da uno strato di limo argilloso con inclusi numerosi clasti sabbiosi di colore ocra (I8b) che copre un livello di ghiaia argillosa compatta (I8c), in significativa analogia con quanto individuato nel carotaggio H8. Tale sequenza è stata individuata anche nei carotaggi posti ad SE della linea di sezione, in prossimità dell’inghiottitoio (L13, M12, M14), dove raggiunge uno spessore massimo di 1 m.

Sezione K1-K3

I carotaggi K1-K3 sono stati eseguiti sul pianoro situato a N del Tempio Sannitico con il preciso scopo di verificare la presenza di strutture murarie relative ad ambienti di servizio connesse all’area sacra o riferibili ad un eventuale area di abitato, la cui esistenza era già stata supposta da J. P. Morel in seguito ai rinvenimenti effettuati nel corso dello scavo degli anni 1971-1974. Il carotaggio K2 ha messo in luce, al di sotto dell’humus e di uno strato compatto di ghiaia e limo di probabile riporto moderno (K2a), il banco roccioso naturale, costituito da marne calcaree ed argille foliate, alla profondità di 26 cm dal piano di campagna.



Struttura muraria individuata nel carotaggio K1.


Il carotaggio K1, situato a m 7,5 verso SE rispetto al carotaggio K2, al di sotto del riporto moderno (K1a), spesso 35 cm, ha documentato la presenza di uno strato argilla limosa grigio scuro (K1b) con frequenti blocchetti di ghiaia, ciottoli calcarei e frammenti ceramici (laterizi). Tale strato, spesso 17 cm, copre una concentrazione di grandi frammenti laterizi che si appoggiano a quella che sembra la cresta di un muro orientato in senso E-O e spesso, per quanto osservato dopo l’esecuzione di un saggio a mano, circa 40 cm.
Il carotaggio K3, situato a m 7,5 verso SE rispetto al carotaggio K1, ha evidenziato, al di sotto dell’humus e del riporto moderno (K3a), spesso 35 cm, uno strato di limo argilloso marrone (K3b) con rari inclusi antropici, principalmente ceramica fluitata di piccole dimensioni, e carboncini a partire da una profondità di cm 78 dal piano di campagna. La perforazione di questo strato è stata interrotta alla profondità di 1 m dal piano di campagna per la presenza di pietre calcaree disposte di piatto. Allo stato attuale risulta però impossibile stabilire se si tratti anche in questo caso di una struttura muraria.

I canali di drenaggio.

Nell’ambito dei lavori di sistemazione e valorizzazione dell’area del sito archeologico del Tempio Sannitico, sono stati realizzati mediante mezzo meccanico 9 canali di drenaggio (Trincee A-H) ed un pozzo di captazione, finalizzati alla bonifica e regimentazione delle acque affioranti nell’area paludosa a SO del Tempio Sannitico ed a S del canale che costituisce il limite S dell’area di indagine. Le Trincee A, B ed E hanno riguardato, in realtà, la ripulitura e la successiva sagomatura di canali di drenaggio già esistenti, non costituendo dunque oggetto di indagine archeologica o geoarcheologica. L’esecuzione dei canali di drenaggio C, D, F e G ha invece consentito di esporre sezioni del sottosuolo sufficientemente profonde per permettere di ricavare osservazioni utili alla ricostruzione paleoambientale. Il canale di drenaggio H, realizzato lungo il fianco E del Tempio Sannitico, ha messo in luce una complessa stratigrafia archeologica che è stata oggetto del Saggio II (vedi infra).
Di seguito si descriveranno brevemente le sequenze stratigrafiche individuate nelle Trincee C, D, F e G e la loro relazione con quanto emerso dall’analisi dei carotaggi.

Trincea C

La trincea, lunga circa m 80, attraversa in senso E-O il terreno situato immediatamente a SO del Tempio Sannitico (Zona A; F9 part. 25). L’esecuzione del canale ha portato alla luce e parzialmente intaccato i resti di due sepolture ad inumazione, associate ad una complessa sequenza stratigrafica, che è stata oggetto di un’apposita indagine di scavo (Trincea C, Saggio I).
In questa sede verrà descritta la sequenza osservata e rilevata per un tratto di circa 30 m lungo la sezione N del canale (documentata nei punti campione TC1-TC3), ad O dell’area in cui è stato effettuato il saggio di scavo.
Al di sotto dell’humus, il cui spessore varia tra i 15 cm (TC1) ed i 20 cm (TC3), è stato individuato uno strato di argilla pura, privo di inclusi antropici. Lo strato, di 15-20 cm di spessore (TC1a, TC2a, TC3a), si è depositato in ambiente anossico, come indicato dal colore grigio-azzurrino (10YR 5/1) del sedimento. Si è potuto osservare, in seguito all’esecuzione del pozzo di captazione a N del canale di drenaggio, come lo stesso strato raggiunga uno spessore di circa 1 m.


Trincea C, campione TC1
 
Ne consegue, dunque, che tale strato si è accumulato all’interno di una depressione. Al centro della depressione, esso copre uno strato di torbe. Ai margini della depressione, in corrispondenza della Trincea C, tale deposito copre invece un livello spesso cm 60-70 di argille limo-sabbiose passanti a sabbie argillose ricche di inclusi organici (TC1b, TC2b, TC3b; Saggio I, US 7), con gradazioni di colore giallo (da 10YR 6/4 a 5Y 7/3). Nel complesso si tratta di un deposito dalle caratteristiche analoghe a quelle degli strati sabbiosi individuati nei carotaggi eseguiti presso l’ inghiottitoio e lungo il limite S dell’area di indagine (G5e, H8c, I11b, I12c, L13ce, M14d). Sulla superficie delle argille sabbiose gialle sono state individuate tracce di attività antropiche.
In particolare, 12 m ad O del Saggio I, sono stati individuati tre differenti tagli. Il più recente, largo m 1,60 e profondo m 0,30, ha un riempimento costituito da pietre calcaree di medie e grandi dimensioni. Esso ha intaccato una più antica struttura, costituita da un taglio di profilo troncoconico, largo m 1 in superficie e m 0,5 sul fondo, profondo m 0,80, in parte intaccato a sua volta da un ulteriore taglio, di profilo concavo e di minori dimensioni.
Sul fondo di questa struttura è stata rinvenuta una tavola di legno, conservatasi grazie alle particolari condizioni del terreno (presenza di acqua di falda). Difficile stabilire la reale funzione di queste strutture. Potrebbe trattarsi di apprestamenti a scopo agricolo, ma non è da escludere una connessione con l’area cimiteriale rinvenuta nel Saggio I (in particolare per la struttura più recente).
Tale livello di argille sabbiose copre strati di sabbia di colore rosso (2.5YR 4/6) verso E e strati di limo sabbioso grigio (5YR 6/1) verso O, visibili per uno spessore di 10 cm fino al fondo del canale (TC1c, TC2c, TC3c).



Trincea C, fossa rinvenuta lungo la sezione N; sul fondo
è visibile una tavola di legno conservata in situ.


Trincea D

La trincea è stata effettuata a S del canale che scorre dalla fontana dell’Acquedotto dell’Alto Molise all’inghiottitoio, in corrispondenza del margine SE della depressione individuata al centro dell’area di indagine. Il canale di drenaggio ha una lunghezza di circa 62 m ed un andamento in senso O-E, con un ultimo tratto in senso N-S.
La sequenza stratigrafica è stata rilevata, fotografata e documentata lungo la sezione E in due punti campione, posti rispettivamente al limite O del canale (TD1) ed a 30 m dal limite del canale verso E (TD2). Il campione TD1 ha documentato, al di sotto dell’humus, il cui spessore è di 15 cm, uno strato di limo poco argilloso friabile di colore marrone (10YR 4/3) passante a limo molto argilloso di consistenza plastica, dello spessore complessivo di 55 cm (TD1a). Nel campione TD2, tale deposito ha uno spessore di 1,18 m e presenta al suo interno un sottile livello di ghiaia con matrice limo-argillosa (5 cm), forse corrispondente ad un paleosuolo sepolto (TD2a). Tale deposito copre, verso O, uno strato lamellare di argilla poco limosa di colore marrone intenso (7.5YR 4/6) alternato a sottili lenti di argilla pura grigio-azzurrina (10YR 5/1), spesso complessivamente 45 cm (TD1b), depositatosi al di sopra del banco roccioso di calcare marnoso e argille foliate, individuate ad una profondità di m 1,15 dal piano di campagna. Verso E, invece, lo strato di limo argilloso friabile copre uno strato di ghiaia massiva (TD2b) visibile per uno spessore di 5 cm fino al fondo del canale (m 1,35 dal piano di campagna).

Trincea F

Il canale di drenaggio, lungo complessivamente circa m 42, è stato realizzato a S del canale che scorre dalla fontana dell’Acquedotto dell’Alto Molise all’inghiottitoio, in corrispondenza dell’Edificio B. Esso è costituito da un primo tratto con andamento NO-SE lungo m 25 e da un secondo tratto con andamento SO-NE lungo m 17.
La sequenza stratigrafica è stata rilevata, fotografata e documentata lungo la parete N in tre punti campione (TF1-3), dei quali due situati nel primo tratto (TF2-3), uno nell’ultimo tratto (TF1). Al di sotto dell’humus è stato individuato un livello di argilla limosa plastica (TF1a, TF2a, TF3a), con gradazione di colore passante
dal marrone (10YR 4/3) al grigio giallastro (10YR 6/4) e infine al grigio (10YR 5/1), dello spessore massimo di 45- 47 cm (TF1a, TF2a). Verso lo sbocco del canale, tale livello ha uno spessore di 20 cm (TF1a). Questo deposito copre un livello di torba (TF1b, TF2b, TF3b), dallo spessore massimo osservato fino al fondo del canale di 32 cm (TF3b). Nel campione TF1, al di sotto della torba, è documentato un sottile livello di ghiaia fangosostenuta (TF1c) depositatosi al di sopra di una superficie erosiva che ha intaccato uno strato di limo argilloso di colore grigio scuro (7.5YR 3/0) con inclusi frammenti ceramici fluitati e carboni (TF1d). Tale strato è con molta probabilità in relazione con la frequentazione del vicino Edificio B.
 
Trincea F - Campione TF3


Trincea G

Il canale di drenaggio, lungo circa m 32 con andamento NE-SO, è stato realizzato nell’area antistante il Tempio Sannitico. La sequenza stratigrafica è stata osservata e rilevata lungo le sezioni E ed O, per tutta la lunghezza del canale.
Al di sotto dell’humus, il cui spessore non supera i 15 cm, è stato individuato un consistente strato di limo sabbioso nero, spesso 40 cm, con inclusi frammenti ceramici, ghiaia e pietre di medie e grandi dimensioni. Si tratta di una colmata che ha livellato l’area a S del Tempio in seguito ai lavori condotti nel 1955 per la costruzione dell’Acquedotto dell’Alto Molise. Uno scasso della larghezza di m 5, funzionale alla messa in opera della condotta di sfogo, è stato individuato a m 8 verso S dall’inizio del canale. Al di sotto di questo deposito, uno strato di torba e limo nero, dello spessore massimo di 20 cm presso lo sbocco del canale, copre una sistemazione in grandi blocchi irregolari di calcare (individuata a m 20 circa dall’inizio della trincea) del tutto analoga a quella documentata nella Trincea C ad E del Saggio I, della quale costituisce il proseguimento oltre il canale che si origina dalla fontana dell’Acquedotto. La struttura, interpretabile come canale di drenaggio moderno, riempie un taglio che ha intaccato uno strato di limo grigio scuro fortemente bioturbato (radici) e, al di sotto di questo, uno strato di argilla plastica di colore grigio, sterile, dello spessore massimo osservato fino al fondo della trincea di 45 cm. Verso N (a m 17 verso S dall’inizio della trincea), lo strato di limo grigio scuro copre uno strato di limo argilloso lamellare di colore marrone giallastro che riempie un taglio largo circa 2 m, le cui pareti sono foderate da lastre di calcare. Si tratta probabilmente di un canale di drenaggio antico (cfr. Trincea C, Saggio I) che, con andamento N-S, prosegue verso l’area paludosa a SE del Tempio Sannitico. Il canale taglia a S lo strato di argilla plastica grigio, mentre a N esso intacca uno strato di argilla sabbiosa di colore giallo, del tutto simile al deposito documentato nella Trincea C. A Nord dello scasso per l’Acquedotto, infine, lo strato di argilla sabbiosa copre uno strato di argilla limosa con rari inclusi di colore marrone intenso, osservato fino al fondo della trincea per uno spessore di 35 cm.

Interpretazione.

Il riconoscimento nelle carote estratte di associazioni di facies sedimentarie ricorrenti, sia naturali che archeologiche, ha permesso, attraverso l’individuazione di correlazioni stratigrafiche, di estrapolare il dato puntiforme e di individuare unità topograficamente delimitabili per spessore ed estensione.
Il substrato "geologico" dell’area di indagine si articola nelle seguenti unità deposizionali, di seguito descritte in ordine stratigrafico dalla più antica alla più recente:
- Calcari marnosi, Marne e Argille foliate (appartenenti alla successione sedimentaria Laziale-Abbruzzese): il banco roccioso è stato individuato nel carotaggio K2 alla profondità di m 0,26 dal piano di campagna, e nella Trincea D alla profondità di m 1,15.
- Argille: si tratta di depositi alluvionali accumulatisi direttamente al di sopra del banco roccioso e costituiti da argille di colore marrone (7.5YR 5/4, 4/4, 4/6) povere di inclusi e con scarsa percentuale di limo, caratterizzate da lenti ciottolose e rari livelli di limo rosa (7.5YR 6/8). Lo spessore massimo documentato del deposito è di circa 2 m (carotaggio B4). Tale unità affiora ad E della depressione individuata al centro dell’area di indagine, subito al di sotto della coltre loessica e dei depositi colluviali (p. es. carotaggio F11).
L’interfaccia superiore degli strati di argilla è costituita da sottili livelli compatti di ghiaie argillose di colore rosso che hanno evidentemente subito processi di ossidazione (p. es. carotaggio B3c). Tali livelli costituiscono la traccia di un probabile paleosuolo, sul quale si sono impostati i piani di frequentazione relativi al Tempio Sannitico.
- Ghiaie: si tratta di un conoide alluvionale, originatosi dal sistema del Monte Capraro, che borda a N l’area di indagine. Esso è costituito da ghiaie molto compatte e disorganizzate, molto mal selezionate, raramente con gradazione inversa, alternate a depositi ghiaiosi fangosostenuti (p. es. carotaggio E5). I clasti di selce e calcare risultano spesso coperti da incrostazioni minerali di colore nero. Tale fenomeno può essere legato a oscillazioni dell’acqua di falda, che come noto comporta la formazione di idrossidi di ferro e manganese. Tale deposito affiora in corrispondenza del margine E della depressione individuata al centro dell’area d’indagine. In pianta si sviluppa con una forma a ventaglio corrispondente ad un tronco di cono a sezione lenticolare. Il limite inferiore è di tipo erosionale, con passaggio netto all’unità deposizionale delle argille. Il corpo sedimentario presenta al centro un canale fluviale incassato, proprio in corrispondenza con la depressione notata sul microrilievo. Il rinvenimento di una unità deposizionale del tutto simile verso il limite SE dell’area di indagine, ad E dell’area di affioramento delle argille (carotaggi FG 12, I11, I12), permette di ipotizzare l’esistenza di un secondo conoide, forse più recente.
- Limi: si tratta di depositi fluviali costituiti da limi argillosi di colore marrone scuro tendente al grigio-azzurrino interdigitati con sabbie e limi sabbiosi laminati. I limi argillosi marroni si sono depositati in seguito alle esondazioni del fiume incassato nel conoide. I limi argillosi di colore grigio-azzurrino, depositatisi in ambiente anossico, rappresentano invece riempimenti del canale (carotaggi A8, B7, E6). Il rinvenimento all’interno dei suddetti depositi di reperti ceramici usurati dal trasporto idrico, databili a partire dall’età tardo repubblicana (ceramica a vernice nera: carotaggio B7), indica che al momento della frequentazione del Tempio Sannitico il fiume era ancora attivo. L’età di deposizione di questa unità dovrebbe essere compresa tra il II secolo a.C. ed il periodo tardo-antico, stando a quanto documentatodalla sequenza stratigrafica indagata nella Trincea C, Saggio I: nell’area a SO del Tempio Sannitico la necropoli di età medievale si sviluppa al di sopra dei riempimenti dei canali di drenaggio artificiali di probabile età romana. Limi sabbiosi e sabbie sono stati messi in posto da corrente idrica, nelle immediate vicinanze di un corso d’acqua che scorreva in corrispondenza del canale moderno che scorre tra la fontana dell’Acquedotto e l’inghiottitoio. I limitati livelli ghiaiosi rinvenuti al loro interno possono essere dovuti alla progradazione del conoide. La consistente presenza di sostanza organica in limi e argille laminate grigie e di livelli di torba (carotaggio G5; trincea C e pozzo di captazione; trincea D) indica che tale corso d’acqua, alimentato da polle d’acqua sorgiva, doveva dar luogo ad ambienti d’acqua stagnante, in corrispondenza delle depressioni individuate sul microrilievo presso l’inghiottitoio e nell’area a SO del Tempio Sannitico.
- Depositi archeologici: si tratta di strati di limo argilloso passanti ad argilla limosa di colore grigio scuro con frequenti frammenti ceramici e laterizi, anche di grandi dimensioni, e carboni, interpretabili come depositi formatisi in seguito alla frequentazione, all’uso ed all’abbandono delle strutture dell’area sacra del Tempio Sannitico. Tali depositi, infatti, sebbene attestati nel raggio di circa 75 m dall’edificio templare, sembrano avere maggiore consistenza all’interno dell’area il cui limite E è costituito dalla struttura muraria orientata in senso NO-SE (seguendo cioè l’allineamento del Tempio Sannitico) ed il cui limite O coincide con l’allineamento tra i lati E del Tempio e dell’Edificio B, in corrispondenza della depressione colmata da depositi di ambiente lacustre, che evidentemente doveva costituire una barriera.
Gli strati di vita e di abbandono, dello spessore variabile tra i 30 ed i 40 cm, coprono sistemazioni pavimentali in ciottoli di calcare sistemate su preparazioni più o meno spesse (al massimo i depositi archeologici all’interno dell’area non superano i 70 cm). Di diversa natura sono altre sistemazioni. L’esistenza di una probabile area paludosa ad O dell’allineamento appena descritto (v. Trincea C e pozzo di captazione) ha, infatti, condizionato la viabilità tra il Tempio stesso e l’Edificio B, raggiungibile attraverso un percorso costituito da una sistemazione di ghiaia selezionata allestito almeno in parte al di sopra del deposito di limi (carotaggi D2, E2, F2, E3).
Quanto all’Edificio B, è interessante notare come esso sia stato edificato al di sopra di un’isola di affioramento delle ghiaie naturali. A Nord del tempio, strutture murarie con i relativi livelli di abbandono sono attestate nel carotaggio K1 e più ad E nell’area indagata da J. P. Morel negli anni 1971-1974.
Difficile stabilire se si tratta di strutture di servizio del santuario oppure di un area di abitato. Questa seconda ipotesi sarebbe però avvalorata dal fatto che oltre il limite E dell’area sacra, il carotaggio B4 ha documentato la presenza di una sequenza molto più articolata, in cui si riconoscono almeno due fasi, delle quali la più antica, costituita da un livello molto ricco di concotti, ceneri e carboni, è difficilmente ricollegabile alla fase di frequentazione del santuario (va però ricordato che una fase più antica del Tempio è documentata dai materiali rinvenuti sotto il pavimento dell’edificio di seconda metà del II secolo a.C.). Inoltre è interessante ricordare come anche nel quadro delle opere di canalizzazione rinvenute nell’area paludosa a SE del Tempio Sannitico, sicuramente anteriori all’età medioevale (Trincea C, Saggio I; pozzo di captazione; Trincea G) si possono riconoscere forse due diverse fasi, non necessariamente entrambe legate alla monumentalizzazione del Tempio nelle forme che oggi conosciamo. Un’ultima osservazione riguarda la datazione degli strati archeologici. Tra i frammenti ceramici rinvenuti, spesso di piccole e piccolissime dimensioni, gli unici frammenti diagnostici sono costituiti da ceramica a vernice nera. Gli strati individuati all’interno dell’area sacra sembrano databili alla tarda età repubblicana. Nessun frammento è pertinente a produzioni ceramiche inquadrabili cronologicamente nella prima e media età imperiale.
Questo dato sembra in contrasto con quanto affermato da J. P. Morel (sulla base del rinvenimento di alcune monete), secondo il quale il santuario venne frequentato almeno fino al II-III d.C. Però una moneta bronzea di Nerone e alcuni frammenti di sigillata chiara D (vedi infra) confermano in certa misura le ipotesi di Morel, anzi fanno pensare ad una data più tarda, anche se non è ancora chiaro il tipo di frequentazione.


Trincea C - Saggio 1
Località Piana di Sant'Angelo a Vastogirardi.
Relazione preliminare dello scavo (Novembre 2004).
Introduzione.


Nel corso dello scavo del canale di drenaggio C, realizzato mediante mezzo meccanico per consentire il deflusso dell’acqua superficiale nell’area paludosa a SW del Tempio Sannitico (Zona A, F9 part. 25), è stato individuato un gruppo di ossa umane sconvolte. Esse sono state intercettate nella sezione settentrionale del suddetto canale, nelle vicinanze del canale moderno posto più ad est.
Un limitato intervento di scavo lungo una porzione di sezione del canale per una larghezza di m. 0.30 ca. ha portato al riconoscimento, poco al di sotto del piano di campagna attuale, di due tombe rivestite con pietre calcaree ma prive della copertura (Tb 1, Tb 2). Su richiesta della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise è stato realizzato un saggio di m. 4 x 4 al fine di confermare la presenza di un cimitero e di definirne l’estensione.
Nel corso di questo intervento sono state individuate almeno 5 tombe, delle quali 3 oggetto di scavo sistematico, con lo scopo di effettuare un recupero di emergenza dei resti scheletrici rinvenuti e nel tentativo di datare il contesto. È stato inoltre realizzato, in seguito al riconoscimento di una porzione di stratigrafia nella sezione parzialmente crollata della canale di drenaggio, un limitato intervento di scavo in corrispondenza dell’angolo SE del saggio per consentire una più agevole lettura del cimitero.




Localizzazione del Saggio 1.


Lo scavo.

L’area dello scavo è stata inizialmente ripulita manualmente da uno strato di terreno di riporto, dello spessore di m. 0.20 ca., formatosi in seguito all’attività della ruspa (US 0).
Il deposito conteneva ossa umane, frammenti di laterizi e ceramica oltre a rare pietre calcaree di medie e grandi dimensioni.
Al di sotto di questo accumulo è stato individuato il piano di campagna attuale. Questo strato superficiale copriva l’ US 1, ovvero uno strato di argilla limosa molto umido e plastico, dello spessore di m. 0.15-0.20 ca., al cui interno sono stati rinvenuti rari esempi di ossa umane disarticolate, frammenti di ceramica, vetro, laterizi, carbone e frammenti di selce lavorate. Il deposito conteneva inoltre alcune pietre calcaree di piccole e medie dimensioni.
La rimozione di questo strato ha portato all’individuazione di una situazione piuttosto complessa. Sono state infatti riconosciute cinque tombe (Tb 1-5), orientate NW-SE, e probabilmente altre due strutture analoghe poste ai limiti E e NW del saggio. Sono state inoltre documentate diverse sistemazioni di pietre calcaree (raggruppate come US 26): un allineamento NE-SW di lastre piatte in superficie di medio-grandi dimensioni, un gruppo di blocchi e frammenti irregolari di calcare sottostante alla Tb4, una concentrazione di frammenti irregolari a sud e due grossi massi. Uno di questi ultimi è stato spostato dalle recenti attività della ruspa. Alcune di queste sistemazioni sembrano essere precedenti alle tombe.



Il Saggio 1 ad inizio scavo (sx) e dopo l'asporto dell'US1 (dx).


Un’ulteriore tomba è stata individuata in corrispondenza della sezione SE del saggio (Tb6) e un taglio in cui è forse possibile riconoscere una settima tomba (US 14). Entrambe queste strutture sono più antiche di quelle precedentemente descritte, essendo obliterate da uno strato di argilla limosa grigio (US 8) che è stato in un secondo momento tagliato dalle due tombe meridionali (Tb 2 e Tb 3).
Delle tombe individuate ne sono state scavate tre, ovvero la Tb 2, la Tb 3, e la Tb 4. Per le altre è stata effettuata una documentazione in superficie (Tb 1, Tb 5) o in sezione (Tb 6).
Di seguito verranno descritte in primo luogo le tombe che sono state scavate ed in seguito quelle riconosciute ma non indagate. Infine sarà descritta la sequenza stratigrafica osservata lungo la sezione N del drenaggio C.

Tomba 2 (US 10)

La tomba 2 è stata parzialmente asportata dalla realizzazione del nuovo canale di drenaggio a SE. Essa presenta un orientamento NW-SE ed è collocata fra le tombe Tb 1 e Tb 3, ma spostata verso SE. È costituita da un taglio (US 11) lungo m. 1.55, largo m. 0.60 e profondo m. 0.22, rivestito con lastrine di pietre calcaree poste di taglio. Il fondo della tomba è costituito semplicemente dal sottostante strato di terra giallastra (si veda US 7). Nel corso dello scavo non sono state identificate tracce di una copertura né di una cassa lignea.
Lo scheletro rinvenuto all’interno della tomba appartiene ad un individuo giovane del quale non è stato possibile riconoscere il sesso a causa della pessima conservazione delle ossa. Il corpo era posto in posizione supina con la testa a NW, girata verso S.
Entrambe le mani erano sistemate sul petto. Non è stata rinvenuta la parte inferiore delle gambe in quanto la tomba è stata tagliata a SE dal canale di drenaggio. La tomba si presenta priva di corredo. All’interno del riempimento (US 9) è stata rinvenuta una discreta quantità di ossa umane disarticolate, incluso un teschio con mandibola posto al di sopra del bacino del defunto, oltre a varie ossa lunghe. Sono stati inoltre rinvenuti pochi frammenti ceramici di piccole dimensioni.

Tomba 3 (US 03)

La tomba, rinvenuta in buono stato di conservazione, presenta un orientamento NW-SE. Essa è posta tra le tombe Tb1 e Tb4. È costruita in un taglio (US 4) lungo m. 2.15, largo tra m. 0.70 e m. 0.95 e profondo m. 0.20 ca. Esso era rivestito, lungo i lati NE e SW, da due filari sovrapposti di pietre calcaree di medie dimensioni e rari frammenti di laterizi. I lati corti NW e SE della fossa sono invece realizzati in blocchi di maggiori dimensioni piatti posti di taglio. Il fondo è costituito dallo strato sottostante (US 7). Non sono state rinvenute tracce di una copertura ne di una cassa lignea. La mancanza di alcune pietre che foderavano lateralmente il taglio, potrebbe indicare la spoliazione della copertura, anche se è da sottolineare che la sepoltura non presenta tracce di disturbo.
Lo scheletro appartiene ad un individuo adulto. In base alle caratteristiche del bacino è possibile ipotizzare che si tratti di un maschio, ma manca la conferma dal teschio che è stato rinvenuto in frammenti. Le ossa sono in pessime condizioni, anche se meglio conservate di quelle della Tb2.
Il corpo si presentava in posizione supina con la testa a NW, girata verso S . Le braccia sono incrociate con le mani poste sul bacino. Come elemento di corredo è stata rinvenuta una lama di selce posta sotto le ossa della mano destra e il bacino sinistro.
Il riempimento della tomba (US 2) conteneva solo rari frammenti ceramici e laterizi di piccole dimensioni oltre a rari carboncini e schegge di lavorazione della selce.



Localizzazione delle tombe.


Tomba 4 (US 19)

La tomba collocata fra le tombe Tb3 e Tb5 presenta un orientamento NW-SE. Essa è stata disturbata parzialmente a SE. È costituita da un taglio (US 20) lungo m. 1.70 ca, largo tra m. 0.80-0.95 e profondo m. 0.20 ca. La tomba è situata in un’area dove è stata riconosciuta una precedente sistemazione di pietre calcaree di medie-grandi dimensioni, forse pertinenti ad una tomba più antica. Il taglio, di forma irregolare, è stato rivestito lungo i lati da un filare di frammenti di calcare e in un punto da una tegola di grandi dimensioni (US 19).
A NW la tomba riutilizza i blocchi di una struttura più antica; sul fondo un blocco piatto è stato utilizzato come "cuscino" sul quale è stata alloggiata la testa dello scheletro. Il fondo del taglio a SE è costituito semplicemente dalla terra sottostante di consistenza plastica e colore grigio chiaro (si veda US 6), ovvero un deposito molto differente da quello rinvenuto al di sotto delle Tb2 e Tb3. Anche in questo caso non c’erano tracce di una copertura né di una cassa lignea.
Lo scheletro è di un individuo adulto, probabilmente di sesso femminile in base al bacino, benchè manchi la conferma del teschio, rinvenuto in frammenti. Le ossa sono in cattivo stato di conservazione. Il corpo era posto in posizione supina con la testa a NW. Il braccio sinistro è ripiegato sul tronco mentre il destro resta sul bacino. Le gambe sono distese normalmente, anche se il femore destro si presenta spostato.
La tomba non ha restituito alcun corredo. Il riempimento della tomba (US 18) conteneva frequenti ossa disarticolate; al di sopra del bacino e delle gambe dello scheletro, infatti, sono stati sistemati almeno tre teschi e un ventina di ossa lunghe. Sono stati ritrovati inoltre alcuni frammenti di ceramica e laterizi. È da osservare che l’US 18 e la struttura (US 19) sono state parzialmente asportate da un buco di palo a SE (US 25).

Tomba 1 (US 22)

Si tratta di una tomba orientata NW-SE tagliata a sud dal canale di drenaggio. È stata solo parzialmente indagata a SE mettendo in evidenza una parte della gamba sinistra dello scheletro e una porzione del rivestimento della struttura a NE. Non è invece conservata la parte NW della struttura, che è stata tagliata, forse da un’altra tomba.
La struttura è realizzata all’interno di un taglio (non numerato) di dimensione incerta ma con una profondità massima di m. 0.12. È rivestita da pietre calcaree e rari frammenti di laterizi. Il riempimento (US 21) conteneva ossa disarticolate e rari frammenti di ceramica e laterizi di piccole dimensioni.



La tomba 3 prima e dopo lo scavo.


Tomba 5 (US 24)

La struttura, orientata NW-SE, è stata messa parzialmente in evidenza lungo il limite N del saggio. Essa è posta in prossimità della Tb4, poco più a NW. La struttura è stata parzialmente asportata nella parte nord occidentale, mettendo in evidenza le ossa del braccio destro dello scheletro.
La tomba, non scavata, è stata realizzata in un taglio di incerte dimensioni e rivestita da un unico filare di pietre calcaree. Il riempimento (US 23) contiene alcuni piccoli frammenti di laterizi. La pulizia della superficie tagliata dalle tombe precedentemente descritte ha messo in evidenza uno strato più antico di argilla limosa di colore grigio (US 8), contenente ceramica e frammenti di laterizi. Questo strato è di notevole interesse perché sembra obliterare non solo le varie sistemazioni di frammenti di calcare precedentemente descritte (US 26) ma anche un’altra tomba (Tb6), individuata nella sezione del canale di drenaggio a sud.
La regolarizzazione della porzione SE del canale di drenaggio ha messo in evidenza due tagli: l’US 17, funzionale alla realizzazione della Tb6, e l’US 14, un ulteriore taglio posto ad W. Quest’ultimo taglio ed il suo riempimento (US 13) sono parzialmente coperti dall’US 8 e dalla parte terminale della Tb2. Esso taglia lo strato US 7 per un spessore di m. 0.40 ca. Al suo interno non sono state rinvenute né ossa umane né ceramica o laterizi, ma unicamente tre schegge di calcare visibili lungo la parete del taglio; queste potrebbero costituire il rivestimento di una tomba, considerando anche la vicinanza con la Tb6 che presenta un allineamento analogo ed una simile forma e profondità del taglio.
Di seguito verranno descritti i due tagli, anche se solamente uno scavo sistematico potrà confermare la loro ipotetica identificazione con delle tombe.

Tomba 6 (US 16)

Si tratta di una struttura con orientamento NW-SE, disturbata nella parte sud - orientale dallo scavo del canale di drenaggio. È posta a SE delle tombe 1 e 5 ed è realizzata in un taglio (US 17) largo m. 0.85 ca. e profondo m. 0.40 ca., posto direttamente al di sopra di un analogo taglio molto più profondo (US 27). Le pareti NE e SW del taglio, costituite da due strati di natura molto differente (US 6 e US 7), sono entrambe rivestite da pietre calcaree di medie dimensioni, poste di taglio. Nel fondo della tomba, al di sotto dello scheletro, è visibile il riempimento (US 5) di un’altra struttura simile (US 12), ma senza evidenza di resti umani.
La tomba 6 non ha restituito una copertura e non sono state rinvenute tracce di una cassa di legno. Lo scheletro è stato danneggiato nella parte inferiore. Il riempimento (US 15) è composto da due depositi molto differenti.
La parte inferiore è costituita da uno strato di limo argilloso grigiastro, coperto da un deposito molto plastico e umido con clasti di argilla di vari colori. All’interno sono stati rinvenuti alcuni frammenti di laterizi. La fossa è stata riempita dal deposito US 8 e da un grosso masso di calcare.
Al gruppo di sepolture sopra descritte è forse possibile aggiungere un altra struttura individuata nella pulizia del canale di drenaggio a E. Si tratta di un taglio (US 35), al cui interno è stato realizzato un rivestimento di pietre calcaree (US 34). Esso ha analoga posizione stratigrafica della Tb6, ovvero è coperto dall’US 8 e taglia l’US 6.



Veduta generale della tomba 4 e particolare del cuscino funerario.


La sequenza stratigrafica.

Di seguito verrà effettuata una breve descrizione della sequenza stratigrafica visibile nella sezione N del canale di drenaggio C
Una sequenza di depositi è stata individuata al di sotto delle tombe nel Saggio 1.
A W è riconoscibile l’US 7, uno strato giallastro di argilla limosa e sabbia con organizzazione lamellare dello spessore di almeno cm 60-70. Esso è privo di inclusi antropici, e copre una sequenza sabbiosa rossastra chiaramente sterile. Questo strato è molto esteso: esso è stato infatti documentato per quasi tutta la lunghezza della trincea C, nella parte W dal Saggio 1. Ad est del Saggio 1, dove sono visibili i tagli sovrapposti US 17 e 27, invece, gli strati sono di natura differente.
Essi si presentano molto più argillosi e con frammenti di laterizi e ceramica di minori dimensioni (US 6 che copre l’US 32). La relazione verticale fra questi depositi (US 7 e US 6-32) indica la presenza di un canale antico completamente riempito, che doveva proseguire attraverso il Saggio 1 con un orientamento NW-SE. Una simile situazione è stata documentata più ad E dove è stata riconosciuta una relazione verticale fra i due differenti depositi argillosi US 32 e US 33. In questo caso è possibile affermare che il canale ad E, riempito dall’US 33, era precedente a quello ad W, riempito dall’US 32. Una sistemazione di pietre calcaree (US 31) è stata inoltre individuata sulla superficie dell’US 33.
L’intera sequenza è stata poi obliterata dallo strato US 8, tagliato più ad E dall’US 30, un asporto molto largo visibile fino al canale attuale.
Nel fondo dell’US 30 è stata inoltre individuata una sistemazione di massi di calcare (US 29), che gradualmente sono stati coperti da un deposito di torba (US 28).

Interpretazione.

La sequenza stratigrafica identificata nel Saggio 1 è abbastanza comprensibile. Uno spesso ed esteso deposito US 7, probabilmente sterile, è stato tagliato dalle varie fasi di attività antropiche individuate. Le argille sabbiose gialle rinvenute alla base della sequenza stratigrafica insieme alle argille limose grigio-azzurrine (US 33), queste ultime depositatesi evidentemente in ambiente anossico, rappresentano il substrato geologico tipico di una facies lacustre o comunque palustre (8). Ancora oggi l’area in questione è, non a caso, interessata da un costante fenomeno di affioramento di acque sorgive e di falda, da cui capta l’Acquedotto dell’Alto Molise. Non deve sorprendere, dunque, che la più antica fase di occupazione dell’area indagata è rappresentata da interventi finalizzati alla regimentazione delle acque.
La prima di queste attività è collegata con il rinvenimento di frammenti ceramici dal riempimento US 33, un deposito molto spesso, lamellare e argilloso che riempie un possibile canale antico di incerta estensione.



L'archeologo David Wicks durante lo scavo della tomba 3.


Esso è stato infatti documentato unicamente per una porzione compresa tra il Saggio 1 e il canale attuale ad est.
Questo canale, forse di origine antropica, viene disturbato da una secondo taglio lineare (riempito successivamente dagli strati argillosi US 32 e US 6), che ne distrugge la parete occidentale originaria ed il riempimento US 33. Questo secondo canale taglia probabilmente anche l’US 7, benché non sia stato possibile controllare la relazione diretta tra i due strati a causa dei più recenti disturbi US 17 e US 27.
È comunque evidente la presenza di un secondo taglio di grandi dimensioni che prosegue in direzione NW-SE attraverso il Saggio 1. In sostanza il canale più recente presenta un andamento simile a quello attuale, originandosi dalla sorgente moderna.
Il probabile proseguimento del canale verso N è stato intercettato nel corso dello scavo di un pozzo di captazione a 30 m circa a NO del saggio.
Al di là della parete orientale del canale più recente è stato osservato che la superficie fangosa dell’ultimo riempimento del canale più antico è stata risistemata con depositi di pietre calcaree (US 31), forse allo scopo di creare un piano di calpestio. Il rinvenimento di frammenti di ceramica a vernice nera sulla superficie della sistemazione in ciottoli di calcare permette di inquadrare cronologicamente la realizzazione di tali opere al più presto in età tardo repubblicana, in suggestiva contemporaneità con la realizzazione del vicino Edificio B e/o con la monumentalizzazione del Tempio Sannitico nelle forme che oggi conosciamo (9). Non è tuttavia da escludere l’ipotesi che il canale sia stato realizzato in epoca precedente, e che quindi il pavimento in ciottoli rappresenti una sistemazione successiva dell’area.
La presenza di inclusi ceramici e di laterizi permette di datare l’obliterazione delle due fasi del canale. Tra questi un frammento di vernice nera che potrebbe indicare una datazione all’età romana almeno per uno dei due canali. È comunque indubbio che entrambi siano già fuori uso prima della fase cimiteriale.
Questi dati mostrano quindi la presenza di una sistemazione antica dell’area a SW del tempio, forse ripetuta in due successivi momenti, per consentire il deflusso delle acque di una vecchia sorgente. È comunque verosimile ipotizzare per questi canali la presenza di un rivestimento per contenere il degrado delle pareti che sarebbe stato altrimenti estremamente rapido. Esso poteva essere realizzato in legno o in pietra, forse in seguito crollato o spoliato, ipotesi che potrà essere confermata solamente da uno scavo stratigrafico. La bonifica dell’area potrebbe inoltre aver consentito un utilizzo dell’area in età romana che solamente un’indagine accurata potrà verificare.
La seconda fase di attività individuata nell’area è quella solo parzialmente indagata all’interno del Saggio 1. Sono state infatti individuate due differenti fasi di sepolture entrambe caratterizzate da tombe rivestite di pietre calcaree e occasionalmente da frammenti di laterizi.
L’area cimiteriale è in probabile connessione con la vicina chiesa di Sant'Angelo, sorta forse già in età altomedioevale sul podio del Tempio Sannitico.
Gli scavi condotti nel 1971-1974 hanno mostrato, infatti, non solo che alla chiesa fu affiancato un ossario, edificato con dei blocchi ricavati dal riempimento del podio, ma anche che intorno ad essa, specialmente lungo il lato sinistro del podio, furono sistemate numerose tombe con corredo, la cui cronologia è data da monete dei secoli XIII-XV (10). Sulla base di quanto emerso nel corso delle recenti indagini, è dunque possibile ipotizzare l’esistenza di una più ampia area cimiteriale, estesa ad O ed a SO della chiesa, ai margini della quale dovevano trovare spazio le sepolture più povere, prive di corredo (Tb 1-6).
Alla prima fase appartengono la Tb6 e altre tre tombe ipotizzate riconoscibili nei tagli US 35, US 14 e US 27 che al momento non hanno restituito tracce di ossa. In particolare l’ultimo di questi tagli ha una tecnica costruttiva e un orientamento analogo alla Tb6 ma presenta una maggiore profondità, benché inizi alla stessa quota di quest’ultimo. Simili caratteristiche presenta anche il taglio US 14 che è stato riconosciuto al di sotto di una delle tombe più tarde (Tb2).



Probabile canale di drenaggio antico tagliato nello strato naturale (argilla grigia)
riempito da limo marrone e materiale ceramico sparso (frammenti a vernice nera).


È inoltre possibile che alcune delle sistemazione di calcari rinvenute nell’area (raggruppate come US 26) possano essere collegate con le sepolture di questa fase, come ad esempio il gruppo di pietre rinvenuto al di sotto della Tb4. Il masso identificato sopra la Tb6 potrebbe invece rappresentare un tipo di segnacolo.
È inoltre da osservare che l’identificazione dell’US 35 con una tomba, consentirebbe di spostare molto più verso est il limite orientale del cimitero.
Non è inoltre da escludere la presenza di un canale più ad est per questa prima fase d’utilizzo del cimitero, per mantenere asciutta l’area, forse da identificare con il US 30.
Uno strato probabilmente di natura alluvionale (US 8)d divide stratigraficamente la Tb6 della fase precedentemente descritta da un gruppo di tombe che presentano un’analoga tecnica di costruzione e di orientamento (Tb1-5). In nessuno di questi esempi è stata rinvenuta una copertura né una cassa di legno né alcun tipo di segnacolo.
Passando ad analizzare l’organizzazione delle tombe, nonostante le difficoltà legate alla limitata estensione dell’area indagata, si è potuto osservare un certo ordine e forse una suddivisione all’interno del cimitero.
Si può osservare come le tombe 1, 3 e 4, e seguono un orientamento definito da un più antico allineamento di lastre posto a NW. La necessità di rispettare un ordine prestabilito sembra inoltre evidente nel caso della Tb4; il taglio di questa struttura viene infatti realizzato all’interno di un’area già occupata da numerosi blocchi di calcare, in parte riutilizzati per creare la struttura della tomba e un "cuscino" per il defunto (US 19).
Di notevole interesse anche la posizione della Tb2, probabilmente appartenente ad un individuo maschile di giovane età, realizzata ai piedi delle Tb1 e 3, quest’ultima appartenente ad un individuo adulto probabilmente di sesso maschile. Nella Tb4 sembra invece appartenere ad una donna. Non è quindi da escludere che esistesse un’organizzazione familiare di questa parte del cimitero, benché siano necessari ulteriori scavi per confermare questa ipotesi.
Le tre tombe scavate (Tb2, 3 e 4) permettono inoltre di avanzare alcune osservazioni relativamente al rituale funerario. Nei tre casi il corpo del defunto è sistemato sempre in posizione supina con la testa posta a NW, mentre la posizione delle mani non sembra rispettare un ordine preciso.
L’unica tomba ad aver restituito elementi di corredo è la Tb3; si tratta di una lama di selce che era probabilmente tenuta dal defunto nella mano destra. Negli altri due casi (Tb2 e 4) al di sopra della sepoltura principale sono state rinvenute un gran numero di ossa umane disarticolate, in particolare teschi e ossa lunghe, sistemati prevalentemente in corrispondenza del bacino del defunto.
Nella Tb4 sono stati identificati addirittura tre teschi umani, tra cui uno di un individuo giovanile, e un ventina di ossa lunghe. Si osserva quindi una stretta relazione tra la deposizione del nuovo defunto e la sistemazione di ossa umane disarticolate nella stessa struttura, non necessariamente appartenenti alla rideposizione del più antico contenuto della tomba, una relazione che potrà essere chiarita solamente dallo scavo di nuove tombe.
La datazione delle tombe non è ancora certa ma la presenza dei laterizi non permette di collocarle in un periodo precedente all’età ellenistica - romana, nonostante la presenza di una lama di selce all’interno della tomba 3. La mancanza di un vero e proprio corredo potrebbe forse indicare una datazione all’età medievale, verosimilmente collegata con la trasformazione del tempio romano in chiesa.
La fase cimiteriale precedentemente descritta viene successivamente obliterata da uno strato superficiale omogeneo e molto umido (US 1).
Non è da escludere che questo deposito sia stato disturbato, nel corso dei secoli, dai tentativi di sfruttare l’area a scopo agricolo, in particolare nei periodi in cui la realizzazione dei vari canali di drenaggio riconosciuti nell’area rendevano l’area praticabile e non del tutto paludosa. L’attività dell’aratro potrebbe inoltre spiegare la mancanza della copertura delle tombe e il loro ridotto spessore, il rinvenimento nell’area di lastre di calcare non in situ, il rimescolamento osservato nel materiale ceramico recuperato nello strato superficiale e la presenza di ossa umane disarticolate non intaccate dalle attuali attività di sistemazione dell’area.

Conclusioni.

Lo scavo del Saggio 1 ha confermato la presenza di un cimitero, probabilmente databile all’età medievale, posto nell’area a SW del tempio romano in seguito trasformato in una chiesa. Al momento non sembra possibile definire il periodo di utilizzo del cimitero, ma è verosimile che sia durato piuttosto a lungo. Il parziale scavo della sezione del canale di drenaggio C ha permesso inoltre di riconoscere una più antica sistemazione dell’area mediante la realizzazione di canali di drenaggio che potrebbero risalire all’età romana. È quindi auspicabile la prosecuzione dell’intervento nella zona per definire i limiti del cimitero e consentire una più precisa datazione del suo utilizzo.
Questo intervento dovrebbe essere realizzato in tempi piuttosto brevi vista la prossimità delle tombe alla superficie e il cattivo stato di conservazione delle ossa. Inoltre il deterioramento delle tombe rischia di essere accelerato proprio dalla recente sistemazione della zona che, rendendo meno paludosa l’area comporterà una più rapida essiccazione degli scheletri ed il loro conseguente sbriciolamento.

Saggio II
Località Piana di Sant'Angelo a Vastogirardi.
Relazione preliminare dello scavo (Novembre 2004).
Introduzione.


La decisione di aprire un secondo saggio di scavo è stata presa dalla Soprintendenza Archeologica del Molise congiuntamente alla Direzione Lavori, dopo che lo scasso per la realizzazione di una canaletta di drenaggio (trincea H), lungo il corridoio E del Tempio, aveva intercettato della stratigrafia archeologia. Si trattava di un intervento di drenaggio inserito nel più ampio progetto destinato alla sistemazione e valorizzazione del cosiddetto Tempio Sannitico di Vastogirardi, promosso dal Comune di Vastogirardi e dalla Soprintendenza Archeologica del Molise.
Il Saggio II ha una superficie di circa 36 mq ed è localizzato presso l’angolo S/E del podio del cosiddetto Tempio Sannitico. L’analisi della sequenza stratigrafica relativa del Saggio II ha permesso di individuare 5 fasi archeologiche, che verranno numerate ed esposte dalla più antica alla più recente. La porzione meridionale del saggio è stata indagata più in profondità rispetto a quella centrale, dove lo scavo è stato interrotto alla fase tre. Una caratteristica riscontrata in tutta la sequenza stratigrafica è costituita dalla scarsa presenza del materiale ceramico, questo è quasi del tutto assente, e assai raramente diagnostico, pertanto non è stato possibile assolutizzare la sequenza cronologica relativa individuata.

Fase 1
Analisi.


A questa fase appartengono le US 117, 118, 105, 106, 141 e 142.
L’US 117 è un deposito localizzabile in tutto il settore meridionale del saggio di scavo e rappresenta la quota alla quale si è arrestata l’indagine.
Si tratta di uno strato presente su tutta la porzione meridionale del saggio, costituito da frammenti minuti di calcare, battuti al di sopra di un vespaio (US 118) formato da pietre calcaree, tegole e laterizi. Quest’ultimo risulta visibile solamente a causa di alcuni interventi moderni (US 101, US 113, US 120 e US 129) che in alcuni tratti hanno intaccato la superficie dell’acciottolato (US 117).



Apertura Saggio II: porzione centro-settentrionale (sx) e porzione meridionale (dx).


Il deposito US 117 è stato individuato anche nella porzione centrale del saggio in una sezione occasionale generata dallo scavo dell’ossuario (US 119) immediatamente a S del basamento del podio del santuario.
La superficie dell’US 117 è in pendenza N/S, e mentre nella porzione meridionale del saggio si trova a circa m. 1146,22 sul livello del mare, nella sezione osservabile nella parete est dell’ossuario (US 119), essa si trova alla stessa quota della fondazione del basamento del tempio (US 141) a m. 1146.30
La struttura US 105 presenta un andamento parallelo al fronte del podio e poggia (rapporto osservabile solo in sezione) sull’acciottolato (US 117), mentre l’US 106 sembra costituire un piano di malta, i cui limiti rigorosamente geometrici rettangolari, osservati unitamente al muro US 105, sembrano replicare l’angolo del basamento del podio templare (figura 2), tanto da far pensare ad una struttura funzionale al tempio. Queste due ultime strutture non sono state scavate e giacciono ancora in gran parte obliterate da depositi successivi.
L’US 141 rappresenta la fondazione del podio del cosiddetto Tempio Sannitico di Vastogirardi, che è emersa sul fondo dell’intervento moderno US 109/110. È esposta per una ampiezza inferiore ai due metri, e consta di tre grandi blocchi calcarei squadrati posti in opera in piano di cui è visibile un unico filare sporgente di circa 30/45 cm rispetto al filo del basamento del podio. L’US 142 costituisce il muro di limite E del recinto del santuario, che nella porzione presente nel nostro saggio si conserva in un unico filare e sembra anche mantenere originario il suo limite meridionale.

Interpretazione.

Le US appena descritte potrebbero essere afferenti alla fase monumentale del cosiddetto Tempio Sannitico di Vastogirardi; dette US non hanno fornito alcun tipo di materiale utile alla definizione di una cronologia assoluta, tuttavia la loro posizione nella sequenza, e il fatto che esse siano in quota con il basamento del tempio sembrano rendere plausibile questa ipotesi.
Si potrebbe pertanto interpretare l’acciottolato (US 117) come una sorta di battuto pavimentale, allestito al di sopra di un vespaio (US 118) con funzione drenante e isolante dall’affioramento della falda acquifera sottostante, ma prima di procedere oltre sarà utile considerare le seguenti quote assolute:

1) Blocchi del basamento del Tempio (originario livello di calpestio): m. 1146.70
2) Piano di spiccato (sbozzatura presente sulla facciavista dei blocchi del basamento): m. 1146. 52
3) Blocchi di fondazione del basamento (US 141): m. 1146.30
4) Superficie della struttura US 105: m. 1146.64
5) Superficie dell’acciottolato US 117: m. 1146.30

La struttura US 105, interpretata come pertinente ad un "marciapiede" perimetrale del basamento del tempio, presenta una superficie piana lisciata. È probabile che su di essa, sul piano di malta US 106, e sulla risega visibile sulla facciavista dei blocchi del basamento, andasse ad impostarsi una pavimentazione oggi non conservata. Ipotizzando delle lastre di uno spessore di 5/6 cm si avrebbe un pavimento largo circa un metro che correva probabilmente lungo il perimetro del basamento, alla stessa quota dei blocchi conservati (m. 1146,70). La superficie dell’acciottolato si trova a circa 40 cm più in basso, quindi è possibile ipotizzare la presenza di un elemento strutturale che consentisse di colmare questo dislivello.
Due ipotesi appaiono plausibili:
(a) l’acciottolato costituiva da se la pavimentazione dell’area sacra e l’accesso al "marciapiede" sarebbe stato garantito da un gradino posto sulla facciavista S del muro US 105;
(b) l’acciottolato era una preparazione per una pavimentazione, ora non più conservata, che alzando il livello di calpestio di 10/15 cm, avrebbe consentito l’accesso al "marciapiede" senza la necessità di un gradino.



US 105 - 106.


Fase 2
Analisi.


La fase consta di un singolo deposito US 103 presente su tutta l’area di scavo.
Si tratta di uno strato di limo argilloso di colore nero, contenente parecchi frammenti di laterizi, tegole e qualche frammento ceramico assai frammentario, che oblitera la fase precedente e viene intaccato dalla successiva fase sepolcrale.
La formazione dello strato è da ascriversi a cause naturali e alla presenza d’acqua, come indica chiaramente il colore nero caratteristico dei sedimenti formatisi in ambienti anaerobici.

Interpretazione

Il deposito sembra sancire una fase di abbandono dell’area templare.
La sequenza di limo nero (US103) e acciottolato (US117) era già emersa nel corso delle indagini geoarcheologiche, effettuate dalla AKHET s.r.l, precedenti l’apertura del saggio.
Ci riferiamo in particolare al carotaggio C2 , effettuato circa 20 m ad est rispetto al Saggio II, e ai carotaggi B1, B2 e B3, realizzati lungo un allineamento posto 20 metri a nord di quest’ultimo. La sequenza era stata interpretata come la sistemazione pavimentale dell’area del "temenos" (11) del santuario obliterata da un probabile livello di abbandono, caratterizzato da un deposito alluvionale dal caratteristico colore nero. I risultati che emergono dal Saggio II sembrano apportare ulteriori elementi probanti a sostegno dell’interpretazione proposta in seguito alle prospezioni geoarcheologiche, cioè che tutta l’area sacra del cosiddetto Tempio sannitico fosse interessata da tale allestimento.
Una sequenza molto simile è emersa anche dall’analisi degli strati all’interno dei carotaggi D2, E2, F2, dove i limi argillosi sigillano un deposito massiccio di ghiaie selezionate, di probabile matrice antropica.



L'acciottolato US 117 ed il "vespaio" US 118.


Tali ghiaie sembrerebbero costituire una sorta di percorso stradale tra il Tempio e l’edificio B, allestite per rendere percorribile l’area tra i due edifici, fortemente condizionata dalla presenza di un ampio bacino palustre.
Un’analisi del tutto preliminare del materiale ceramico ha riscontrato la presenza di alcuni frammenti, molto probabilmente residui, di ceramica a vernice nera, molta ceramica comune, ma anche alcuni frammenti di terra sigillata africana D (12).
In conclusione, con il deposito US 103 si conclude la fase monumentale del Tempio Sannitico di Vastogirardi, infatti è probabile che il depositarsi di tale strato sia dovuto alla mancanza di manutenzione di quelle opere idrauliche che consentivano la frequentazione di un’area che ancora oggi necessita di tali interventi per essere agibile. Ci riferiamo in particolare al canale di drenaggio di età romana rinvenuto nel corso Saggio I, che probabilmente era parte di una rete più ampia, se come abbiamo visto lo stesso J.P. Morel affermava che il Tempio "galleggiava sull’acqua".



Saggio II - Tomba 3.


Fase 3
3.1: Analisi


La fase è composta dalla Tomba 2 (US 130, US 129, US 128), dalla Tomba 3 (US 131, US 132), e da uno strato piano di argilla rossa molto plastica (US 126) che sembra essere il risultato di un esposizione a calore intenso (concotto), situato invece nella zona nord.
Della sepoltura 2, realizzata in fossa terragna con rivestimento di lastrine calcare addossate alla parete del taglio, si conserva solo la parte inferiore perchè obliterata all’altezza dei femori del defunto per la realizzazione del muro E-W US 123. Nessun elemento di corredo è stato rinvenuto presso la deposizione e nessun frammento ceramico all’interno del riempimento della fossa.
La tomba 3 consta di una sola calotta cranica rinvenuta in posizione non originaria, cioè rivolta verso il basso. Il cranio è stato rinvenuto sul fondo del taglio di un intervento moderno (US 100/101), che ha distrutto quasi interamente sia la deposizione che la struttura sepolcrale che la ospitava. Per esigenze di scavo il resto osseo è stato numerato (US 131) e gli è stata attribuita la numerazione sequenziale riservata alle sepolture.
Nella parte N del saggio è stato documentato uno strato di argilla di forma pressoché rettangolare orientato E-W, di colore rosso (US 126) che si estende oltre i limiti Est del saggio ed è coperto dal muro E-W US 108.

3.1: Interpretazione

L’area meridionale, in questa fase è interessata dal riaffacciarsi della frequentazione antropica dopo la parentesi dell’abbandono caratterizzato dalla deposizione naturale dei limi argillosi dell’US 103.
Tale frequentazione si manifesta con la realizzazione della tomba 2 e della tomba 3, ottenute tagliando lo strato US 103. Per quest’ultima si è tentato di ricostruire l’originario stato della sepoltura ipotizzando una cassa litica rettangolare orientata EW di cui rimane parte del lato corto E con gli angoli e l’andamento dei lati lunghi appena accennati.
L’ assenza di materiale ceramico riscontrata nel corso dell’indagine archeologica, non consente di fornire riferimenti cronologici assoluti, ma si potrebbe ipotizzare che le sepolture individuate possano essere contemporanee alla prima chiesa di Sant'Angelo (13) che si impianta sulle rovine del Tempio Sannitico, e che lo stesso Morel attribuisce genericamente all’alto medioevo (14).
Per quanto concerne il piano di argilla fortemente arrossato per l’esposizione a calore intenso, nulla più può essere detto, in quanto il deposito è esposto per una piccola porzione e non è stato scavato. Appare verosimile tuttavia considerarlo come un chiaro indizio di rinnovata frequentazione dell’area.

3.2: Analisi.

La sottofase è caratterizzata dalla costruzione di tutte le strutture murarie che insistono sull’area del saggio di scavo. Vengono costruiti una serie di ambienti afferenti alla chiesa.
All’interno del Saggio II è riconoscibile un ambiente delimitato a S dal muro US 123 (E-W), US 124 (N-S), a W dal muro US 125 (N-S), e dal muro US 108 (E-W) che potrebbe costituirne il limite N. Il limite E si deve ricercare oltre i limiti del saggio di scavo.
In un secondo momento non precisabile cronologicamente, viene aggiunto alla facciavista esterna del muro US 123 una struttura (US 121), la cui funzione non è chiara.



Tomba 2, obliterata dalla costruzione del muro US 123.


All’interno di questo ambiente sono state individuate tre sepolture: di queste la tomba 4 e la tomba 5 sono state scavate, mentre la tomba 6, che si trova presso il limite E della tomba 5, e dalla quale è tagliata, è stata esposta solamente per una piccolissima porzione.
La tomba 4 è localizzata all’ingresso dell’ambiente, è orientata N-S e presenta una copertura in lastrine di calcare, parzialmente collassate all’interno.
La fossa terragna presenta il rivestimento, già osservato in precedenza, di lastrine calcaree e laterizi frammentari. La tomba ospitava solamente parte degli arti inferiori, ancora in connessione, di un individuo, cui erano appoggiate alcune ossa delle mani pertinenti probabilmente ad un secondo inumato. La sepoltura non presenta manomissioni più tarde, pertanto la peculiare situazione degli inumati pare possa essere riferita ad un momento antico e costituire una rideposizione.
Più tardi nella fase 4, la tomba viene intaccata presso il limite N, dalla costruzione dell’ossuario US 119.
Nessun elemento di corredo è stato rinvenuto.



La tomba 4 con le lastre di copertura.


La tomba 5 si trova ad E della 4, è orientata E-W, è di dimensioni maggiori e conserva la copertura in lastre di calcare molto ampie ma sottili. La copertura poggia direttamente sul rivestimento interno della fossa, formato da spesse lastre calcaree e laterizi frammentari.
L’inumato è probabilmente un maschio adulto di notevole statura, ma sprovvisto di corredo, unicamente in base ad un’analisi autoptica della conformazione del bacino e delle dimensioni del cranio.
Entrambe le sepolture occupano il medesimo posto all’interno della sequenza stratigrafica; sono tagliate all’interno dello strato limo-argilloso nero US 103 e sono coperte dalla US 122 (fase 4), che può rappresentare il disfacimento delle strutture litiche delle sepolture.
Per quanto concerne la tomba 6 gli unici rapporti verificabili sono il parziale asporto da parte della tomba 5 e il taglio della fossa all’interno dell’US 103.



La tomba 5 prima dell'escavazione.





La tomba 5 dopo l'escavazione.


3.2: Interpretazione.

Questa fase vede la costruzione di un ambiente in relazione con la chiesa. Non siamo in grado di ricostruirne esattamente le dimensioni, poiché le strutture che lo delimitano si estendono oltre i limiti del saggio di scavo, ma esso presentava sicuramente un ingresso sul suo limite sud, che si apriva tra i muri US 123 e US 124, e un passaggio a N tra il muro E-W US 108 ed il podio del tempio.
Non ci sono elementi sufficienti per stabilire se fosse dotato di una copertura, e anche le indicazioni relative al suo piano di calpestio sono molto labili e tutt’altro che sicure.
Le caratteristiche tipologiche dell’ambiente appena descritto, inducono a pensare che esso potesse costituire un vano di passaggio, una sorta di vestibolo. La sua funzione sembra essere quella di "monumentalizzare" il percorso che chi proveniva da S doveva seguire per accedere al corridoio E, tramite la costruzione di un modesto atrio. Il muro di limite orientale di detto ambiente, non è del tutto esposto (in quanto si estende oltre i limiti del saggio), e sarebbe affascinante ipotizzare una ulteriore apertura che conducesse verso E, ad eventuali infrastrutture afferenti alla chiesa ipotizzabili presso il muro di limite E del temenos del tempio (15).
Un confronto con l’ipotesi proposta viene dal complesso monastico di San Vincenzo al Volturno.
Si tratta di un vano morfologicamente assimilabile a quello individuato e dalle dimensioni analoghe, situato presso la parte meridionale dell’abside della chiesa di San Vincenzo Minore, che monumentalizza il percorso che conduceva ad un ingresso laterale della basilica ed al corridoio perichiesastico (16). Questo ambiente, denominato dagli scavatori "The Vestibule", era originariamente sprovvisto di copertura e pavimentazione, ne sarà dotato alla metà del IX secolo, ed era altresì utilizzato come spazio funerario. Questa ultima caratteristica abbiamo visto essere comune anche al nostro ambiente, dove la presenza delle due sepolture indagate (t.4, t.5), di una terza solamente intercettata (t.6), di una probabile quarta (non numerata) a sud della t.5 e di una quinta (non numerata), localizzabile presso i limiti N del saggio, consente di affermare che esso fosse utilizzato anche come area funeraria.
In conclusione, la chiesa di Sant'Angelo si dota di una struttura, che in analogia con San Vincenzo Minore abbiamo definito vestibolo, che sembra monumentalizzare un percorso e viene utilizzata come spazio funerario.
La pressoché totale assenza di materiale ceramico diagnostico non consente di definire cronologicamente l’ambito della fase in esame, che pertanto può essere solamente definita genericamente medievale.



Veduta del "vestibolo".


Fase 4
Analisi


La fase è composta dai seguenti depositi: l’US 122 localizzabile all’interno del vestibolo, l’US 116 situata all’esterno presso il limite meridionale del saggio. Si tratta di due strati composti da lastrine calcaree di esiguo spessore, immerse in una matrice sabbiosa, che non sembrano trovarsi in giacitura primaria, ma essere un disfacimento delle strutture litiche delle tombe delle sottofasi precedenti, infatti le lastrine non sono allettate in piano ma giacciono senza alcun piano di posa ed in taluni casi anche infisse verticalmente; le US 119 e US 120 che costituiscono la realizzazione di un ossuario.
Si tratta di una profonda fossa di forma approssimativamente circolare, che intacca sia il muro di limite W US 125, che l’ US 122, ed entrambe le tombe 4 e 5. Al suo interno si trovavano diverse ossa umane: ad una quota superiore sono stati rinvenuti 7 crani, mentre ad un livello inferiore e separate da un diaframma di pietre calcaree, si trovavano numerose altre ossa non in connessione. La copertura della fossa era formata da agglomerato abbastanza informe di pietre calcaree.
Non è stato possibile completare lo scavo dell’ossuario a causa dell’affiorare della falda.
Infine le US 120, 104, 111, che sono state numerate separatamente, ma che possono bene configurarsi come un unico momento deposizionale, e che sono presenti su tutta la superficie del saggio. Si tratta di depositi caratterizzati dalla presenza di qualche elemento edilizio ed architettonico, rari frammenti ceramici, argilla e qualche osso umano.
La loro affidabilità stratigrafica è assai scarsa, per la loro quota, assai prossima all’attuale piano di campagna, per i numerosissimi apparati radicali che li attraversano e infine per i massicci interventi moderni che ne hanno devastato le superfici e di cui si dirà nella prossima fase.



Ossuario (Tomba 1).


Interpretazione.

Quando viene realizzato l’ossuario, sembra che il vestibolo fosse in disuso, infatti per la realizzazione della fossa non si esita a distruggere parzialmente un muro nonché a intaccare almeno due sepolture.
Non è precisabile quando questo avvenga ma quando il vestibolo non era probabilmente più in funzione.
L’assenza di strati di disfacimento delle strutture come crolli di muri o di eventuali elementi di copertura, è imputabile probabilmente a rasature e sbancamenti effettuati in età contemporanea nel corso della serie dei "maldestri" interventi di "scavo" della prima metà del secolo scorso.
È verosimile pertanto leggere in questa fase il definitivo abbandono dell’area cimiteriale, che non sarà più utilizzata con tale funzione.
Da segnalare il rinvenimento nell’US 102 di due frammenti ceramici diagnostici. Si tratta di una parete di una forma aperta che sembrerebbe protomaiolica e di un frammento di ceramica a bande rosse.
Il frammento di protomaiolica è assai minuto, e la mancanza del motivo decorativo principale sia di parti significative non consente di stabilire un confronto puntuale, tuttavia appare plausibile indicare un terminus post quem per la datazione del deposito al XIII-XV secolo (17).
Comunque, data la scarsa affidabilità stratigrafica dello strato di provenienza e la carenza di materiale ceramico che impedisce la definizione di un contesto, la datazione proposta necessita imprescindibilmente di riscontri basati su materiali provenienti da contesti decisamente più ampi.
In sintesi, sebbene i frammenti rinvenuti non possano rappresentare un campione statisticamente incidente, l’arco cronologico individuato, corrisponderebbe a quello proposto da J.P. Morel per le sepolture del corridoio W del tempio.

Fase 5
Analisi.


Questa fase è caratterizzata da una serie di fosse che interessano tutta l’area di scavo. Asud troviamo le US 100, 101 che danneggiano il muro US 122 e distruggono quasi completamente la tomba 3, le US 112,113 che si estendono oltre il limite S del saggio, le US 114, 115 che costituiscono un ributto di ossa umane. Presso l’angolo del podio invece si trova una fossa orientata E-W (US 109, 110) che intacca l’ossuario e nel cui riempimento è stata rinvenuta una busta di plastica.

Interpretazione.

Tutte le attività individuate in questa fase sono ascrivibili a momenti moderni o contemporanei, e mentre l’US 109 sembra essere il risultato di un sondaggio archeologico (18), così come la 114, per le altre non ci sono elementi sufficienti per fornire una spiegazione esauriente.

Conclusioni.

La sequenza così ricostruita consente di formulare alcune considerazioni conclusive, sempre premettendo che:
1) i depositi e le strutture relativi alle fasi più antiche, giacciono inesplorati.
2) La cronica mancanza di materiale ceramico diagnostico necessita di una base contestuale molto più ampia, per la definizione di una sequenza cronologicamente attendibile.
3) La relativa ristrettezza della superficie indagata nei pressi del tempio non consente di osservare un chiaro sviluppo sincronico della situazione archeologica.
La fase monumentale del cosiddetto Tempio Sannitico di Vastogirardi sembra essere rappresentata dalla Fase 1, e conserva quello che abbiamo definito come una preparazione o piano di calpestio (US 117/118), una struttura che per caratteristiche tecnico morfologiche abbiamo definito "marciapiede" (US 105/106), e il muro di limite E del corridoio del tempio (US 142). Questa struttura sembra rimanere in vista e quindi costituire un vincolo architettonico anche per le fasi post-classiche, al momento della costruzione del vestibolo, infatti, non vengono realizzate sepolture al suo interno e la tomba 5 segue l’orientamento E-W del suo limite meridionale, suffragando l’ipotesi che l’antico "marciapiede" possa aver assolto ancora la sua funzione originaria.
La fase 2 rappresenta l’abbandono dell’area, sancito dalla deposizione naturale di limi argillosi nerastri (US 103), che verranno tagliati da una fase di deposizioni funerarie (tomba 2, tomba 3). L’analisi del materiale ceramico dell’US 103 risulta di una importanza cruciale per la datazione del momento dell’abbandono, nonché per la definizione di un terminus post quem per la datazione della fase cimiteriale (3), che non avendo restituito materiale contestuale, è cronologicamente luttuante tra la fase post-classica e l’età medievale.
Nella sottofase 3.2 si assiste alla costruzione dell’ambiente che abbiamo definito "vestibolo" utilizzato anche come spazio funerario. I materiali sono quasi del tutto assenti nei depositi componenti questa fase e l’unico elemento diagnostico viene dall’ abbandono (fase 4); questo consentirebbe di ipotizzare una frequentazione per il vestibolo per tutta l’ età basso medievale, cioè quando J.P. Morel colloca la chiesa di S. Angelo nelle sue attuali forme.
La parentesi costituita dall’ossuario (US 119/tomba 1) testimonia un momento in cui il vestibolo, che probabilmente non era più utilizzato (fase 4), conservava ancora le sue strutture sopraterra.
La fase di abbandono sigilla tutta la situazione precedente e l’area non verrà più occupata fino all’età contemporanea.
Le sole informazioni che possono essere desunte dalle sepolture della fase 3.1, in cattivo stato di conservazione, riguardano gli orientamenti: mentre la tomba 3 poteva essere orientata E-W, la tomba 2 era orientata sicuramente N-S.
Qualche informazione in più può essere desunta dalle sepolture 4 e 5.
Esse sono entrambe dotate di una copertura in lastre calcaree e sono prive di qualsiasi elemento di corredo, ma mentre la n 4 è orientata N-S la n 5 lo è E-W. La tomba 6 giace per la quasi totalità inesposta, pertanto l’unica informazione che se ne può trarre è il suo orientamento E-W. Tutte le sepolture sono costituite da una fossa rettangolare rivestita con lastre di calcare di medio spessore e in numero minore con laterizi frammentari, mentre il piano di deposizione non sembra essere allestito ex novo ma utilizza la superficie dell’US 117 (acciottolato).
In seguito a quanto esposto si possono fare alcune considerazioni di carattere generale:
a) L’orientamento delle tombe non sembra costituire un indicatore cronologico, ma essere legato a fattori contingenti.
b) Le sepolture presentano tutte la stessa tipologia, se si eccettua la copertura.
c) Sono tutte prive di corredo.
d) Tutte le sepolture sono riconducibili a due sottofasi (3.1, 3.2), entrambe posteriori alla deposizione dello strato alluvionale di abbandono (US 103).
È importante sottolineare come anche nel Saggio I, le sepolture individuate, siano state riferite a due fasi intervallate dalla deposizione di uno strato limo argilloso (US 8). Si tratta delle tombe più recenti t.1 e t.2, al di sotto delle quali si trovava la t.6, sicuramente pertinente ad una fase precedente.
In conclusione, la mancanza di corredo, più che con la povertà degli inumati, può essere messa bene in relazione con il rituale cristiano maturo, che, abbandonate le usanze retaggio del paganesimo come la deposizione di elementi di corredo (che in Italia sembra cessare con diverse varianti locali tra il VII-VIII secolo), caratterizza il periodo medievale.
Non sono stati rinvenuti neanche quegli elementi che contraddistinguono il rito del refrigerium, come aree di focolare nei pressi delle tombe, resti di pasto rituale e vasellame intenzionalmente rotto al termine del rito. Queste tombe dovevano far parte di un’estesa area funeraria nei pressi della chiesa di Sant'Angelo, che doveva estendersi nel raggio di decine di metri dall’edificio, se come abbiamo vista la tomba 6 rinvenuta nel Saggio I, può forse essere collocata in questa fase. La costruzione del vestibolo sancisce la fine della prima fase funeraria (3.1): il muro di limite meridionale infatti, oblitera completamente la tomba 2, ma all’interno di tale ambiente vengono realizzate nuove tombe. La superficie interna del modesto edificio sembra intensamente occupata, e le sepolture seguono orientamenti diversi forse per sfruttare al meglio gli spazi disponibili (vedi supra fase 3.2), non esitando a sovrapporsi intaccando le precedenti deposizioni (tomba 5). L’assenza di materiale diagnostico non consente di precisare la cronologia di questo impianto, ma i frammenti ceramici rinvenuti negli strati di abbandono (vedi fase 4) indicherebbero una frequentazione dell’area fino al XIII ed anche XV secolo d.C.

 

 

 

NOTE

(1) Gli autori ringraziano il Sindaco di Vastogirardi geom. Vincenzo Venditti e il R. U. P. geom. Angelo Rotolo per l’iniziativa e le numerose e entusiastiche facilitazioni e il Dr. Franco Ruggieri per le rilevazioni astronomiche. Il progetto si deve all'Arch. Davide Monaco ed all'Ing. Adriano Carmosino. I lavori sono stati eseguiti dalla società Akhet s.r.l. di Roma.

(2) M. Lejeune, Ex-voto osque de Vastogirardi, in Rend Linc., sc. mor., n. s. 29, 1974, pp. 579 ss.; J. P. Morel, Le sanctuaire de Vastogirardi (Molise) et les influences hellénistiques en Italie centrale, in Hellenismus in Mittelitalien, a cura di P. Zanker, Gottingen 1976, pp. 255 ss. ; ID., in Sannio. Pentri e Frentani dal VI al I secolo a. C., Catalogo della mostra, Roma 1980, pp. 281 s.; ID., Gli scavi nel santuario di Vastogirardi, in Sannio, Pentri e Frentani dal VI al I sec. a. C., Campobasso 1984, pp. 35 ss.; V. Cianfarani-L. Franchi Dell’Orto-A. La Regina, Culture adriatiche antiche di Abruzzo e di Molise, Roma 1978, pp. 497 s.; F. Coarelli - A. La Regina, Abruzzo-Molise, Guide archeologiche Laterza, Bari 1984, pp. 257 ss.

(3) Eseguita dal geom. Eraldo Pasqualone della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise. L’interpretazione è stata opera dell’arch. Maurizio Di Lallo.

(4) Moneta molto consunta, probabilmente un asse di Nerone: inv. 57585; D/ Testa radiata dell’imperatore, rivolta a s.; R/ Vittoria alata incedente verso destra, che tiene scudo e ramo di palma; ai lati S C. Diam. cm. 2,3; peso: gr. 8,63, conio 180. Cfr. RIC. I, London 1923, pp. 166 s., tav. XII.

(5) Sulle origini e sulla storia di Vastogirardi: G. M. Galanti, Descrizione del contado di Molise, I, Napoli 1781, pp. 105 s.; F. Manfredi Selvaggi, Il borgo fortificato di Vastogirardi, in Almanacco del Molise, 1991, pp. 209 ss.; F. Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Ferrazzano 2003, pp. 130 ss.

(6) A. Di Niro, Il culto di Ercole tra i Sanniti Pentri. Nuove testimonianze, Bari 1978, pp. 29 s., n. 3, pp. 51 s., n.22.

(7) M. Torelli, I culti di Rossano di Vaglio, in Basilicata. L’espansionismo romano nel sud-est d’Italia (Atti Venosa 1987), Venosa 1999, pp. 83 ss. Una recente sintesi sui luoghi di culto di Mefite è opera di G. Falasco, Mefitis, divinità osca delle acque (ovvero della mediazione), in Eutopia, n. s. II, 2, 2002, pp. 7 ss.; sull’appellativo di Utiana cfr. pp. 35, 54 s.

(8) Indagini geoarcheologiche attualmente in fase di elaborazione lasciano presupporre l’esistenza in antico di un ampio bacino palustre, che occupava originariamente la depressione compresa tra il Tempio Sannitico e l’Edificio B, estendendosi a N della trincea C per almeno 30 metri.

(9) Sulla datazione del Tempio Sannitico e dell’Edificio B di Vastogirardi si vedano: J.P. Morel, Le sanctuaire de Vastogirardi (Molise) et les influences hellénistiques en Italie centrale, in P. Zanker (ed.), Hellenismus in Mittelitalien, Gottingen 1976, pp. 255-266; id., Gli scavi del santuario di Vastogirardi, in Sannio. Pentri e Frentani dal VI al I sec. a. C., Matrice 1984, pp. 35-41.

(10) Sulla chiesa di Sant'Angelo e sulle sepolture di età medioevale individuate nel corso degli scavi del 1971-1974 si veda: J. P. Morel. Gli scavi del santuario di Vastogirardi cit., p. 35.

(11) I limiti del temenos del tempio, almeno nella porzione E, sono costituiti dalla struttura muraria, già individuata da J.P. Morel tra il 1971 e il 1974, con andamento N/S, parallelo al tempio e posto a circa 40 m. da esso.

(12) In particolare ci riferiamo ad un frammento molto minuto, con decorazione rotellata, inquadrabile tra il III e il V secolo d.C. (figura 6). Pertanto, in attesa di ulteriori conferme, potremmo indicare un terminus post quem, per la fase di abbandono tra il III e il V secolo d.C.

(13) Morel parla di un muro di fondo rettilineo in blocchetti al di sotto dell’abside circolare e di una linea orizzontale che rappresenterebbe il livello del primo pavimento relativo a questa fase altomedievale.

(14) Qualora la datazione al III secolo d.C. dell’abbandono dell’area venisse confermata, si potrebbe immaginare che anche presso il santuario di Vastogirardi si replichi la situazione riscontrata presso il complesso tempio/teatro di Pietrabbondante, dove nel III-IV secolo d.C. alcune strutture del santuario vengono riutilizzate come povere necropoli: Capini & De Benedittis, Pietrabbondante guida agli scavi archeologici. Campobasso 2000, p.29.

(15) I sondaggi geoarcheologici hanno confermato la presenza di stratigrafia archeologica in questa area, ci riferiamo ai carotaggi B2 e C2, che rivelano una sequenza assimilabile a quella riscontrata nel Saggio II.

(16) R. Hodges, San Vincenzo al Volturno 2, The 1980-86 Excavation, part II, 1995, pp.1-20.

(17) R. Costantini, Le ceramiche medievali rivestite, in ad mensam, Catalogo della mostra, Roma 1994, p.284.

(18) Nella pianta pubblicata in Morel 1984, sono visibili elementi individuati nel corso dell’indagine al di sotto del riempimento della fossa (US 100).

 

 

 

 

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